Iran, il Pentagono rivendica il controllo dei cieli ma non possiede la “superiorità aerea”

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Al Pentagono affermano di “controllare i cieli dell’Iran“, ma secondo gli esperti la guerra aerea non è sempre così “semplice” come ci viene mostrata dai rapporti confezionati per essere diffusi all’opinione pubblica. Termini come “superiorità aerea” o “supremazia aerea” – definite, rispettivamente, la capacità di consentire a eventuali unità terrestri di condurre operazioni in dati settori e momenti senza “interferenze proibitive” da parte di una forza aerea avversaria; e il conseguimento di “quel grado di superiorità aerea in cui l’aviazione nemica è incapace di opporre una resistenza efficace” – vengono talvolta usati in modo improprio, minimizzando o oscurando i pericoli e quelle minacce che sono ancora in grado di abbattere e danneggiare gli aerei statunitensi. Quanti aerei ha perso l’US Air Force nel corso di Epic Fury mentre le operazioni militari si apprestano a ricominciare con gli stessi obiettivi primari – lanciatori di missili, depositi di munizioni e droni, e asset navali che minacciano lo stretto di Hormuz – e un’intensità imprevedibile.

Secondo il Commander-in-Chief degli Stati Uniti, l’ormai incontenibile presidente Donald Trump, e il Segretario della Guerra Pete Hegseth, il recupero in territorio ostile dei tre piloti abbattuti nei cieli dell’Iran nel lungo e intenso week end di Pasqua va considerato come “prova del pieno controllo dello spazio aereo iraniano da parte delle forze armate statunitensi”; le quali, tuttavia, hanno “perduto” quei piloti e quegli aerei – a causa del tiro insidioso delle difese antiaeree iraniane, che hanno centrato con missili SAM prima il cacciabombardiere biposto F-15 Strike Eagle e poi un aereo d’attacco al suolo A-10 Warthog, intervenuto a copertura delle operazioni di ricerca e soccorso – prima di doverli recuperare.

L’operazione di recupero, che ha coinvolto un’armata di ben 155 aerei e ha sfruttato una tecnologia segreta della CIA – un sistema denominato “Ghost Murmur” che ha consentito di captare l’impronta del battito cardiaco dell’ufficiale ai sistemi d’arma che è rimasto dietro le linee nemiche per più di 36 ore prima del salvataggio – rappresenta senza dubbio un successo straordinario; tuttavia, la perdita di tre velivoli, sommata al tracciamento con successo di un F-18 e di un F-35 da parte dei sistemi antiaerei iraniani “superstiti”, ci mostra come la “situazione reale” dello spazio aereo della Repubblica islamica rimanga “complessa e insidiosa”, almeno secondo gli esperti consultati da DefenseOne, secondo cui le informazioni diffuse spesso portano a una “semplificazione eccessiva” che non sta tenendo conto dei sistemi d’arma che hanno portato all’abbattimento dei caccia americani, spesso lanciatori “camuffati” e altamente mobili e rischierabili, che, nonostante i 13.000 e più obiettivi militari colpiti dai raid aerei americani e gli altrettanti eliminati dai raid condotti dagli israeliani, continuano a “mettere a rischio vaste aree dello spazio aereo” dell’Iran.

Superiorità e supremazia

Quella che per Trump è “una schiacciante superiorità aerea sui cieli iraniani”, in realtà va considerata come una superiorità a “tempo” e a “settori”, che prevede il controllo dei cieli dall’ormai inesistente o irrilevante aviazione iraniana, ma non prevede alcun controllo reale contro minacce come lanciatori di missili Surface-to-Air, Surface-to-Surface e, ovviamente, dagli immancabili droni suicidi del tipo Shahed-136.

Gli americani hanno “volato per sette ore di giorno sull’Iran per recuperare il primo pilota, e abbiamo volato per sette ore nel cuore della notte per recuperare il secondo, e l’Iran non ha fatto nulla al riguardo“, ha affermato il Segretario della Guerra Hegseth, dichiarando una verità inoppugnabile, ma non sottolineando come questa capacità, almeno nella guerra moderna, non coincide con l’avere la totale superiorità nello spazio aereo nemico. Il teatro ucraino, dove nessuna delle due parti è riuscita a imporre o riconquistare la superiorità aerea, dovrebbe essere una lezione sufficiente a ricordare la difficoltà di ottenere questa condizione. Il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’US Air Force, generale Dan Caine, si è mostrato più cauto a riguardo, dichiarando che: “la superiorità aerea esiste solo su alcune aree dell’Iran”, riconoscendo i pericoli presenti e continui che i piloti americani hanno continuato e continueranno ad affrontare al termine della tregua per i negoziati che sono apparentemente falliti. “Ho presentato le statistiche, ma non colgono appieno la natura del combattimento. È un’attività dura e spietata”, avrebbe detto Caine rivolgendosi alla Casa Bianca, ricordando come la guerra aerea in un teatro complesso, come è quello dell’Iran, sia “caotica, fa caldo, è buio, è imprevedibile e ci sono sempre incognite“.

Come accennato in apertura, la superiorità aerea è definita nella dottrina dell’Aeronautica Militare come “il controllo dello spazio aereo da parte di una forza che consente lo svolgimento delle sue operazioni in un dato momento e luogo“; essa deve essere sufficiente a compromettere le azioni nemiche che potrebbero comportare il fallimento di una data missione. A livello successivo si raggiunge la “supremazia aerea”, che può considerarsi stabilita quando “la forza avversaria è incapace di interferire efficacemente” e questo “può essere difficile da raggiungere in un conflitto tra pari o quasi pari“. Gli analisti tengono a ricordare come la condizione di superiorità o supremazia aerea “può essere limitata a un determinato periodo di tempo, luogo o altitudine”, ma come questa condizione limitata non possa essere associata alla supremazia totale. Ad esempio, quella ottenuta dagli Alleati in Francia durante il D-Day.

Secondo K. Greico, ricercatrice senior presso lo Stimson Center, l’utilizzo di espressioni figurate come “controllo dei cieli” e “dominio aereo” da parte del presidente Trump e del segretario della Guerra Hegseth è da considerare “informale” e non utilizzato da un punto di vista dottrinale; dunque può essere considerato “corretto” per esprimersi nei confronti dell’opinione pubblica, ma “scorretto” se utilizzato in un briefing ad alto livello o con esperti del settore.

10.000 sortite sull’Iran ma…

È un fatto che i bombardieri pesanti B-52 Stratofortress abbiano effettuato missioni nei cieli dell’Iran, dimostrando la capacità dell’USAF di garantire l’incolumità dei Big Ugly Fat Fellow, lanciando missili standoff su obiettivi di alto valore senza dover ricorrere ai bombardieri stealth B-2 Spirit o ai bombardieri strategici B-1 Lancer (che di fatto li hanno preceduti); ed è un fatto che gli elicotteri delle squadre Combat Search and Rescue abbiano ricevuto la copertura necessaria a operare giorno e notte per cercare e recuperare i piloti abbattuti, e anche che i MC-130 Commando II siano potuti atterrare in una base operativa avanzata nel cuore dell’Iran per consentire agli MH-6 Little Bird dei Night Stalker di portare a termine la missione; ma resta un fatto che le insidie nei cieli iraniani non sono state messe a tacere dalle oltre 10.000 sortite di caccia e bombardieri americani. Secondo la definizione dottrinale, né gli Stati Uniti né Israele hanno ottenuto la completa superiorità aerea nello spazio aereo di diversi settori, compreso e soprattutto lo spazio aereo dello stretto di Hormuz, dove droni e missili continuano a minacciare navi mercantili e navi militari che non possono ancora offrire una scorta efficace.

Secondo le informative del Comando Centrale degli Stati Uniti e le affermazioni del Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’US Air Force, generale Dan Caine, dall’inizio dell’operazione Epic Fury “l’80% delle difese aeree iraniane è stato distrutto” e sono rimaste attive solo quelle “minacce antiaeree che persistono alle quote più basse”, minacce che non devono fare affidamento sui sistemi di guida radar e su lanciatori fissi o su ruota, ma probabilmente su sistemi spalleggiabili o camuffati da mezzi civili, ma sono sufficienti a rendere i cieli dell’Iran ancora insidiosi in un confronto che vede Teheran intento a conseguire un risultato distante dalla concezione occidentale; che per alcuni osservatori può essere considerato come una “vittoria” contro una super-potenza miliare come l’America e come la sua alleata Israele, ma che assume l’aspetto di una sopravvivenza per l’ottenimento di una posizione negoziale che rimodelli ma non rivoluzioni completamente lo status-quo nella Repubblica Islamica dell’Iran, nel Golfo Persico e nell’intera regione. Almeno non nel breve tempo.

Nelle cinque settimane di guerra le forze aeree statunitensi hanno perso diciassette droni MQ-9 Reaper, abbattuti e distrutti a terra; quattro cacciabombardieri biposto F-15 Strike Eagle, tre abbattuti durante un incidente di fuoco amico e uno abbattuto dall’Iran; un A-10 Warthog abbattuto; due aerocisterne KC-135 Stratotanker, che hanno portato alla perdita di due equipaggi; un aereo spia E-3 Sentry. Due MC-130 Commando e due o quattro elicotteri leggeri Little Bird sono rimasti danneggiati e sono stati distrutti nel corso delle operazioni di recupero. Un caccia di quinta generazione F-35 Lightning II è stato costretto a un atterraggio d’emergenza in una base aerea alleata nella regione.