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Il recente tentativo dell’Iran di mettere in orbita un satellite è fallito a causa dell’esplosione del suo razzo vettore, il Safir-1B, divenendo il terzo tentativo andato a vuoto nel giro di un anno. Prima dell’incidente che avrebbe portato alla perdita del satellite Nahid I, Teheran ha cercato, a gennaio e a febbraio, di effettuare un lancio ma senza successo.

Le immagini satellitari che risalgono a giovedì scorso e riportate in esclusiva da Npr sembrano mostrare la rampa di lancio danneggiata dall’esplosione e una colonna di fumo che si eleva sopra di essa. Un successivo passaggio satellitare mostra i danni riportati all’installazione ed ai veicoli di supporto tra cui quello Tel (Transporter Erector Launcher) del razzo Safir-1B.

Il “giallo” dell’esplosione

Nonostante le riprese satellitari l’Iran nega l’accaduto. In un recente tweet il ministro delle comunicazioni Mohammad Javad Azari-Jahromi, si mostra in una fotografia con sullo sfondo proprio il satellite per telecomunicazioni Nahid I che sarebbe andato distrutto nell’esplosione del razzo vettore.

Il tweet del ministro nasce apparentemente da uno strano messaggio del presidente degli Stati Uniti Trump: nella giornata di ieri l’inquilino della Casa Bianca, sempre via Twitter, ha riferito che “gli Stati Uniti non sono coinvolti nel catastrofico incidente occorso durante le preparazioni finali del lancio del Safir SLV al sito di lancio Semnan 1 in Iran. Faccio all’Iran i migliori auguri per determinare cosa sia successo”.

Un messaggio “strano” che sembra una excusatio non petita da parte del presidente Trump, ma che ha una motivazione ben precisa: a febbraio di quest’anno, pochi giorni dopo il secondo incidente occorso ad un lancio missilistico iraniano, il New York Times aveva affermato che i due fallimenti in realtà erano da ascrivere ad un sabotaggio da parte degli Stati Uniti che avrebbero in atto un piano segreto per sconvolgere il programma missilistico dell’Iran.

Il Nyt afferma che, nonostante le sue fonti, rappresentate da diversi ex ufficiali governativi, abbiano affermato che i lanci falliti facciano parte di uno schema di sabotaggi inaugurato 11 anni fa, non è stato possibile misurare il successo, l’impatto o anche l’esistenza di un simile piano, ma che l’alto rateo di fallimenti dei lanci dei missili iraniani – che si aggirano intorno al 70% – in confronto a quello globale (circa il 5%) sarebbe una prova dell’intervento di sabotaggio da parte americana.

Un mistero nel mistero

Ad intorbidire ulteriormente le acque, come se non bastassero le accuse di sabotaggio e le smentite fotografiche iraniane, c’è proprio il tweet del presidente Trump: non è infatti chiaro quale sia stata la fonte dell’immagine satellitare che mostra i danni al sito di lancio, ma, secondo alcuni analisti Usa, proverrebbe da un satellite spia americano.

Se così fosse sarebbe una defaillance non da poco per il presidente Usa che avrebbe divulgato materiale sensibile: una foto satellitare, oltre a svelare quello che ha ripreso, racconta molto di più dei sistemi di sorveglianza analizzando la risoluzione delle immagini. In effetti la pubblicazione della fotografia ha destato sorpresa negli ambienti proprio per la qualità delle immagini – mai pubblicate prima in questa risoluzione – tanto che lo stesso ufficio del direttore della National Intelligence ha chiesto spiegazione alla Casa Bianca in merito, ma l’unica risposta che è arrivata è stata, ancora una volta, quella di Trump che ha detto “avevamo una foto e l’ho pubblicata, cosa che è assolutamente mio diritto di fare”.

Ad onor del vero c’è chi pensa che quella fotografia, proprio per l’altissima risoluzione, non sia una ripresa satellitare bensì un’immagina scattata da qualche drone di ricognizione o aereo spia: la diffrazione atmosferica, infatti, non permette anche alle migliori ottiche dei satelliti spia di avere un dettaglio elevato per gli oggetti al di sotto dei 9/11 centimetri, che così risultano sfuocati.

In effetti, se pensiamo alla prevedibilità dei satelliti i cui passaggi orbitali su un determinato luogo possono venire facilmente calcolati, è probabile che l’immagine provenga da un aereo spia come gli ancora attivi U-2 – di cui un esemplare, proprio qualche settimana fa (l’8 agosto) ha effettuato un atterraggio di emergenza sulla base di Suda, a Creta – molto più versatili e imprevedibili rispetto a un satellite.