“Israele non si ritirerà dal Libano anche se lo chiedessero gli Stati Uniti”. Così il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, che parla a nome di Netanyahu, il quale si muove sottotraccia per evitare nuove frizioni con Trump. Una dichiarazione che, oltre allo scopo immediato di eludere le richieste di ritiro, intende porre nuove criticità al negoziato con l’Iran.
Un negoziato che per ora procede anche se movimentato da dichiarazioni che evidenziano tensioni di fondo e contraddizioni. Le rinnovate minacce di Trump di domenica, infatti, sono esplose nel corso dei negoziati svizzeri, con la delegazione iraniana che ha immediatamente posto fine ai colloqui diretti per passare a quelli indiretti, meno efficaci. Una decisione, quella iraniana, legittimata dal memorandum di Islamabad nel quale è scritto nero su bianco che gli Stati Uniti si sarebbero astenuti dalle minacce.
Non solo le intemerate di cui sopra. Se Vance ha assicurato che Teheran avrebbe accettato gli ispettori dell’Agenzia atomica, è stato subito smentito dalla controparte che, Memorandum alla mano, ha ricordato che la querelle nucleare sarà affrontata successivamente.
E così Trump, che ha tentato di placare le critiche affermando che i beni iraniani scongelati saranno utilizzati per comprare prodotti agricoli statunitensi, con Teheran che ha rivendicato il diritto di usare i propri soldi come vuole.
Piccole schermaglie: da una parte Vance e Trump stanno tentando di tacitare i critici interni rivendicando successi che non esistono, dall’altra l’Iran rivendica i suoi diritti con forse eccessiva rigidezza, ché le smentite assertive, necessarie a tacitare le forze più intransigenti, creano difficoltà agli interlocutori aprendo spazi ai sabotaggi. Difficile che la rotta si corregga, più facile che tali schermaglie producano criticità reali al negoziato, finora evitate.
Quanto a Tel Aviv, per ora, le manovre di sabotaggio si limitano al Libano, in attesa che l’ondata di contrasto all’accordo che sta montando in America grazie all’AIPAC (la lobby filo-israeliana) produca frutti. Ciò nonostante quanto riferito dal media israeliano Chanel 13: “Il messaggio che abbiamo ricevuto dagli americani nelle ultime settimane è chiaro: avevate il permesso di operare senza restrizioni e quel periodo è finito”…
Oltre a rigettare l’opzione ritiro, Tel Aviv sta tentando di far saltare l’intesa sul nascente organismo preposto a supervisionare la fragile tregua – due i libanesi assassinati ieri dall’IDF – che dovrebbe essere composta da Stati Uniti, Iran, Libano, Qatar e Pakistan, escludendo Israele.
Inoltre, Netanyahu e soci stanno cercando di escludere Hezbollah dai cosiddetti negoziati Israele-Libano, che corrono in parallelo a quelli con l’Iran e che finora non hanno prodotto alcun risultato, dal momento che è stata esclusa Hezbollah, una parte socio-politica importante del Paese dei cedri nonché l’unica forza in grado di contrastare l’espansionismo di Tel Aviv.
D’altronde, la pace si fa tra nemici e l’idea di Vance di ricomprendere Hezbollah nelle trattative ha molto più senso di quanto avvenuto finora, con Israele che trattava con un governo instaurato a Beirut da Washington e dalla stessa Tel Aviv al termine del conflitto precedente.
Netanyahu non si rassegnerà. Se l’accordo su Iran e Libano venisse finalizzato sarebbe una sconfitta strategica storica per Israele e lui ne sarebbe il responsabile. E a novembre ci sono le elezioni…
Per ora tiene un profilo basso, limitandosi ad azioni di disturbo sottotraccia. Come minimo cercherà di dilazionare i tempi del ritiro libanese per scavallare il voto, scadenza alla quale sembra voglia portare in dote al suo elettorato la Grande Israele o almeno parte di essa.
In questo senso va letta l’accelerazione su Gaza e Cisgiordania. L’ordine di occupare altro territorio della Striscia è stato eseguito, così oggi l’IDF ne controlla circa il 70%. Inoltre, ieri, senza preavviso, il nuovo capo del Consiglio di Sicurezza israeliano, Shmuel Ben Ezra, ha convocato il suo gabinetto per rilanciare il piano volto a incoraggiare “l’emigrazione volontaria” (sic) dalla Striscia.
Infine, a stare a un dossier pubblicato ieri da Haaretz, sembra prossima l’annessione della Cisgiordania settentrionale, nella quale a tale scopo sono stati eretti in luoghi strategici insediamenti illegali, avamposti e basi dell’IDF altrettanto illegali. Una tenaglia prossima a chiudersi.
Le strategie di Netanyahu, benché dipanate nel segreto, sono alquanto lineari: è chiaro che intende forzare la mano per arrivare alle urne con in mano più territori palestinesi possibile. E, a quanto pare, l’unico a difendere realmente i diritti di questo popolo oppresso è l’Iran, che ieri ha ribadito che l’accordo con gli States deve ricomprendere anche i palestinesi.
Quanto all’Iran, sta dispiegando un attivismo diplomatico notevole. Di ieri la visita del presidente iraniano Masoud Pezeshkian in Pakistan, dove ha incontrato il suo omologo Asif Ali Zardari e il Capo di Stato Maggiore Asim Munir, che più di altri ha contribuito alla riuscita del Memorandum di Islamabad.
A tema un partenariato strategico tra i due Paesi e una più stretta collaborazione, anche a livello di Sicurezza e Difesa, dell’ecumene araba. Il fatto che Islamabad possieda l’atomica evidenzia l’importanza della visita e dei temi trattati.
Inoltre, indiscrezioni insistenti segnalano come prossimo un summit tra Iran e Paesi del Golfo in Arabia Saudita per chiudere le conflittualità nate durante il recente conflitto. Se riuscisse, sarebbe la prima volta che Teheran dialoga in tale formato con i suoi vicini.
Sviluppi accelerati, rischi connessi. Tra questi anche quello preannunciato da Beni Sabti, esperto di difesa israeliano presso l’Istituto di studi per la sicurezza nazionale, un think tank affiliato all’Università di Tel Aviv, su X: “Forse gli Stati Uniti hanno bisogno di un altro Pearl Harbor come l’11 settembre per ricordarsi chi è il nemico e chi è l’amico”.
Rilanciato dal controverso Alex Jones, l’inquietante post (poi corretto) è stato tema di un’intervista di questi al meno controverso – tranne che in Israele e dintorni – Tucker Carlson, che ha concordato con l’interlocutore sulle possibili minacce, tra cui una false flag di enormi dimensioni da attribuire all’Iran. Tale il momentum attuale.