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Nella nuova postura dell’amministrazione statunitense nei confronti dell’Iran emergono tratti e accostamenti che, secondo quanto spiegato in un recente editoriale del Segretario di Stato Mike Pompeo su Foreign Affairs (Confronting Iran), rievocherebbero la politica del presidente Ronald Reagan nei riguardi dell’Unione Sovietica.

Così come Ronald Reagan denunciò gli abusi dell’Urss, definita l’impero del male, manifestando solidarietà per le popolazioni assoggettate al comunismo, allo stesso modo, secondo Mike Pompeo, starebbe operando l’attuale amministrazione americana. Il ripristino delle sanzioni, che hanno colpito più di 700 entità e personalità iraniane, è, infatti, accompagnato da una pressante campagna di denuncia nei confronti delle più alte personalità del regime, attaccate non soltanto per il mancato rispetto dei diritti umani ma anche per le pratiche di arricchimento e corruzione, così stridenti con le realtà del Paese. L’azione del presidente Trump, secondo Mike Pompeo, deriva dalla convinzione che il confronto sul piano morale possa aprire la strada all’accordo diplomatico.

L’idea di fondo è quindi quella di mettere il regime all’angolo sotto il profilo economico e confidare nell’aumento delle tensioni sociali che, in maniera non uniforme, hanno attraversato il paese negli ultimi mesi. Non è un caso che, nonostante l’uscita dello scorso maggio dall’accordo sul nucleare, gli Stati Uniti abbiano lasciato una porta aperta ad un nuovo accordo con l’Iran, vincolato, tuttavia, ad un elenco di 12 punti ritenuti da molti osservatori come irricevibili da parte di Teheran.

Tra questi uno dei temi più spinosi risulta essere quello del sostegno iraniano agli Hezbollah libanesi, agli Houthi nello Yemen e alle milizie sciite irachene. Per Washington, queste attività, insieme al ruolo svolto dalla Forza Quds guidata dal generale Qasem Soleimani, rendono l’Iran responsabile della destabilizzazione dell’Afghanistan, dell’Iraq, del Libano, della Siria, dello Yemen e di Gaza.

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Nella National Strategy for Counterrorism of the United States, pubblicata lo scorso ottobre, dopo l’individuazione dei gruppi estremisti e terroristici quali al Qaeda e l’Isis, viene inserito l’Iran come principale sponsor del terrorismo.

La natura e la dimensione normativa e morale dei proxy iraniani sono un tema a lungo dibattuto, con particolare riferimento agli Hezbollah. Il Partito di Dio è infatti considerato il più potente non state actor al mondo sotto il profilo militare, in virtù del suo diversificato arsenale militare e delle capacità acquisite sul campo di battaglia siriano.

Contrariamente alle previsioni di molti osservatori internazionali, Hezbollah è uscito rafforzato dalla partecipazione alla guerra in Siria, sia sotto il profilo politico nell’agone libanese sia sotto il profilo militare, sviluppando nuove capacità di counterinsurgency e guerriglia urbana, mai sviluppate precedentemente nel territorio libanese.

Non è quindi un caso che alcuni analisti, come Christopher Phillips del Middle East Eye, considerino Hezbollah il vincitore della guerra in Siria o che Marina Calculli, autrice di un recente studio sugli Hezbollah dal titolo Come uno Stato – Hizbullah e la mimesi strategica, abbia definito l’ingresso del Partito di Dio nel conflitto siriano un processo di “regionalizzazione” che, al tempo stesso, ha consentito di “far eleggere il suo alleato cristiano maronita Michel Aoun alla Presidenza della Repubblica”.

Elementi che confermano la natura versatile degli Hezbollah, destinati a svolgere ancora a lungo un ruolo centrale nelle dinamiche della Siria ma al tempo stesso obbligate ad evitare un confronto dall’esito incerto con Israele e consolidare il risultato raggiunto sia in ambito regionale che libanese.

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