Iran. Gli Usa annunciano l’escalation, ma possono perdere di nuovo

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Ieri Trump ha convocato una riunione alla Situation Room della Casa Bianca per pianificare nuovi attacchi massivi all’Iran, in linea con le minacciose dichiarazioni che l’hanno preceduta concluse con l’intimazione a Teheran di accogliere un accordo, ovviamente secondo le pretese americane. Cosa che non avverrà.

Sulla ripresa di un conflitto su ampia scala il lucido avvertimento pregresso di John Mearsheimer, docente di politica internazionale presso l’Università di Chicago: “Se si crede davvero che il presidente Donald Trump sia irrazionale, si potrebbe immaginare che commetta di nuovo lo stesso errore e lanci un altro massiccio attacco aereo contro l’Iran com’è avvenuto durante la guerra dei 40 giorni. Ma, in definitiva, non credo che prenderà una decisione del genere. Penso che lui e i suoi consiglieri sappiano benissimo che non esiste una strategia per vincere questa guerra”.

A quanto pare sta prevalendo l’irrazionalità, da cui la scelta di una guerra di frustrazione che reitera quanto avvenuto in precedenza quando, come spiega Mearsheimer, né la fase della campagna aerea (28 febbraio- 8 aprile), né quella del blocco navale (13 aprile – 17 giugno), hanno piegato Teheran. Fallimenti che, insieme alla costatazione che “le scorte di munizioni si stavano esaurendo”, hanno portato al Memorandum del 17 giugno, che “era, di fatto, una resa”.

Questa nuova fiammata non finirà diversamente. Infatti, come spiegava il professore, “ormai dovrebbe essere fin troppo chiaro a coloro che sostengono la ripresa della guerra che l’Iran è in grado di resistere a una pressione enorme […] Se necessario, si accontenteranno di mangiare l’erba, ma non si arrenderanno”.

Tante le variabili della nuova fase del conflitto minacciata da Trump, sempre che alle minacce seguano i fatti (con lui non si sa mai): se sarà in qualche modo controllato, scelta che eviterebbe una reazione alzo zero dell’Iran che incendierebbe la regione; se, comunque, anche controllato, la reazione iraniana provocherà vittime americane in un numero che farebbe scattare l’escalation e forse una guerra di terra (sangue chiama sangue); se si deciderà di colpire le risorse energetiche, in qual caso l’Iran farebbe lo stesso su quelle della regione, da cui il collasso globale; se Israele ne rimarrà fuori; se si arriverà alla soglia atomica… per stare alle varianti più rilevanti.

In attesa degli eventi, val pena annotare che tale irrazionalità ha una sua razionalità intrinseca che appartiene alla logica delle guerre infinite dei neocon Usa e dei loro sodali israeliani. Anche se l’America non otterrà quel che pretende, l’antagonista regionale di Israele ne uscirà devastato e non sarà in grado di frenare la pulsione di Tel Aviv a ergersi a dominus del Medio oriente. Ma resta una scommessa che potrebbe ritorcersi contro gli scommettitori, con l’Iran che potrebbe uscirne come vincitore e Israele più che ridimensionato.

Fosche nubi all’orizzonte, dunque, che contrastano con le notizie che giungono da Israele e Stati Uniti. Infatti, nella recente telefonata intercorsa con Netanyahu, Trump lo ha sollecitato a ritirarsi da Siria e Libano, sviluppo che favorirebbe una de-escaltion, ottenendo una risposta negativa.

Un contrasto, quello con Netanyahu, che fa il paio con la notizia dell’incombente visita del premier israeliano negli Stati Uniti per partecipare ai funerali del senatore Lindsey Graham, durante la quale dovrebbe incontrare Trump (degli schiavi non si butta via niente, neanche la morte).

Condizionale d’obbligo, dal momento che non c’è conferma ufficiale dell’incontro, anche se poi si dovrebbe tenere perché un rifiuto del presidente sarebbe inconcepibile. Ma già l’incertezza è una notizia (peraltro, la voce di un simile incontro si era diffusa anche agli inizi di luglio e l’incontro non c’è stato).

Nel dare notizia del contenuto della telefonata Netanyahu-Trump, Axios racconta di un premier israeliano sotto pressione. Tale pressione, in realtà, non viene esercitata solo dalla Casa Bianca, ma anche da influenti ambienti ebraici internazionali che stanno lavorando per spodestarlo perché consapevoli che la pulsione guerrafondaia del premier e il fanatismo messianico che la sostiene rischiano di perdere Israele.

La scorsa settimana sia il Washington Post che il New York Times, media portanti dell’Impero, hanno dato una copertura abnorme all’intervento di Rahm Emanuel a Tel Aviv durissimo nei confronti di Netanyahu.

Ex consigliere di Obama, già sindaco di Chicago e ambasciatore in Giappone, Emanuel non ha mai avuto tanta visibilità, segno di un sostegno non goduto in precedenza.

A quanto sembra gli ambiti che lo sostengono pare che per le prossime elezioni israeliane stiano puntando su Gadi Eisenkot, che sta guadagnando terreno nei sondaggi. Figura forte, l’ex Capo di Stato Maggiore è inattaccabile anche perché ha un figlio caduto in guerra (così chiamano da queste parti il genocidio dei palestinesi).

Eisenkot non è un figlio di Maria, sua la sanguinaria Dottrina Dahiya secondo la quale il nemico va piegato devastando le infrastrutture e i civili che lo sostengono, ma è anche un realista, che in questo tempo di follia può aiutare (d’altronde, le alternative con possibilità di successo sono peggiori). In particolare, va ricordato che sostenne la necessità di un accordo sul nucleare iraniano e criticò duramente la decisione di Trump di dichiararlo decaduto.

In un recente intervento ha definito “folle” il piano di Netanyahu di usare il regime-change iraniano per intronizzare a Teheran l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, aggiungendo quanto fossero fuori dalla realtà quanti “credevano possibile rovesciare il regime iraniano con poche migliaia di combattenti curdi”.

Semplicemente un regime-change in Iran non è possibile, tanto che i vertici militari, ha aggiunto Eisenkot, si erano detti contrari al piano. E, alla domanda se avesse accolto il sostegno dei partiti arabi, non l’ha escluso, a differenza di quasi tutti gli altri partiti israeliani (coraggioso, vista la temperie).

Se abbiamo dato spazio all’attivismo di Emanuel ed Eisenkot non è perché ne siamo fan, quanto per dar conto di mutamenti significativi nel magmatico mondo ebraico internazionale e in Israele. Può aiutare, e anche molto, a temperare l’attuale tempesta.