Iran. Finito il mondiale si va all’escalation?

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Finiti i mondiali di calcio, che in qualche modo hanno frenato l’escalation mediorientale perché avrebbe oscurato e sfregiato l’evento su cui ha tanto puntato Trump, incombe la prospettiva di un ampliamento delle operazioni militari contro l’Iran.

A irrigidire gli Usa i tre soldati morti e i tanti feriti che registrano le proprie forze armate. D’altronde, il sangue dei militari versato mentre partecipavano a questa improvvida e illegittima aggressione conta più dei tanti civili iraniani innocenti uccisi nei raid dell’U.S. Air force…

A oscurare ancor più il cielo, l’arrivo nel teatro di guerra di altri F-16 e F-35 provenienti dalle basi europee, ai quali si aggiungono decine aerei cisterna inviati presso l’aeroporto Ben Gurion, in Israele. Dislocazione a rischio quest’ultima perché, se l’Iran dovesse colpirli, Tel Aviv, che vedrebbe violato il proprio territorio nazionale, avrebbe una scusa per rientrare nell’agone.

Infatti, se è vero che gli strateghi israeliani gongolano nel vedere gli States fare il lavoro sporco al posto loro, evitando a Tel Aviv la pioggia di missili che l’ha devastata nella precedente fase bellica, resta che Netanyahu morde il freno.

Una nuova guerra su larga scala – e che scala, trattandosi dell’Iran – se andasse come spera, potrebbe persino permettergli di annullare le elezioni di ottobre nelle quali teme, a ragione, di pagare pegno (peraltro, la sconfitta potrebbe spalancargli le porte delle patrie galere…).

Detto questo, la decisione dell’amministrazione Usa di perpetuare questa guerra resta una follia, non solo a livello umanitario (il più importante), ma anche sul piano militare. Ne abbiamo accennato in note pregresse, lo ha confermato un funzionario statunitense al Washington Post.

“L’espansione delle operazioni statunitensi sarà limitata dalla diminuzione delle scorte dei sistemi di difesa aerea e delle munizioni a lungo raggio, nonché dai limiti sulla possibilità di inviare ulteriori truppe e aerei nella zona a causa dei danni subiti in guerra”.

“Non abbiamo risorse sufficienti per garantire la sicurezza delle operazioni e non credo che la Casa Bianca ne sia consapevole”, ha chiosato il funzionario. Inoltre, aggiunge il WP, “gli esperti militari hanno affermato che, oltre alle perdite subite in termini di equipaggiamento e scorte di munizioni, gli Stati Uniti non sono preparati a possibili operazioni di terra all’interno dell’Iran, che Trump la scorsa settimana si è rifiutato di escludere” (ulteriore follia).

C’è poi l’usura della Marina, descritta in maniera dettagliata da Michael Vlahos su Responsible Statecraft. Se durante la guerra del Vietnam gli Usa avevano ancora una flotta imponente, circa 900 unità (alla fine della Seconda guerra mondiale erano oltre 7mila), l’attuale flotta operativa è ridotta a 180 unità.

Peraltro, c’è da considerare che le navi potenti, come ad esempio le portaerei, necessitano di navi adatte alle missioni ausiliarie “come pattugliamento, scorta e sminamento”.

Ma la flotta atta a tale scopo, la Littoral Combat Ship, è ormai erosa perché sempre più spesso tali navigli “vengono dismessi, alcuni ancora nuovissimi”. Come disse il deputato Adam Smith: “Non possiamo usarli, perché non sono pronti per far nulla e, quando lo sono, si guastano”.

“In secondo luogo, una flotta in contrazione significa meno navi in ​​mare”, aggiunge Vlahos. “È una regola empirica consolidata che servono tre navi per mantenerne una schierata all’estero”.

Infatti, il mare usura e, per impedire che diventino inutilizzabili, serve una rotazione. Ma la penuria suddetta impedisce rotazioni efficaci così che spesso le navi da guerra sono costrette a missioni più lunghe del dovuto, con tutte le conseguenze del caso (vedi la portaerei Gerarld Ford, costretta a ritirarsi dal teatro di guerra iraniano da un incendio e perché troppo malmessa).

Inoltre, le strutture adibite al rimessaggio delle navi da guerra si sono ridotte. Così Vlahos: “Le strutture di manutenzione sono così limitate che le revisioni più recenti dei sottomarini sono durate anche otto anni; un sottomarino a propulsione nucleare, l’USS Boise, è stato demolito dopo 10 anni di riparazioni […]. Un sistema di manutenzione e riparazione inefficiente rende una flotta già ridotta ancora più ridotta”. Infine, c’è il logoramento del personale, costretto a svolgere missioni all’estero sempre più lunghe, con conseguenze sul morale e sulla sua efficienza.

Questa la conclusione di Vlahos: “La dura realtà della limitata potenza navale americana è lampante. Può tenere una flotta di modeste dimensioni al largo di una costa straniera e mantenerla lì. Ma non può permettersi di entrare in un vero e proprio conflitto”.

Quanto riportato dal Wp e da RS segnala che la potente macchina da guerra americana è meno potente di quanto appaia, con tutte le conseguenze del caso per quanto riguarda la guerra in corso. Una realtà con la quale l’amministrazione Trump prima o poi dovrà fare i conti.

Tale situazione, insieme all’allarme per l’aumento dei prezzi dell’energia, rende le notizie sull’esistenza di contatti tra i duellanti, sottotraccia e tramite i mediatori, meno irrilevanti di quanto appaiano.

Tali notizie, confermate sia dagli iraniani che dalla Casa Bianca, conferiscono anche maggiore importanza alla visita odierna del ministro degli Interni iraniano Eskandar Momeni a Islamabad, dove incontrerà “i funzionari pakistani che in precedenza avevano mediato il cessate il fuoco”.

Ma forse la notizia più importante del giorno è che Trump, su Truth social, ha pubblicato un sondaggio che vede la maggioranza degli americani favorevoli a un accordo di pace con l’Iran. Un post più che significativo anche se ad oggi non è dato sapere se, quando e come sarà possibile un’intesa. Oggi che la parola resta alle bombe.