Iran. Dopo l’incontro con Aragchi Putin chiama Trump

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La conversazione telefonica tra Trump e Putin ha avuto un’eco minimale sui media internazionali, che hanno invece versato fiumi di inchiostro sull’inutile visita di re Carlo d’Inghilterra negli Stati Uniti, che Trump ha accolto schierando un picchetto d’onore in uniforme d’epoca, con i soldati che indossavano le uniformi della guerra d’indipendenza. Un modo per far capire al visitatore che le sponde dell’Atlantico ormai divergono.

Di fatto, al di là delle usuali cortesie e dei sorrisi, intervallati da qualche puntura di spillo, resta il contrasto chiave sulla guerra ucraina, con Carlo che ha chiesto a Trump di rinnovare il sostegno a Kiev senza ricevere alcun riscontro. Lo ha dimostrato la telefonata con Putin nella quale il presidente degli Stati Uniti ha convenuto ancora una volta con lo zar che Zelensky e suoi sponsor (anzitutto la Gran Bretagna) stanno ostacolando la fine del conflitto.

Un conflitto in cui, peraltro, Kiev sta cercando di aggravare la crisi energetica globale, causata dall’improvvido blocco di Hormuz da parte degli Stati Uniti, attaccando le risorse energetiche russe che possono alleviarlo. Di ieri, tra gli altri, l’attacco all’oleodotto di Druzhba, dal quale l’Europa orientale importa il gas russo, un ulteriore vulnus alla già difficile situazione del Vecchio continente.

Ma la telefonata di Putin a Trump aveva come obiettivo principale la crisi iraniana, anche se l’interlocutore americano ha minimizzato questa parte di conversazione. Lo zar ha elogiato la decisione di Trump di prolungare la tregua, che apre spazi alla diplomazia, e messo in guardia da un attacco di terra, che evidentemente è ancora sul tavolo. Di certo avranno toccato altri temi in merito a questa crisi, dal momento che la conversazione è durata un’ora e mezza e che Putin aveva appena ricevuto il ministro degli esteri iraniano Abbas Aragchi, ma l’unico particolare reso pubblico è che Putin non vuole un Iran armato di testate nucleari, come ha affermato Trump.

Tralasciando la realtà, cioè che l’Iran non ha mai perseguito l’arma atomica (come hanno ammesso anche alcuni esponenti dell’amministrazione Usa), quel che importa è che Putin ha formalizzato il suo ruolo di mediatore, rilanciando probabilmente quanto ribadito in passato, cioè che la Russia è disposta a prendere in custodia l’uranio arricchito dell’Iran e altro. E che Trump ha implicitamente accettato l’aiuto, anche se al momento è impossibilitato a perseguire la via dell’appeasement con Teheran, troppe le pressioni e i ricatti di cui è fatto segno.

Su quest’ultimo punto, di interesse il fatto che Putin abbia partecipato al suo interlocutore la propria solidarietà per l’attentato fallito del 25 aprile, notando un particolare sfuggito a tutti, cioè che è avvenuto a poche ore dal compleanno di Melania, che cadeva il giorno successivo. A quanto pare alla first lady i negoziati con l’Iran portano sfortuna, dal momento che quando sembrava potessero finalizzarsi tre settimane fa a Islamabad è stata costretta a difendersi pubblicamente dall’emergere di indiscrezioni devastanti sul suo conto.

E ora che le trattative si erano rivitalizzate ha visto il suo compleanno rovinato da questo coup de théâtre, definizione che preferiamo ad attentato dal momento che la sceneggiata aveva il solo scopo di intimidire Trump e altri convenuti al Washington Hilton Hotel.

Probabile che la telefonata di Putin servisse così a cercare di offrire un sostegno a Trump contro le tremende pressioni che sta subendo perché riprenda la guerra. Tale sviluppo disastroso, tra l’altro, è stato messo nero su bianco dal Centcom e avrebbe la forma di un attacco devastante breve ma intenso allo scopo di distruggere tutte le infrastrutture vitali dell’Iran per poi dichiarare vittoria e riporre le pistole nelle fondine.

Trump per ora ha optato per il prolungamento del blocco dello Stretto di Hormuz, una soluzione dilatoria che è certo illegittima quanto devastante per il mondo, ma sicuramente non quanto quella per cui spingono neocon e israeliani. In questo stallo, che purtroppo non promette nulla di buono, alcuni alti funzionari americani e israeliani dalla mente un po’ più lucida (non ci vuole molto) stanno esplorando e proponendo soluzioni alternative a un accordo con l’Iran che ad oggi appare davvero arduo, date le legittime richieste di Teheran e l’impossibilità di Trump di adire a un compromesso.

Così la Reuters di ieri: “Le agenzie di intelligence statunitensi stanno studiando come reagirebbe l’Iran se il presidente Donald Trump dichiarasse una vittoria unilaterale della guerra” e si ritirasse semplicemente. Un’opzione che sembra aleggiare anche in qualche mente israeliana meno offuscata dalle fumisterie in stile nuova Sparta.

Questi alti funzionari reputano che, in assenza di una guerra su larga scala, che al momento non all’orizzonte (ma…), a un’escalation limitata sarebbe preferibile un’intesa non dichiarata che stabilisca una “situazione ‘grigia’: una calma contro una calma, senza un accordo formale, con ciascuna parte che dichiara di aver raggiunto i propri obiettivi”.

Si deve tenere conto che anche solo la resistenza passiva di Trump e il fatto che, nonostante tutto, ancora persegua il dialogo con Teheran sta irritando non poco i circoli che premono per riprendere il conflitto. Questo, oltre ovviamente allo squilibrio mentale di cui è preda, è alla base delle dichiarazioni e delle pose muscolari e fuori registro dello stesso, tra cui la stralunata immagine AI in cui imbraccia un mitragliatore pubblicata ieri sui social.

Non è solo un modalità con cui esercita la massima pressione, che si aggiunge al blocco e al rafforzamento multilivello del contingente d’attacco, ma anche un modo per dare un contentino ai bellicosi circoli di cui sopra, per tentare di pararsi le spalle.

Non si tratta di giustificare alcunché, solo di cercare di fare un po’ di chiarezza in tanta oscura confusione, che lo squilibrio di Trump ovviamente non fa che incrementare. Confusione che aggrava il momentum del mondo, ovvio, ma che crea anche scompiglio tra i tanti guerrafondai che tramano nell’oscurità, magari ostentando regale lungimiranza.