Pochi giorni fa, la notizia dell’arresto (e del probabile infarto) di Esmail Qaani, comandante delle forze Quds iraniane, aveva fatto il giro del mondo. Lui, la possibile talpa di alto livello che avrebbe tradito il regime degli ayatollah, dando in pasto a Tel Aviv prima Hassan Nasrallah e poi il suo successore Hashem Safieddine. Una falla nel sistema che, se confermata, potrebbe far presagire un primo scardinamento dall’interno della Repubblica Islamica. Alla luce di questa news, tuttavia, alcuni pezzi del puzzle iraniano degli ultimi anni assumono una valenza differente, sebbene non ancora coerente.
1) La morte di Soleimani

Il 3 gennaio 2020 un attacco americano nei pressi dell’aeroporto di Baghdad mise fuori gioco il generale dei Quds Qasem Soleimani, trasformandolo in un martire iraniano dei nostri giorni. Il casus belli che avrebbe indotto l’amministrazione Trump a optare per l’eliminazione del generale sarebbe stata l’uccisione di un contractor americano in una base militare irachena, durante un bombardamento compiuto dalla milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah. Ma c’è di più: l’omicidio di Soleimani ha avuto una valenza simbolica, un messaggio affatto subliminale all’Iran, ai suoi proxy in Libano e nello Yemen, ma soprattutto all’establishment di Teheran.
Uno dei corollari più importanti della morte di Soleimani è stata senza dubbio la sua successione, che ha portato sul suo trono proprio Qaani, vicecomandante dei Quds dal 1997. Un uomo schivo, noto per l’incapacità di parlare arabo e l’idiosincrasia per le relazioni pubbliche. Se la morte di Soleimani ha permesso l’ascesa di Qaani è più che legittimo chiedersi se non sia stato quello il momento della lenta e paziente tessitura di un piano da parte di Tel Aviv, a mezzo dei suoi alleati.
2) La strana morte di Ebrahim Raisi

Erano passate da poco le 15.00 italiane del 19 maggio scorso quando sui media internazionali ha cominciato a diffondersi la voce di un incidente occorso a un elicottero del convoglio del presidente iraniano Ebrahim Raisi, di ritorno da una visita in Azerbaijan. La tensione nell’area si taglia con il coltello: il 7 ottobre in Israele e gli attacchi reciproci Tel Aviv-Teheran sono già alle spalle. In un contesto di destabilizzazione tale, la morte di Raisi mette in subbuglio un’intera nazione, sollevando anche interrogativi sulle prospettive future del leader supremo Ali Khamenei. Due mesi dopo la misteriosa scomparsi di Raisi-imputata alla vetustà del suo velivolo e al maltempo-Masud Pezeshkian prende il suo posto. L’ex chirurgo costituisce una figura ibrida tra spinte “moderate” (è stato spesso critico sull’obbligo del velo per le donne) e l’atteggiamento da fedele alla linea: si è, infatti, anche espresso a sostegno dei principi della Repubblica Islamica e ha insistito sul fatto che le politiche stabilite dalla Guida suprema debbano essere seguite.
2) La morte di Nasrallah e Safieddine
Quando Qassem Soleimani morì, sua figlia minore Zeinab– un tempo praticamente sconosciuta come personaggio pubblico- venne fuori come la più ardente devota del padre, desiderosa di essere martirizzata assieme a lui. Sei mesi dopo la morte del padre, Zeinab sposa Riza Safieddine, figlio del cugino e successore di Nasrallah, Safieddine. Il matrimonio, presumibilmente combinato, unisce in un importante legame di potere e di sangue Libano e Iran, Quds ed Hezbollah, oltre che due importanti dinastie di pezzi da novanta nel Medio Oriente allargato. Ne fu una prova il momento in cui, al funerale del padre, Zeinab chiese a Nasrallah, al leader ribelle Houthi yemenita Abdalmalek Houthi e al presidente siriano Bashar al-Assad, che chiamò “zii”, di vendicarsi dell’attacco a suo padre, diventando la prima donna a rivolgersi a una congregazione di preghiera guidata da Khamenei.
Autunno 2024. In una manciata di giorni le Idf israeliane, con una serie di raid, uccidono prima Nasrallah e poi suo cugino Safieddine, destinato a prendere il suo posto. Nelle prime ore dall’attacco che avrebbe ucciso Safieddine, si era ipotizzato che fra le macerie del bunker di al-Marija, nel quartiere Dahiyeh a Sud di Beirut, si trovasse anche Qaani. Il comandante dei pasdaran era arrivato in Libano due giorni dopo l’uccisione di Nasrallah, accompagnato da diversi comandanti dell’IRGC e da altre figure “per valutare la situazione sul campo“. Secondo quanto ha riportato Middle East Eye, Qaani avrebbe dovuto partecipare alla riunione del Consiglio della Shura su invito di Safieddine il giorno dell’attacco che lo ha ucciso, ma si sarebbe scusato, ritirandosi improvvisamente dall’incontro poco prima che iniziasse. Dopo l’attacco, ogni contatto con lui è rimasto interrotto per due giorni.
4) Gli attacchi reciproci Iran-Israele non sono mai stati realmente letali

Tra l’aprile e l’ottobre di quest’anno, Iran e Israele hanno avuto ogni tipo di occasione per scatenare attacchi letali. Se, da un lato, la potenza di fuoco iraniana non sarebbe comparabile con quella israeliana (tantomeno Teheran può permettersi di cedere alla guerra aperta), Tel Aviv avrebbe potuto scatenare attacchi molto più virulenti: questo però, continua a non accadere, eccezion fatta per il colpo che ha ucciso Ismail Haniyeh e della trovata dei cercapersone di Hezbollah. Gli attacchi reciproci ci hanno abituato a una sorta di copione prestabilito: preavvisi di vario genere, una sfuriata con tanto di salve di missili e droni, la promessa di rappresaglia, l’attesa infinita come guerra psicologica. Perché? E soprattutto, se fosse verificata l’ipotesi del tradimento di Qaani, quale Iran sta combattendo contro Israele in questo momento?
5) L’ambigua frase di Netanyahu: “Iraniani, presto sarete liberi”
Mentre Benjamin Netanyahu riflette ancora sulla vendetta da servire a Teheran dopo gli ultimi attacchi, una sua frase di alcuni giorni fa seguita ad apparire sinistra. Rivolgendosi insolitamente al popolo iraniano, il premier israeliano ha tuonato così: “Quando l’Iran sarà finalmente libero, e quel momento arriverà molto prima di quanto la gente pensi, tutto sarà diverso. I nostri due antichi popoli, il popolo ebraico e il popolo persiano, saranno finalmente in pace. I nostri due paesi, Israele e Iran, saranno in pace“. A chi stava parlando Netanyahu? E perché questo riferimento alla libertà degli iraniani, invece di utilizzare il consueto gergo di guerra rivolto ai nemici di Israele?
In questi quattro anni, di indizi è lastricata la strada che da Tel Aviv porta a Teheran. Dettagli grandi e piccini, coincidenze singolari, incongruenze, in un enorme calderone che ribolle. Ma anche gli indizi, messi assieme, possono diventare prove…

