I venti di guerra continuano a spirare nel Golfo Persico. E l’escalation fra Iran e il blocco guidato dagli Stati Uniti (Israele in testa) non sembra destinata a concludersi almeno nell’immediato. Se l’attacco da parte di Washington è stato fermato per la scelta di Donald Trump e per i timori del Pentagono di incendiare il Medio Oriente, la tensione continua a salire. E le notizie che giungono da Teheran e da Tel Aviv non sono certo favorevoli all’abbassamento dei toni. Anzi, adesso il timore è che sia la Repubblica islamica che i suoi rivali siano arrivati a un vero e proprio punto di svolta.

L’annuncio dato dal governo iraniano è uno di quelli che possono modificare radicalmente la percezione dell’Iran. L’esecutivo persiano ha annunciato di aver superato il limite di scorte di uranio arricchito previsto dall’accordo del 2015. Con questa mossa, Teheran si mette per la prima volta nella posizione di essere considerata formalmente in violazione dell’accorso sul programma atomico. E la notizia, data direttamente dal ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha scatenato una serie di reazioni internazionali che vanno dall’inquietudine alla profonda preoccupazione. Un annuncio confermato anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea): “Possiamo confermare che il direttore generale del’Aiea, Yukiya Amano, ha informato il Consiglio dei Governatori che il primo luglio l’Agenzia ha verificato che le riserve totali di uranio arricchito dell’Iran hanno superato il limite stabilito nell’accordo”. Questa volta quindi non è più una minaccia. Teheran ha agito.

Il concetto espresso dall’Iran è semplice: non è una sfida nei confronti del mondo ma una reazione a quanto compiuto dagli Stati Uniti in questi anni. Per il governo mediorientale, la produzione di uranio arricchito oltre il limite consentito è solo il frutto delle decisioni degli Stati Uniti, che sino ritirati unilateralmente dall’accordo Jcpoa del 2015. E quello di oggi è soltanto uno dei passi annunciati dall’Iran l’8 maggio per risposta alle nuove reazioni internazionali. Hassan Rouhani, in un discorso trasmesso in televisione, del Paese, aveva detto che i punti 26 e 36 dell’accordo sul programma nucleare prevedono la possibilità che l’Iran riduca i suoi impegni se le altre parti dell’accordo non lo rispettano. “Non manterremo l’arricchimento dell’uranio al 3,67% e completeremo noi stessi il reattore ad acqua pesante di Arak”, aveva dichiarato Rouhani. Un annuncio che aveva destato da subito molta preoccupazione perché il sito di Arak è quello che la comunità internazionale ritiene il più adatto per l’estrazione di plutonio arricchito dal combustibile esaurito. Producendo quindi l’atomica.

La reazione del mondo non si è fatta attendere. Il Regno Unito e l’Unione europea hanno chiesto di compiere ogni tentativo per fermare questa crisi diplomatica e abbassare immediatamente i toni. La Russia, attraverso il vice ministro degli Esteri, Sergey Riabkov ha espresso “dispiacere” per l’annuncio dell’Iran parlando però di “conseguenza naturale dei fatti recenti”, in riferimento all’escalation del Golfo Persico. Dagli Stati Uniti non sono arrivate immediate reazioni di fuoco. Soltanto dopo alcune ore è arrivata la prima dichiarazione del presidente che ha detto ai giornalisti che “l’Iran sta giocando con il fuoco”. E il portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, ha detto: “Il regime deve porre fine alle sue ambizioni nucleari e al suo comportamento malvagio”.

Ma è soprattutto da Israele che sono arrivate (come ovvio) le reazioni più dure. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è rivolto agli Stati europei chiedendo a tutti di imporre sanzioni all’Iran: “Vi siete impegnati ad agire non appena l’Iran avesse violato l’accordo nucleare”, ha detto il premier israeliano, che ha concluso: “Quindi vi dico, fatelo, fatelo e basta”.

Parole dure che si uniscono a quelle dei servizi segreti israeliani sugli attacchi alle petroliere nel Golfo dell’Oman. Il capo del Mossad, Yossi Cohen, intervenendo alla conferenza sulla sicurezza di Herzliya, vicino Tel Aviv, non lascia dubbi sul pensiero del governo dello Stato ebraico riguardo alla crisi del Golfo Persico “Vi posso assicurare, secondo le nostre fonti e le migliori fonti occidentali, che l’Iran è dietro i recenti attacchi nel Golfo”. Non si sa se Choen si rivolgesse agli attacchi del 13 maggio al largo degli Emirati arabi uniti o a quelli del 12 giugno nel Golfo dell’Oman. Ma quello che è certo, è che per Israele la regia dell’Iran è evidente. Un’accusa che, dopo l’annuncio di Teheran, rischia di aumentare il livello dello scontro. Perché l’asse fra amministrazione usa e governo israeliano è forte. E i recenti attacchi israeliani in Siria hanno dimostrato che per Netanyahu il superamento della linea rossa decisa dal suo esecutivo si traduce in una reazione che prescinde dalle idee del mondo e dai pericoli provocati da una potenziale escalation.

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