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“Il mondo geopolitico è cambiato enormemente nel corso di una generazione, ma questo non è niente in confronto ai cambiamenti nella tecnologia, e l’Esercito americano deve tenere il passo per difendere la nazione”. Con questa frase si è aperta una videoconferenza del generale Mark A. Milley, capo di Stato maggiore della Difesa Usa, che ha toccato una vasta gamma di argomenti durante il suo intervento con Michael O’Hanlon della Brookings Institution, pochi giorni fa.

Il generale ha preso servizio negli anni ’80 e durante la sua carriera ha attraversato tutti i cambiamenti epocali che si sono susseguiti a cavallo tra due secoli: dalla fine della Guerra Fredda e del confronto politico/militare con l’Unione Sovietica, che, allora, si pensava fosse durato per un tempo indefinito, sino all’insorgere dei conflitti asimmetrici, passando per la fine del mondo unipolare venutosi a creare proprio per via del termine della contrapposizione in blocchi e terminando col (ri)sorgere di vecchie e nuove potenze avversarie.

Il generale lo dice esplicitamente: “Noi, i militari, eravamo completamente impegnati nel mezzo di quella che pensavamo fosse una Guerra Fredda quasi senza fine con l’Unione Sovietica” sottolineando come quello fosse un mondo geopolitico fondamentalmente molto diverso da quello attuale. Oggi esistono dei “poli” di potere che si accompagnano, e in molti casi sfidano, la supremazia statunitense nel campo economico, politico e militare globale: basti pensare all’Unione Europea, ad alcuni grandi Paesi in via di sviluppo come il Brasile o l’India, e, ovviamente, alla Russia e alla Cina, che rappresentano oggi i veri antagonisti degli Stati Uniti in tutti i settori.

Questo nuovo assetto geopolitico si è accompagnato, e vi è anche intimamente legato per certi versi, a un progresso nella tecnologia che ha rivoluzionato la nostra vita quotidiana e pertanto anche l’ambito militare: Milley ha fatto notare che la prima e-mail in assoluto fu inviata nel 1970, mentre all’inizio degli anni ’90 arrivarono i primi siti web, passano pochi anni ancora per giungere al 2008 quando sono stati prodotti i primi smartphone che ci hanno permesso non solo di essere costantemente connessi con i nostri contatti ovunque essi siano, ma anche di avere “il mondo a portata di mano” attraverso il web con la possibilità di interagire con altri strumenti a distanza tramite delle semplici applicazioni.

Il generale l’ha definita “un’esplosione nella tecnologia dell’informazione” che non esisteva quando prese servizio nell’U.S. Army. Proprio l’informazione globalmente usufruibile e, per molti versi, “senza regole”, è uno dei domini che più si è modificato negli ultimi 40 anni di confronto tra potenze: la info war che spesso viene chiamata in causa in questioni elettorali (non solo americane, vedere il caso Bielorussia), rappresenta sicuramente un ambito essenziale della nuova guerra ibrida (nella terminologia anglossassone Hybrid Warfare) che è entrata prepotentemente nell’agenda politica e degli Stati maggiori dei Paesi del mondo, siano essi grandi potenze globali come Russia, Cina o Stati Uniti, o realtà più regionali come Iran, Turchia, India, Australia ecc.

Proprio i progressi generalizzati nella tecnologia sono stati il motore che ha ridotto il vantaggio statunitense rispetto alle potenze sue avversarie e non. A questo fenomeno è legata un’altra causa molto più contingente rappresentata dal cambio dottrinale della strategia militare degli Usa connessa all’insorgere della necessità di affrontare il terrorismo di matrice islamica, che si è sviluppato a macchia di leopardo in diverse regioni di Asia, Medio Oriente e Africa, pur facendo parte di una rete ideologica unica e, per questo, interconnessa.

Questo fenomeno, che perdura da più di un ventennio volendo farlo genericamente coincidere con il primo, non riuscito, attacco alle Torri Gemelle di New York del 1993, ha spostato l’asse militare statunitense verso i conflitti asimmetrici, causando quindi, parallelamente, l’abbandono delle logiche di contrapposizione militare verso le forze convenzionali di uno Stato avversario: un esempio lampante in questo senso, che ancora il Pentagono sta pagando con un tributo pesante per quanto riguarda l’usura di uomini e mezzi, è la decisione, maturata proprio tra la fine degli anni ’90 e il primo decennio dei 2000, di non procedere al completamento dell’ordine di acquisto dei caccia di quinta generazione F-22 Raptor, che ora sono in servizio nell’U.S. Air Force in 186 esemplari a fronte dei 648 originariamente previsti, che oggi farebbero molto comodo agli Stati Uniti per coprire le necessità globali di proiezione di forza e mantenimento della supremazia aerea.

Mentre gli Stati Uniti erano impegnati a livello globale in questo conflitto asimmetrico di “counterinsurgency” (controinsurrezione), Russia, Cina, ma anche in tono minore e con scopi differenti i Paesi dell’Ue e altri come l’India, non sono certo rimasti a guardare. Il generale, infatti, afferma che oggi, l’Esercito americano è “straordinariamente capace” e potente in tutti i domini della guerra “ma ciò che è importante sapere, e riconoscere come un dato di fatto, è che il divario tra noi e i potenziali avversari – Cina o Russia, per esempio – si sono ridotti e chiusi un po’ negli ultimi 10, 15, 20 anni”.

Un divario che si è ristretto grazie alla corsa verso nuove tecnologie in cui gli Stati Uniti hanno perso un po’ di terreno, ricorda Milley, ma che vede Washington ancora in testa, sebbene con prospettive future di mantenere questo vantaggio non più certe.

“Direi che il paese che padroneggia tutte quelle tecnologie e sviluppa indirizzi militari appropriati con le organizzazioni appropriate e il corretto sviluppo della leadership avrà un vantaggio decisivo nel prossimo conflitto”, sono state le parole del generale, il quale porta l’esempio della Cina, che ormai da tre lustri, è sotto osservazione da parte di Washington che la considera tra i Paesi che più minacciano la politica statunitense, come ricordato anche nell’ultima National Defense Strategy.

Cina e Stati Uniti, sottolinea nel suo intervento, hanno economie concomitanti e potenti e trovandoci in un mondo multipolare diventa tutto automaticamente più complesso, quasi per definizione, e più dinamico. Quindi, ribadisce, “questa è una condizione in cui ci troviamo e che probabilmente rimarrà per un periodo di tempo considerevole”.

Nuove tecnologie significa nuove tattiche di impiego, e questo è forse uno degli svantaggi più sensibili che toccano l’ambito della Difesa statunitense: se durante gli anni ’90 gli Stati Uniti potevano vantare la supremazia assoluta iniziale nel campo, ad esempio, degli armamenti “intelligenti” – ovvero missili e bombe guidate – e potevano dedicarsi a progettare velivoli avveniristici rivoluzionari mai visti sul campo di battaglia – in una parola erano il faro che guidava il progresso tecnologico – ora questo status quo è leggermente cambiato e si trovano, in alcuni campi, a dover “inseguire” gli avversari.

Il pensiero va, ad esempio, alla tecnologia ipersonica, sviluppata e giunta a risultati concreti da Russia e Cina per prime. Gli Stati Uniti, che pure avevano sviluppato per primi dimostratori di vettori ipersonici, sono rimasti al palo proprio per il cambiamento di dottrina strategica che si era rivolta all’eliminazione della minaccia “asimmetrica”: perché spendere miliardi di dollari per sistemi costosi e assolutamente rivoluzionari quando bastava utilizzare ciò che si aveva già negli arsenali se pur con tattiche diverse per colpire terroristi organizzati “tribalmente”?

Ora che questa tipologia di minaccia è passata in secondo piano, e lo è diventata proprio per via dei progressi tecnologici raggiunti dalle potenze avversarie degli Stati Uniti, è tornato impellente – e forse tardivo – il bisogno di un approccio dottrinale più convenzionale basato su armi “non convenzionali”. La tecnologia ipersonica, infatti, diventerà presto – ammesso che non lo sia già diventata – un ambito a sé: pertanto si parlerà di Hypersonic Warfare come si parla di Electronic Warfare o Antisom Warfare. Non si tratta, infatti, solo di missili da crociera capaci di volare a velocità mai raggiunte prima (superiori, anche di molto, a Mach 5), ma anche di sistemi legati ai missili balistici intercontinentali e non (i veicoli di rientro tipo Hgv – Hypersonic Glide Vehicle) capaci, proprio per le loro caratteristiche (anche di manovrabilità legate quindi a un certo grado di intelligenza artificiale), di eludere le difese antimissile statunitensi e della Nato.

Una vera e propria rivoluzione che tocca pertanto tutti gli ambiti del campo di battaglia: da quello terrestre a quello navale passando per quello nucleare strategico o tattico convenzionale. Una rivoluzione tecnologica a cui farà seguito – una volta che saranno messi a punto i sistemi “anti-ipersonici” – inesorabilmente, una rivoluzione dottrinale e quindi porterà con sé un profondo cambiamento nel concepire i conflitti moderni, anche alla luce della guerra ibrida così prepotentemente assurta a metodologia di contrasto “in tempo di pace” tra gli Stati.

Parallelamente la rivoluzione ipersonica è stata affiancata da quella robotica e cibernetica: come affermato giustamente dal generale sarà possibile, un giorno, che sul campo di battaglia siano presenti armamenti (Mbt, unità navali sottili e velivoli) robotizzati, autonomi, dotati di intelligenza artificiale che permetteranno anche (in caso) di eliminare l’elemento umano di controllo sull’arma stessa, mentre già ora è possibile, attraverso il web, colpire software di installazioni civili e militari avversarie minandone la capacità o mettendole anche fuori servizio. Milley ha però tenuto a sottolineare che questa esclusione dell’uomo dal sistema d’arma “non sto dicendo che succederà, ma è teoricamente possibile” terminando il suo intervento affermando anche come “sia ragionevole pensare che a un certo punto tra la metà e la fine degli ’20 anni ’30, all’inizio ’40, forse verso la metà del secolo si inizierà a vedere un uso reale e significativo di queste tecnologie e combinazioni da parte delle società avanzate”.

Gli Stati Uniti pertanto, secondo il Csm Difesa Usa, e anche a livello oggettivo, sono ancora il Paese leader per potenza militare, ma il vantaggio tecnologico, accumulato durante gli anni della Guerra Fredda, si è andato via via assottigliandosi per una motivazione contingente ben precisa che ha permesso ai suoi avversari di concentrarsi nella ricerca in nuovi e avveniristici ambiti in cui il Pentagono è rimasto indietro: il concentrare risorse, per quasi 20 anni, nei conflitti asimmetrici “dimenticandosi” di quelli convenzionali, che solo negli ultimi anni sono tornati al centro dell’agenda politico/militare di Washington.

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