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L’estate del 2014 è stata uno dei punti di svolta nella lotta al terrorismo internazionale, in particolare per fermare l’avanzata del neo proclamato Califfato. Quell’estate è stata consegnata alle cronache soprattutto per le persecuzioni avvenute nel nord dell’Iraq contro la comunità yazida, nei pressi del massiccio di Sinjar. Le immagini mostravano profughi stremati tra le fenditure della roccia salvati a fatica dagli elicotteri di Baghdad. In quel clima, gli Usa decisero di tornare a impegnarsi in Iraq dopo il disimpegno di tre anni prima. Ma questa volta senza “Boots on the ground”, niente soldati, solo appoggio aereo.

Seguendo le indicazione del comando centrale dell’aviazione americana (Afcent) è bene ricordare che con la parola raid non si intende una singola operazione. Anzi l’Afcent ha specificato che mediamente ogni singolo strike prevede il lancio di 3,64 armi. Gli stessi alleati della coalizione hanno più volte chiarito che per ogni singola sortita i target erano più di uno. Prendiamo il caso americano. Secondo i documenti ufficiali dell’aviazione statunitense l’operazione Inherent Resolve è stata portata avanti con 75.379 sortite e il lancio di 107.814 armi.

L’osservatorio Airwars ha cercato di monitorare anche il numero di civili che hanno perso la vita nei raid. Le loro rilevazioni al 31 maggio 2018 stimavano che tra 6.321 e 9.712 persone avessero perso la vita a causa dei raid della coalizione. Tra questi si stima che almeno 1.294 bambini e 817 donne siano stati uccisi mentre altre 4.742 persone siano state ferite. Per il momento, l’alleanza anti-Daesh si è limitata solo a confermare solo 892 decessi.

Il peso della coalizione voluta da Barack Obama alla fine è ricaduto in larga parte sugli Stati Uniti. Circa il 68,4% di tutti i bombardamenti è stato infatti a carico dell’aviazione statunitense. I dati disponibili, aggiornati al 24 aprile del 2017, dicono che fino a quel momento il Regno Unito era stato il primo “azionista” della coalizione (1.368 raid), seguito da Francia (1.274), Australia (620), Olanda (492), Belgio (370), Danimarca (258) e Canada (246). 

Inizialmente, almeno fino al luglio del 2017, la maggior parte degli sforzi è stata concentrata in Iraq, salvo poi osservare uno sbilanciamento verso la Siria. In realtà già nell’autunno del 2014 gli aerei americani iniziarono a volare nei settori nordorientali del Paese, sorvolando le aree dello Stato islamico e quelle del  Rojava curdo. In quell’occasione fu determinante l’apporto americano alla battaglia di Kobane, uno degli snodi della guerra che dimostrò come l’Isis fosse vulnerabile. In generale in Iraq gli obiettivi più colpiti sono stati la città di Ramadi, conquistata dall’Isis nel 2015, Mosul, capitale virtuale del Califfato e le montagne di Sinjar. In Siria invece gli attacchi si sono concentrati sullo spazio aereo in mano alle Forze democratiche siriane che va da Manbij, dove sono presenti soldati Usa, a Dir Ezzor e al confine iracheno, dovesi combattono le ultime sacche dell’Isis.