Guerra /

Quando la “nebbia di guerra” cala su uno scenario di tensione internazionale è sempre difficile distinguere tra propaganda e realtà. Spesso anche la regola aurea che afferma di osservare i fatti invece di limitarsi ad ascoltare le dichiarazioni delle parti in causa non serve per avere un quadro chiaro della situazione, proprio perché esistono meccanismi di mascheramento delle intenzioni che sfruttano le medesime risorse mediatiche odierne che ci permettono di andare al di là delle semplici parole.

La Russia, da questo punto di vista, è sempre stata maestra di tattica: maskirovka e dezinformatsiya, mascheramento e disinformazione, vengono usate disinvoltamente da Mosca per confondere l’avversario e fornire false informazioni ma anche in modo attivo sino ad arrivare all’uccisione di personalità politiche e al rovesciamento di governi legittimi.

Si parla spesso, e a volte impropriamente, di guerra ibrida russa, senza considerare che la Russia utilizza gli stessi strumenti di sovversione, disinformazione e pressione economica che vengono utilizzati da sempre nel contesto dei conflitti moderni che non prevedono l’utilizzo di risorse militari. Semmai, ed in questo il generale Valery Vasilyevic Gerasimov è stato un innovatore aggiornando il modello di Hybrid Warfare precedentemente messo a punto negli anni ’90 da Gareev e Slipcenko, è l’aspetto politico quello che più incide nella guerra di nuova generazione ed è solo grazie a questa formulazione che, ad esempio, vengono per la prima volta nominati i corpi paramilitari e le Pmc (Private Military Companies) in modo aperto come strumenti essenziali di questa dottrina.

Gli strumenti politici, quindi, hanno una posizione di primo piano nei contrasti contemporanei tra nazioni, con quelli militari propriamente detti (fatta esclusione quindi dei proxy e dei contractor) che passano sullo sfondo, come una sorta di ultima ratio per risolvere un conflitto.

Proprio la politica stessa diventata, grazie ai social network e al web, capace di entrare in tempo reale non solo nelle nostre case ma anche nel consesso diplomatico internazionale, è la principale attrice del contrasto ibrido attraverso i media, utilizzati come moltiplicatori di forza, al punto da prestarsi – ma sarebbe meglio dire inscenare – una guerra di informazioni, anche detta Infowar.

L’attuale contrasto per l’Ucraina non ha fatto eccezioni. Ne sono un esempio le parole di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che riguardo alla data per il possibile attacco riferita da Washington ha detto, sui social, che “il 15 febbraio 2022 passerà alla storia come il giorno in cui la propaganda occidentale per la guerra è fallita. Umiliati e distrutti senza sparare un colpo”. Sempre la Zakharova, qualche giorno fa, dal suo canale Telegram riportava quelli che, secondo Mosca, sono “esempi di pubblicazioni di una campagna di disinformazione su larga scala da parte dei media occidentali che promuovono la tesi sulla presunta imminente invasione russa di Ucraina”. Nel calderone di quelle che sono state indicate “fake news” sono finite testate come Bild, Bloomberg, il Guardian e il Washington Post. La portavoce, nello stesso post, rincara la dose affermando che “una menzione speciale merita la posizione dei funzionari occidentali nel contesto di una massiccia campagna di disinformazione contro la Russia. Evitano di dargli una valutazione adeguata in ogni modo possibile, confermando così essenzialmente il loro coinvolgimento nelle fake news”. Addirittura la Zakharova parla di “cospirazione” delle autorità dei Paesi occidentali e dei media per intensificare la tensione sull’Ucraina attraverso la diffusione massiccia e coordinata di false informazioni per interessi geopolitici, in particolare, al fine di “distogliere l’attenzione dalle proprie azioni aggressive”.

In questa narrazione russa, che, va detto, è stata facilitata da alcuni media occidentali un po’ troppo alla ricerca dello scoop sensazionalistico, ha trovato spazio, sempre oggi, il britannico The Sun, che, riportando fonti anonime di intelligence statunitensi, afferma che la Russia invaderà l’Ucraina alle ore una della notte del 16 febbraio, scatenando i commenti ironici dei russi.

Da parte occidentale lo strumento principale di questa guerra di informazioni, oltre ai comunicati del dipartimento di Stato – a onor del vero ostentanti un po’ troppa sicurezza – secondo cui Mosca colpirà prima della fine dei giochi invernali (il 20 febbraio prossimo), sono state proprio le fonti open source di intelligence – spesso inconsapevoli – che vengono rilanciate dai maggiori quotidiani per evidenziare i movimenti di truppe e mezzi russi ai confini con l’Ucraina. L’obiettivo politico sembra quasi quello di voler smascherare, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, le vere intenzioni di Mosca, però, come abbiamo già avuto modo di dire, si tratta di un’arma a doppio taglio in quanto proprio Mosca sa maneggiare abilmente certi dati per il proprio tornaconto, pertanto qualsiasi informazione arrivi via fonti open source, che siano immagini satellitari (ovviamente da compagnie private), filmati ripresi da osservatori casuali, o dichiarazioni ufficiali o semiufficiali, vanno attentamente valutate e analizzate come uno dei tanti tasselli di un mosaico più vasto, di cui, è bene sottolinearlo, ce ne mancherà sempre la maggior parte, non avendo accesso diretto a fonti di intelligence di tipo militare.

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