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Tutto è partito con il tragico attentato di martedì 22 aprile nella località turistica di Pahalgam, nel Kashmir controllato dall’India. La regione, per l’appunto, è quella di Jammu e Kashmir e unisce nella stessa unità amministrativa due aree tanto diverse quanto instabili: Jammu è infatti a maggioranza induista, il Kashmir è invece a maggioranza musulmana. Colpire nell’area induista è stato interpretato dal governo indiano come un grave avvertimento nei propri confronti. E subito il dito è stato puntato contro il Pakistan, il vicino che controlla una parte del Kashmir ma che, esattamente come l’India, vorrebbe controllare per intero la regione. Si è così arrivati, nel giro di appena una settimana, a una delle escalation più temibili a livello internazionale. Tanto l’India quanto il Pakistan sono infatti, ed è bene ricordarlo, potenze nucleari.

Le prime ritorsioni diplomatiche

Nerandra Modi, appena saputo dell’attentato, è tornato subito nel suo ufficio di New Delhi e ha anticipato la chiusura della sua visita di Stato in Arabia Saudita. Questo basta per comprendere l’importanza data dal governo indiano all’episodio. Del resto, l’attacco di Pahalgam ha segnato un inquietante salto di qualità del terrorismo locale. Non solo, come detto, si è colpita un’area a maggioranza induista ma sono stati presi di mira civili e turisti. Sono state almeno 28 le persone che hanno perso la vita durante la sparatoria animata dalla furia omicida degli assalitori. Modi ha così deciso di reagire subito. Da un lato, a livello interno, ha inviato rinforzi nell’area di Jammu e Kashmir per stanare diverse cellule terroristiche radicate da tempo sul territorio.

Ma, soprattutto, Modi ha scelto di non perdere tempo nel reagire anche a livello estero. Il suo governo ha indicato nel Pakistan il responsabile. Da Islamabad hanno risposto di non aver nulla a che fare con l’attentato e, tra le altre cose, hanno sottolineato che l’area dell’attacco è distante 500 km dal confine. Da New Delhi però, sulla scia anche dell’attentato, non si è disposti a fare concessioni o credere nelle buone intenzioni. Il governo indiano non ha creduto alle smentite da parte pakistana e già il 24 aprile ha attuato le prime ritorsioni diplomatiche. Via diversi funzionari dell’ambasciata, chiusura dei confini e, soprattutto, sospensione del Trattato sull’Indo. Forse il documento più importante relativo ai rapporti burrascosi tra India e Pakistan, in quanto nel testo viene regolamentato il comune sfruttamento delle acque dell’Indo. E infatti da Islamabad la risposta è stata chiara: “Se l’India devia il corso dell’Indo – si legge in una nota del governo pakistano – per noi questo è atto di guerra“. Successivamente, il Pakistan ha chiuso lo spazio aereo alle compagnie indiane e ha espulso diversi diplomatici di New Delhi.

Le avvisaglie di uno scontro diretto

Dalle minacce diplomatiche però, ben presto si è passati anche alle minacce di uso della forza. Tra sabato e domenica, per la verità, si è andati oltre le minacce. Lungo la linea di contatto, ossia il confine provvisorio tracciato dopo la guerra indo-pakistana del 1971, sono stati uditi intensi scambi di colpi di arma da fuoco tra le parti. Non è stata usata artiglieria pesante, ma potrebbe essere solo questione di tempo prima che gli scontri si facciano più importanti. Dal Pakistan negli ultimi giorni sono arrivate immagini di carri armati inviati per via ferroviaria verso la linea di contatto. Uomini e mezzi stanno raggiungendo le aree più calde in queste ore e gli stessi movimenti stanno coinvolgendo anche le aree indiane, situate al di là della linea.

Ciò che preoccupa al momento è che nessuna delle parti pare disposta a fare passi indietro. Il governo indiano da giorni ripete che è pronto “a qualsiasi evenienza” per proteggere la regione, discorsi dello stesso tenore arrivano da Islamabad: “Le nostre testate atomiche – ha dichiarato il ministro pakistano dei trasporti, Hanif Abbasi – non sono custodite negli arsenali per decorazione. Sono state fatte contro l’India”.

La posizione (geografica) di Islamabad

Non è certo la prima volta che India e Pakistan arrivano vicini a uno scontro diretto, il quale peraltro ha già avuto luogo in almeno tre occasioni: nel 1947, nel 1965 e nel 1971. Entrambi i Paesi vogliono per intero il Kashmir, considerandolo come una propria regione. Le tensioni non sono mai state assorbite del tutto e oggi si è al cospetto così di un nuovo grande duello militare. Sia India che Pakistan investono molto sull’area contesa, ma per capire come mai il governo pakistano ha subito mobilitato truppe e ha agitato lo spettro de proprio arsenale atomico, occorre guardare una mappa: se per l’India un conflitto avrebbe risvolti locali, per il Pakistan invece è in ballo la stessa sopravvivenza. Islambad, la capitale, è molto vicina alla linea di contatto e la guerra dunque non riguarderebbe porzioni periferiche del territorio. Se qualcosa dovesse andare storto, le truppe indiane potrebbero avvicinarsi pericolosamente nel cuore del potere pakistano.

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