I recenti scontri tra India e Pakistan che si sono svolti nella regione contesa del Kashmir hanno riportato al centro dell’interesse internazionale non solo un’annosa diatriba sulla sovranità dell’area in questione, “congelata” attraverso la divisione provvisoria della regione in due parti separate dalla LoC (Line of Control) nel 1972, ma soprattutto hanno risvegliato i timori che i due Paesi asiatici possano venire coinvolti in un’escalation militare a spirale culminante con l’utilizzo dei rispettivi arsenali atomici.

Gli scontri a fuoco, che hanno avuto il loro parossismo nel bombardamento di posizioni di terroristi nel Kashmir pakistano da parte dell’Aeronautica Indiana – che non era mai intervenuta in azioni simili dalla guerra del 1971 – hanno corso il serio rischio di far degenerare la situazione qualora si fossero estesi anche alla popolazione civile oppure fossero stati propedeutici ad un’azione armata di più ampio respiro che avesse coinvolto anche le truppe di terra.

L’escalation è stata momentaneamente scongiurata, come è spesso accaduto durante le innumerevoli scaramucce di confine tra i due Paesi, anche per le pressioni diplomatiche di quelle potenze che, in questo periodo storico, si stanno confrontando acremente in tutto lo scacchiere asiatico sebbene – per il momento – non ancora con l’uso della forza militare: la Cina e gli Stati Uniti.

Ma cosa sarebbe successo se una delle due parti avesse compiuto il classico “passo più lungo della gamba”? Probabilmente lo scenario di un conflitto aperto, di una guerra guerreggiata, sarebbe presto degenerato nell’utilizzo dei rispettivi arsenali atomici in quanto sia l’India sia il Pakistan hanno un buon numero di testate a loro disposizione sebbene differiscano nella rispettiva dottrina di impiego.

Gli arsenali atomici di India e Pakistan

Prima di addentrarci nella narrazione di uno scenario simile occorre fare il punto sugli arsenali atomici di India e Pakistan. I due Paesi differiscono di molto nell’organizzazione e nella dotazione delle proprie Forze Armate ed in caso di una guerra convenzionale – come quella del 1971 – la schiacciante superiorità dei mezzi dell’India, numericamente e qualitativamente superiori, permetterebbe a Nuova Delhi di avere ragione di Islamabad nel giro di poche settimane, se non di giorni. Per questo motivo e sull’onda emotiva della guerra del 1971, dove il Pakistan oltre a perdere 90mila uomini fatti prigionieri perse anche i suoi territori occidentali – divenuti in seguito il Bangladesh – il governo pakistano ha intrapreso la strada dell’atomica.

L’India, dal canto suo, negli anni immediatamente successivi alla guerra e per contrastare la sempre maggiore influenza cinese in tutto il continente asiatico e nell’Oceano Indiano, il “giardino di casa” di Nuova Delhi, ha promosso e ottenuto un efficace strumento di deterrenza nucleare che si basa principalmente su missili balistici a raggio medio e intermedio e su Slbm lanciati da sottomarini nucleari. Di rimando il Pakistan soprattutto a partire dagli anni ’90 del secolo scorso ha sviluppato la propria “triade” atomica che ora può rivaleggiare con quella indiana.

India

Attualmente si stima che l’India sia in possesso di un numero di testate nucleari compreso tra le 130 e 140 – ed una produzione di plutonio che le permetterebbe di aggiungerne tra le 20 e le 60 – montate su diversi vettori che comprendono missili balistici a raggio corto, medio e intermedio, missili balistici lanciabili da sottomarini, missili da crociera e bombe a caduta libera. Un missile balistico intercontinentale è attualmente in fase di sviluppo.

La famiglia di missili principale dell’arsenale indiano è quella dell’Agni, che nelle sue varie versioni abbraccia tutto lo spettro del raggio d’azione compreso tra i 700 e gli 8mila chilometri. Operativi sono tre di questi missili: l’Agni-1, un Srbm da 700/1200 chilometri di gittata totalmente mobile ed in grado di portare una testata atomica da 20 o 45 kilotoni, l’Agni-2, un Mrbm da 2000/3500 chilometri di gittata anch’esso mobile (su veicolo Tel – Transporter Erector Launcher) e armato con una testata da 150 o 200 kilotoni ed infine l’Agni-3, un Irbm da 3000/5000 chilometri di gittata che, per il momento, è lanciabile solo da veicoli ferroviari ed in grado di montare una testata nucleare da 200/300 kilotoni e viene accreditato di avere capacità Mirv (Multiple Independent Reentry Vehicle). L’Agni-4, un secondo Irbm, e l’Agni-5, il primo Icbm indiano, sono attualmente in fase di sviluppo.

La seconda famiglia di missili indiani è quella dei Prithvi, tutti del tipo Srbm con una gittata compresa tra i 150 e i 350 chilometri e tutti mobili ed in grado di montare una singola testata nucleare di potenza compresa tra i 10 ed i 20 kilotoni (circa la stessa potenza di Little Boy che rase al suolo Hiroshima). Di questi ne esiste anche una versione navale che prende il nome Dhanush.

Per quanto riguarda gli Slbm, i missili balistici lanciati da sottomarini, l’India attualmente ha in dotazione il K-15 o Sagarika, un vettore dalla gittata di circa 750 chilometri che ha fornito la base per il più performante missile K-4 o Shaurya, un vero e proprio missile strategico con una gittata compresa tra i 3mila ed i 3500 chilometri.

Entrambi i missili possono venire lanciati dai sottomarini Ssbn classe Arihant che l’India sta attualmente costruendo e di cui uno è già in servizio attivo.

Nel campo dei missili da crociera con capacità nucleare l’India sta sviluppando un proprio vettore che ricorda le linee del missile americano Tomahawk: il Nirbhay. Questo missile ha una gittata compresa tra gli 800 ed i mille chilometri e può trasportare una testata da 12 kilotoni. Quando diventerà pienamente operativo l’India avrà a disposizione una “triade” nucleare al pari di Stati Uniti, Cina o Russia. Il missile da crociera di fabbricazione russa Brahmos, invece, non ha carica bellica nucleare ma a causa delle sue caratteristiche è l’arma idonea per effettuare un attacco preventivo convenzionale contro obiettivi altamente paganti.

Pakistan

Oggi Islamabad si pensa che detenga nel proprio arsenale tra le 110 e le 130 testate nucleari. Così come l’India anche il Pakistan ha sviluppato una famiglia di missili – con l’aiuto della Corea del Nord – a partire dal primo vettore di tipo balistico a corto raggio. Si tratta degli Hatf che abbracciano gittate comprese tra i 70 ed i 2mila chilometri a seconda che siano Srbm o Mrbm.

Gli Hatf da 1 a 4 sono tutti Srbm con gittate rispettivamente di 70, 180, 290 e 750 chilometri. Di questi solo l’Hatf-2 non ha capacità nucleare e pertanto non verrà considerato. Gli altri missili possono montare una testata nucleare di potenza compresa tra i 12 ed i 20 kilotoni (Hatf -1 e 2) e da 35 kilotoni (Hatf-4). Derivano tutti dallo Scud di genesi sovietica ma di fabbricazione nordcoreana. Il programma missilistico pakistano, come quello nucleare, deve molto, infatti, ai fitti legami che ha con la Corea del Nord. Tutti i missili sono montati su veicolo Tel.

L’Hatf-5, meglio noto come Ghauri, è il primo missile balistico a medio raggio pakistano grazie ad una gittata di 1500 chilometri. Anch’esso è mobile come i precedenti e può portare una testata nucleare da 12 o 35 kilotoni.

Evoluzione del precedente è il missile Hatf-6 o Shaheen-2. È a due stadi ed è ha una gittata massima di 2mila chilometri con una testata nucleare di potenza compresa tra i 15 ed i 35 kilotoni. Attualmente il Pakistan sta sviluppando un secondo missile Mrbm, l’Ababeel, in grado di avere una gittata di 2200 chilometri e con la probabile capacità di avere testate Mirv. Un secondo Mrbm, l’Haft-6 o Shaheen-3, è prossimo all’entrata in servizio: viene accreditato di una gittata di 2750 chilometri.

Per quanto riguarda i missili da crociera il Pakistan ha in dotazione attualmente solo il Babur (o Hatf-7). Il vettore è basato a terra ed ha una gittata compresa tra i 350 ed i 700 chilometri con una testata atomica da 10-35 kilotoni. Si crede sia frutto di un’opera di retro-ingegneria grazie alla “cattura” di un missile Tomahawk americano avvenuta nel 1998. Un secondo missile da crociera, il Ra’ad (o Hatf-8), questa volta aviolanciabile, è in fase di lento sviluppo. Anche questo ha capacità nucleare e ricorda molto, nel design, il missile Scalp/Storm Shadow occidentale.

Il Pakistan ha poi, durante gli anni ’90, modificato la propria flotta di F-16 e Mirage per poter trasportare armamento atomica a caduta libera.

La dottrina di impiego

India e Pakistan differiscono notevolmente, per motivi fin qui intuibili stante lo sbilanciamento nel rapporto di forze, nella dottrina di impiego degli armamenti atomici. L’India non prevede di usare il proprio arsenale per un first strike nucleare adeguandosi al concetto della “deterrenza minima credibile” ritenuto sufficiente per scongiurare un primo attacco atomico avversario: sostanzialmente Nuova Delhi non impiegherebbe il suo armamento atomico se non in risposta ad un primo utilizzo da parte di un avversario. Questa filosofia deriva direttamente sia dalla considerazione che l’arsenale indiano nasce per fungere da deterrente rispetto a quello cinese, sia dal fatto che le Forze Armate indiane sono numericamente consistenti e qualitativamente avanzate rispetto a quelle pakistane.

Il Pakistan, di contro, non prevede questo tipo particolare di dottrina. Anzi, proprio in quanto si tratta di un arsenale nato e rivolto a scongiurare la minaccia di una sconfitta in una guerra con l’India, Islamabad si riserva il diritto di utilizzare le armi atomiche, soprattutto quelle a basso potenziale, contro le soverchianti forze avversarie, memore dell’esito della guerra del 1971.

Entrambi gli Stati hanno firmato accordi, nel corso degli anni, per scongiurare il pericolo di un’escalation nucleare. Se ne ricordano alcuni tra cui quello del 2007 sull’immediata notifica concernente incidenti nucleari, quello del 1991 sulla notifica e limitazione delle esercitazioni militari lungo il confine, quello del 1988 che vieta ai due Paesi di attaccare installazioni nucleari e contemporaneamente prevede che si scambino informazioni sulle stesse e quello del 2005 che, similmente a quanto succede tra Russia e Stati Uniti, prevede che si notifichi con un certo anticipo ogni tipo di test che riguarda i missili balistici.

Esistono però, a causa della moderne tecnologie e dottrine, alcuni fattori che possono provocare anche in questo delicatissimo teatro una fataledestabilizzazione. Prima di tutto vale anche per India e Pakistan il concetto che in caso di attacco missilistico convenzionale, soprattutto se con missili da crociera, al Paese attaccato non è dato sapere se si tratti di una minaccia nucleare o meno, e pertanto, nel dubbio, è altamente probabile che reagisca utilizzando il proprio arsenale atomico. Secondariamente l’inserimento nel teatro di sistemi Bmd come gli S-400 russi, che presto dovrebbero arrivare in India, rischia di menomare in modo sensibile la capacità di deterrenza pakistana creando così uno squilibrio tale da portare una delle due parti, il Pakistan, a sentirsi autorizzata ad effettuare un primo massiccio attacco di decapitazione per cercare di superare le difese antimissile avversarie in caso di crisi.