diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY
Guerra /

Lunedì è cominciato il sesto round di colloqui tra India e Cina per trovare un accordo di de-escalation in merito alla crisi di confine che ha interessato i due giganti asiatici sin dallo scorso maggio e che ha portato al primo importante scontro “a mazzate e sprangate” di giugno in cui si sono annoverate numerose vittime da entrambe le parti.

Sul tetto del mondo della catena del Karakorum, lungo i 3500 chilometri di confine conteso passante per il Kashmir che separano l’India e la Cina, si sta combattendo una battaglia, dove per il momento non è stato sparato ancora un colpo di fucile per decisione di entrambi i contendenti, che non trova risoluzione. Uno scontro tra i due opposti eserciti che la diplomazia non riesce a sedare. La tensione, condivisa anche con il terzo “vicino di casa”, il Pakistan, ha cominciato ad acuirsi quando Nuova Delhi ha abolito lo status di regione autonoma del Jammu e Kashmir, annettendola de facto all’unione indiana, e costringendo la Cina ad intervenire direttamente nella disputa sul Kashmir, come ha detto in un recente rapporto Wang Shida, esperto dell’Asia meridionale presso il China Institutes of Contemporary International Relations, un think tank con sede a Pechino.

Il ministero degli Esteri cinese espresse chiaramente la sua opinione il giorno dopo il cambio di status della regione: “l’India ha continuato a minare la sovranità territoriale della Cina modificando unilateralmente la sua legge interna. Tale pratica è inaccettabile e non entrerà in vigore”.

Al di là delle considerazioni legali pretestuose – se è una legge interna dell’India non dovrebbe essere soggetta al giudizio di Pechino e ai suoi tentativi di ristabilire lo status quo ante così come la Cina pretende per Hong Kong – questa considerazione è utile per capire sia come sia nata l’escalation che stiamo vivendo in questi mesi, sia la postura del Politburo in merito alla questione.

La Cina non accetterà mai una situazione simile: lo stallo diplomatico che stiamo osservando per il controllo del Kashmir riguarda molto più che il controllo di posizioni strategiche dal punto di vista militare (la valle di Ladakh) o del ghiacciaio che alimenta uno dei più grandi sistemi di irrigazione del mondo, bensì si tratta del controllo di un territorio di collegamento fondamentale per l’enorme infrastruttura cinese della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta: un massiccio progetto di sviluppo intercontinentale volto ad espandere i collegamenti commerciali della Cina a livello globale.

Esiste infatti un’ampia rete stradale che attraversa l’Aksai Chin, una regione del Kashmir che la Cina detiene sin dal 1950 e che l’India rivendica come parte del Ladakh.

L’Aksai Chin collega il Tibet e lo Xinjiang alla parte della regione amministrata dal Pakistan e quindi verso il porto di Gwadar, nel Mar Arabico, snodo cruciale per la Belt and Road e facente parte del Cpec, il corridoio economico Cina-Pakistan.

La Cina ha quindi percepito i cambiamenti costituzionali in Jammu e Kashmir come una minaccia per gli interessi che ha nella regione, in particolare per i progetti infrastrutturali che collegano la Cina al Pakistan attraverso i territori contesi tra Nuova Delhi e Islamabad, e di conseguenza ha dovuto militarizzare la regione arrivando, per ovvi motivi legati alla reazione dell’India che considera altrettanto strategico il Ladakh, a ingaggiare scontri armati.

Se Pechino vorrebbe che si giungesse ad una de-escalation col ritiro delle truppe indiane e con un cambiamento dell’ordinamento regionale interno dell’India, Nuova Delhi vorrebbe che la Cina effettuasse il ritiro da tutti i punti di attrito di confine, con una tempistica precisa per la smobilitazione delle divisioni meccanizzate e motorizzate che Pechino ha spostato nella regione e per il ritiro delle forze cinesi da Depsang e Pangong Tso, ripristinando l’accesso libero e senza ostacoli per le forze indiane a tutti i punti di osservazione di confine.

La richiesta dell’India è anche per la stretta aderenza al protocollo che regola le truppe presenti a ridosso della Linea di Controllo Effettivo (Line of Actual Control – Lac) aderendo a quanto stabilito nei cinque punti per la de-escalation raggiunti di comune accordo durante l’incontro al vertice di Mosca dello scorso 10 settembre.

Ma se Pechino tende la mano destra a Nuova Delhi, con la sinistra non cessa di aumentare, lentamente, la sua presenza militare nell’Aksai Chin, e ancora una volta è la ricognizione satellitare a dimostrare le vere intenzioni della Cina.

Proprio sul lago Pangong Tso, dove passa il confine, è stato recentemente osservato l’arrivo di nuove motovedette armate che vanno a rinforzare la guarnigione cinese lungo quel fronte caldo, che ha visto anche una dimostrazione di forza, poche settimane fa, data da alcuni elicotteri da attacco indiani. Attualmente ci sono infatti sei barche da assalto Type-928D che con i loro equipaggi aumentano di 60 uomini il contingente militare cinese sul lago conteso.

I colloqui tenutisi in queste settimane sostanzialmente non hanno modificato di una virgola l’assetto militare dei due contendenti nell’area, e al momento sembra che né Pechino né Nuova Delhi vogliano fare il primo passo verso la de-escalation, andando così a cristallizzare un fronte di contrasto che molto probabilmente non vedrà risoluzione. Anche il recente deciso spostamento dell’India nell’orbita americana, vissuto come preoccupante da parte della Cina, sta contribuendo a seminare sfiducia nella trattativa: proprio questo mese, infatti, gli Stati Uniti chiuderanno un processo di condivisione di informazioni e assetti con l’India che ha tutto il sapore di una vera e propria alleanza militare.