Il conflitto in Sudan continua a intensificarsi, con le forze armate sudanesi che proprio in questi giorni hanno lanciato la più vasta controffensiva degli ultimi mesi contro le aree controllate dalle Forze di Supporto Rapido (RSF). Gli scontri si concentrano principalmente nella capitale Khartum e nelle città limitrofe.
Nella mattinata del 26 settembre l’esercito sudanese ha colpito diverse postazioni delle RSF a Khartum e Bahri, una città situata a Nord della capitale. In risposta, le RSF hanno attaccato alcune basi militari a Omdurman, provocando almeno due morti e quattordici feriti.
Entrambe le parti in guerra sono state accusate di crimini di guerra e massacri etnici, accusa che entrambe respingono. I fatti sono complessi da osservare e documentare, poiché in questa guerra è difficile o impossibile accedere alle linee del fronte per i giornalisti e Internet è inaccessibile in quasi tutta l’area. A costituire una prova indiscutibile sono stati i video ottenuti e verificati da Lighthouse Reports, organizzazione giornalistica indipendente e senza scopo di lucro, specializzata nel giornalismo investigativo, che dimostrano che le forze RSF sono coinvolte nelle esecuzioni extragiudiziali di civili disarmati. Le indagini hanno previsto analisi visive, indagini OSINT e interviste con oltre 25 testimoni e insider di entrambe le parti del conflitto.
Il conflitto è scoppiato il 15 aprile 2023. Il 3 giugno la RSF prese il controllo di Kutum, città situata nel Darfur settentrionale. La conquista è stata piuttosto semplice, dal momento che le forze armate sudanesi si erano ritirate prima dell’offensiva. I testimoni hanno però affermato che la RSF e le milizie arabe alleate hanno attaccato violentemente le aree non arabe, saccheggiando e uccidendo più di 70 civili.
Fu colpito allora anche il campo per sfollati di Kassab, poco lontano dalla città conquistata, dove si trovavano 22mila persone, tra le quali molti sopravvissuti al genocidio del Darfur. Tra questi c’erano cinque fratelli, il più piccolo aveva 14 anni. La loro madre avrebbe persino barattato la sua vita, secondo le testimonianze locali, pur di salvare quella dei suoi figli, ma i militari hanno portato via i cinque fratelli per poi giustiziarli. Alcune fonti sostengono che siano stati torturati prima dell’esecuzione.
Nei video ottenuti e verificati da Lighthouse Reports si vedono i fratelli Suleiman a terra, sanguinanti e con le mani legate, mentre i soldati accanto a loro alzavano le armi al cielo. In un altro video si vedono altre vittime e un uomo armato che grida “vittoria per gli arabi”. Accanto a lui un altro uomo armato indossa un’uniforme delle RSF. Questo, insieme alle altre testimonianze, conferma che l’assalto è stato coordinato dalla RSF e non da un gruppo di ribelli.
Durante le indagini sono state intervistate anche persone del posto, che hanno confermato che i fratelli e le altre vittime civili non coinvolti nei combattimenti e presi di mira solo a causa della loro etnia. Il campo era abitato per la maggior parte da persone Zaghawa, di cui erano originari anche i cinque fratelli assassinati.
La guerra del Darfur continua
Questo è solo uno dei tanti attacchi basati sull’etnia dall’inizio della guerra civile. Le tensioni tra le comunità arabe e non arabe erano alla base anche del conflitto del Darfur, di cui la guerra civile attuale sembra essere un prolungamento. Circa il 70% della popolazione in Sudan si identifica come araba, mentre il 30% restante include gruppi come i Fur, gli Zaghawa e i Nubiani, ovvero gruppi africani prevalentemente composti da pastori. L’élite araba nella capitale Khartoum ha dominato la politica e il potere, assicurandosi di tenere in povertà le altre regioni e utilizzando le divisioni etniche tra i diversi gruppi per governare. Infatti, il Sudan è sempre stato caratterizzato da una trascuratezza delle periferie del Paese e da una discrepanza di risorse con le zone più ricche. La propaganda del Governo sudanese era piuttosto chiara, con la sua retorica antisemita in particolare contro gli Zaghawa, che venivano definiti gli “ebrei d’Africa”. Il governo di Khartoum sotto il comando del generale Omar al-Bashir mirava a creare un Governo più islamico, che è ciò che ha causato la guerra civile.
Il coinvolgimento attestato di attori tribali ha confermato il timore che anche in questa guerra ci fossero uccisioni di massa su base etnica. Nel mese di aprile nel Darfur settentrionale si sono scontrate le RSF e le milizie nomadi alleate, definite arabe, con l’esercito sudanese e i movimenti armati tribali sedentari alleati, ovvero i “non arabi”. Diversi sono stati gli episodi che hanno visto le RSF bruciare i villaggi “non arabi” nell’est del Darfur settentrionale.
Nel 2004, il governo degli Stati Uniti aveva riconosciuto le azioni perpetrate contro i gruppi etnici minori in Sudan come genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite (ONU). Nel 2009, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il presidente per aver diretto una campagna di uccisioni di massa, stupri e saccheggi contro i civili nel Darfur, oltre ai mandati di cattura pendenti per l’ex ministro di Stato e il leader della milizia. Le violenze razziali, però, non sono mai cessate.
Le condizioni in Sudan dall’inizio del conflitto continuano a peggiorare. Gli sfollati interni sono più di 10 milioni. Donne e bambini vivono in condizioni di estrema carenza dei bisogni primari, i bambini sono malnutriti e le donne sono costrette a subire violenze sessuali all’ordine del giorno. Mancano cibo, acqua e cure mediche e in alcuni casi anche lo spazio necessario in cui vivere.

