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L’ipotesi di un’invasione russa dell’Ucraina agita la Nato, l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Per il Cremlino si tratterebbe di una prova di forza che avrebbe il sapore di una pesante rivincita sull’Occidente dopo l’aver vissuto per anni con la sindrome dell’assedio intorno ai propri confini. Per il blocco euro-atlantico si tratterebbe non solo di uno schiaffo morale da parte di Vladimir Putin, ma soprattutto della raffigurazione plastica dell’impotenza di fronte alle forze esterne al sistema occidentale. Impotenza dettata principalmente da tre fattori: interessi strategici divergenti tra membri della Nato e dell’Ue, incapacità di coordinare una risposta efficiente contro un nemico pronto a colpire a livello militare, ma soprattutto quel vincolo formale che lega l’intervento degli Stati Uniti – e dell’alleanza di cui sono vertice – a un’adesione che fino a questo momento non c’è. E che anzi la sola ipotesi ha già visto provocare l’avvicinamento delle truppe russe al confine.

Washington in questi giorni si interroga sulle sue possibilità di azione. Lo fa da settimane, forse da sempre. L’eventualità di un ingresso delle forze armate russe in territorio ucraino è uno scenario che non è più considerato così remoto né dalla Casa Bianca né dal Pentagono. L’intelligence ha lanciato più volte l’allarme su un possibile blitz del Cremlino, e se anche molti osservatori parlano di un’escalation controllata, è impossibile escludere un piano di invasione. La tensione è alta e si parla del pericolo di un “false flag”. E il fatto che Putin abbia dimostrato, in altre circostanze, di poter innalzare il livello dello scontro fino a raggiungere un compromesso, il precedente della Crimea rimane un fatto troppo evidente per non far scattare il piano d’emergenza e ipotizzare un conflitto.

Senza una possibilità di intervento diretto da parte delle truppe Usa e di quelle della Nato, l’alternativa a questo punto è quella di rafforzare l’esercito ucraino sperando che la presenza di sistemi missilistici, armi anticarro e altri tipi di rifornimenti faccia sì che Kiev resista il più a lungo possibile. Oppure, nella migliore delle ipotesi per la Nato, che la Russia desista dalle velleità di un attacco.



Il Regno Unito, che è spesso una “spia” di quanto può fare e decidere successivamente l’alleato d’Oltreoceano, ha già annunciato di fornire armi anticarro di nuova generazione all’Ucraina. Il ministro della Difesa, Ben Wallace, ha annunciato ai parlamentari del Regno di avere già preso questa decisione includendo anche “un piccolo numero” di truppe per avviare il rapido addestramento delle forze ucraine. “Lasciatemi essere chiaro: questo sostegno include armi a corto raggio e chiaramente difensive; non sono armi strategiche e non rappresentano una minaccia per la Russia, devono essere usate per autodifesa”, ha aggiunto il ministro per stemperare polemiche riguardo il possibile utilizzo in un attacco delle forze di Kiev contro i separatisti del Donbass e di Lugansk. A tal proposito, John Healey, segretario “ombra” della difesa, ha detto che Londra deve assicurarsi che queste armi “non verranno utilizzate, a meno che la Russia non invada”. Esperti sentiti dal The Guardian sostengono che i dispositivi sarebbero simili ma meno potenti rispetto ai Javelin. E tutto questo ovviamente con l’aggiunta dei sistemi antimissile, lanciatori e dei carri armati che produce di suo l’Ucraina.

Come riportato da Ansa, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha reagito alla svolta annunciata da Wallace definendola “estremamente pericolosa” e affermando che spesso le armi consegnate alle truppe ucraine “si rivelano essere non difensive, ma offensive”. Ma è chiaro che il timore della Russia è che quanto sta avvenendo nei confronti di Kiev potrebbe essere il preludio a un rafforzamento del nemico da parte della Nato pur rimanendo nell’ombra.

Anche gli Stati Uniti si stanno muovendo su questa falsariga. A dicembre, i media specializzati Usa avevano riferito di una missione del dipartimento della Difesa per valutare le difese ucraine e prendere delle contromosse. I funzionari ucraini, anche per mostrare al vicino russo di avere le spalle coperte, hanno più volte affermato che Washington è d’accordo con Kiev per fornire alle forze ucraine mezzi per la difesa aerea, sistemi antimissile e anticarro, eventualmente anche mezzi per la difesa in caso di attacchi dal mare. Il Pentagono ha più volte evitato di rispondere spegnendo eventuali speculazioni dei giornali. Quello che sembra certo, però, è che tanti in America, sia nella politica che nell’ambito della difesa, sostengono la necessità di un massiccio aiuto all’Ucraina. Si parla in particolare di Stinger, i famigerati missili terra-aria spalleggiabili diventati un simbolo durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Quelle armi, inviate dalla Cia ai mujaheddin per combattere le forze aeree comuniste, hanno saputo riequilibrare il conflitto trasformando la campagna militare di Mosca in un inferno.



Le condizioni dell’Ucraina non sono certo paragonabili all’Afghanistan degli Anni Ottanta, né lo sono le forze sovietiche o le tecnologie Nato. Tuttavia un filo conduttore esiste, ed è quello della possibilità che l’Occidente, escluso l’invio di truppe sul campo, possa scegliere di rinforzare le difese di Kiev fino a rendere il Paese non occupabile nel giro di pochi giorni. Lo Stinger, e quell’immagine che ritorna negli occhi degli strateghi russi dopo decenni dal trauma afghano, può essere quindi non tanto un’arma letale per le forze del Cremlino, ma un deterrente psicologico. Lasciando così la Federazione Russa ferma per un altro po’ di tempo in attesa di capire come gestire i negoziati con l’Alleanza Atlantica. Deterrente o mezzo per rallentare l’avanzata russa, il principale obiettivo atlantico è, a questo punto, quello di bloccare Putin prima che arrivi alla decisione definitiva. Se dovesse scegliere per l’invasione, come temono alcuni analisti, allora i Javelin, gli Stinger i le armi anticarro britanniche potrebbero fornire a Kiev i mezzi per resistere almeno fino a un nuovo round di trattative.

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