Nelle prime ore di mercoledì, se non fossimo tutti concentrati sullo stretto di Hormuz, avremmo visto i cosiddetti war nerd paventare l’ennesimo rischio di escalation in Ucraina. Alcuni droni erano stati avvistati nello spazio aereo di Estonia e Lettonia, provenendo dal confine con la Russia. Uno ha colpito il fumaiolo della centrale elettrica di Auvere, nella contea di Ida-Viru, in Estonia, mentre l’altro è precipitato ed esploso in una zona boschiva nel distretto di Krāslava, in Lettonia. La fantasia degli analisti da divano si è scatenata.
Ovviamente all’inizio si era pensato a una possibile provocazione russa – notizia diffusa soprattutto dall’attivismo filoucraino baltico e persino dall’emittente Cbs, ma poi le autorità dei due Paesi hanno confermato che si trattava di droni ucraini, finiti fuori rotta durante un attacco diretto contro il porto russo di Ust-Luga, situato nel Golfo di Finlandia.
Una certa apprensione a causa dell’incidente c’era tra la popolazione locale, tanto che in Estonia è stato attivato il sistema d‘allerta telefonica via app, quello a cui sono da anni abituati gli ucraini e che ogni tanto si attiva nei Baltici, per segnalare una minaccia aerea. Per fortuna, le indagini condotte dai servizi di sicurezza estoni e dalle forze armate lettoni hanno chiarito che non c’era alcun intento ostile verso i due paesi membri della Nato. Anche perché, come si può immaginare, una provocazione di questo tipo avrebbe persino fatto parlare qualcuno del famigerato art. 5 dell’Alleanza, che dovrebbe scattare non appena uno dei membri viene aggredito.
Poi, quando le carcasse dei velivoli analizzate sul posto hanno permesso di identificare i droni come ucraini, nei media occidentali ci si è mossi con cautela diplomatica. Si è ipotizzato che fossero droni finiti fuori rotta per errore. La prima ministra lettone, Evika Silina, ha chiarito che l’Estonia non era il bersaglio e che questi incidenti sono solo una conseguenza diretta della guerra russa. Silina ha ribadito che l’attenzione dell’Occidente deve rimanere alta sul fianco orientale, specialmente mentre le crisi in altre parti del mondo rischiano di distogliere risorse e supporto.
Successivamente ogni ambiguità è sparita e le notizie hanno chiarito che i droni sono caduti durante un attacco ucraino su larga scala contro un terminal petrolifero russo nel Mar Baltico. Kyiv ha rivendicato ufficialmente la responsabilità dell’operazione contro il porto di Ust-Luga: i droni volevano colpire le infrastrutture energetiche che alimentano la cosiddetta flotta ombra di petroliere usata da Mosca per aggirare le sanzioni.
Dall’incidente misterioso si è passati alla cronaca di un’azione militare deliberata con effetti collaterali. L’evento non è più trattato come un errore tecnico, bensì come parte di “uno dei più intensi attacchi contro la Russia in più di un anno“. L’impatto sulla centrale di Auvere o la caduta in Lettonia diventano così dettagli secondari rispetto al successo strategico dell’incendio al porto russo.
Secondo l’analista militare Edoardo Fontana, del blog Acta Bellica, questi eventi “Prefigurano un qualcosa di molto rilevante, nonché sino ad una settimana fa indimostrabile: una significativa porzione dei droni ucraini impiegati negli attacchi ai porti russi del Baltico, in quei giorni, avrebbe sfruttato il territorio di Paesi NATO per eludere parte delle difese“, ci dice via e-mail.
La spiegazione accampata dai Baltici, imputanti il tutto alla “guerra elettronica” russa, sebbene non tecnicamente impossibile, appare a dir poco la più improbabile, dice Fontana: “Non solo, difatti, i numerosi droni ucraini avrebbero dovuto deviare di ben 30km la loro traiettoria per effetto dell’usuale jamming Gps, ma l’avrebbero fatto in almeno due Paesi diversi, ciò nonostante risultando in traiettorie verso il Golfo di Finlandia utilizzabili per l’attacco all’obiettivo e convenientemente al riparo delle difese russe, il tutto come parte di un attacco che ha effettivamente mandato a segno numerosi droni sul bersaglio“.
Del resto, da tempo l’uso di traiettorie che lambiscono o attraversano brevemente lo spazio aereo baltico è una strategia per evitare le zone più densamente protette dai sistemi terra-aria russi, anche se comporta il rischio che incidenti tecnici o interferenze elettroniche portino i velivoli a schiantarsi in territorio alleato. Non è la prima volta che accade un episodio simile. Già lo scorso lunedì un altro drone ucraino era caduto in Lituania, dopo aver sorvolato parte del territorio bielorusso, lungo il confine.
Si tratta però di eventi sfortunati che sollevano un dibattito sulla capacità di difesa aerea di lituani e lettoni, che nonostante i massicci investimenti degli ultimi anni si trovano a gestire una situazione complessa in cui ordigni “amici” finiscono per cascare sulle proprie infrastrutture civili. Dato che nessun drone è stato abbattuto, i baltici li hanno lasciati passare o hanno le difese impreparate? Questa volta i danni sono stati minimi e non c’è stato nessun ferito. Ma in futuro?