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Dopo il riconoscimento ufficiale da parte di Mosca delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, il mondo si interroga se la Russia si limiterà all’invio di una “forza di pace”, tramite il decreto firmato dallo stesso presidente Vladimir Putin quasi contestualmente all’annuncio di lunedì scorso, oppure se proseguirà nella sua offensiva per “mettere in sicurezza” l’est ucraino.

L’autorizzazione all’utilizzo delle forze armate all’estero, arrivata ieri, è sicuramente funzionale all’invio dei militari per il peace keeping, che, stante le notizie che ci arrivano dal Donbass, non è ancora realmente cominciato, ma potrebbe nascondere un progetto più ampio e articolato su più fasi.

Un piano su più fasi

Innanzitutto ci sono delle considerazioni contingenti, rappresentate proprio dalla situazione anomala negli oblast di Donetsk e Luhansk: le due repubbliche separatiste non abbracciano l’intero territorio di quelle province, ma solo una parte. Non a caso il leader della Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ieri ha ricordato, come raccontato da Gian Micalessin su Il Giornale, che i referendum del 2014 sull’indipendenza avessero validità non solo sulle zone controllate attualmente dai separatisti, ma sull’intero territorio amministrativo dei due oblast.

Il Cremlino a tal proposito, per il momento, è stato però chiaro: il portavoce, Dmitry Peskov, ha affermato ieri che la Russia riconosce le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk solamente entro i confini in cui si sono autoproclamate. Risulta però evidente che, strategicamente parlando, quanto accaduto lunedì, se pur certifichi una situazione che perdura dal 2014, ovvero che quelle due repubbliche non sono più, di fatto, parte dell’Ucraina (al pari della Crimea), non sia che il primo passo verso la ricercata “sicurezza” russa.

Possiamo quindi ipotizzare che, nel breve/medio termine, Mosca possa guardare anche ad altri territori ucraini che non solo sono russofoni, ma rappresentano delle posizioni geografiche chiave che permetterebbero alla Russia di avere un maggior controllo del proprio vicinato.

Mappa di Alberto Bellotto

Un triangolo da chiudere

Uno di questi – il primo – riteniamo sia Mariupol. La città, situata nella regione più prossima alle repubbliche separatiste, è un importante porto nel Mare di Azov. Mariupol, in questo senso, rappresenta il terzo vertice di un primo triangolo insieme a Donetsk e Luhansk, ma potrebbe essere solo il primo tassello di una strategia più ampia, da mettere in atto in fasi diverse.

Dopo Mariupol, si guarderebbe a Kharkiv, altro oblast fortemente russofono, e successivamente (o contemporaneamente) si cercherebbe di raggiungere la continuità territoriale con la Crimea, ora collegata alla Russia solo attraverso un ponte sullo Stretto di Kerch (che è stato al centro di un incidente con Kiev quattro anni fa).

Pertanto si cercherebbe di allungare il braccio sino alla regione di Melitopol e Kherson: in questo modo, oltre ad avere un territorio che congiungerebbe la penisola alla Federazione, il Mare di Azov diventerebbe un mare interno della Russia, escludendo così, di fatto, la possibilità di vedere unità militari straniere in transito, che ora sarebbe comunque possibile proprio in forza del diritto di libero passaggio per raggiungere i porti ucraini presenti in quel piccolo specchio d’acqua.



Diverse fasi per un unico problema da risolvere

Già così il Cremlino potrebbe ottenere una certa stabilità dell’area, ma esistono altri due problemi fondamentali, che hanno a fattor comune la presenza di un governo filo-occidentale in Ucraina.

Come abbiamo già avuto modo di raccontarvi, il problema principale, per il Cremlino, è la stessa Kiev da quando è passata sotto l’influenza occidentale, andando così a erodere la già limitata sfera di influenza – o per meglio dire di sicurezza – russa in Europa Orientale. Pertanto finché a Kiev resterà un governo filo-occidentale, finché ci saranno governi ucraini che mettono per iscritto, nei documenti ufficiali di sicurezza nazionale, che la minaccia esistenziale è rappresentata dalla Russia, finché quindi l’Ucraina non tornerà, in un modo o nell’altro, sotto controllo russo, ci sarà sempre il pericolo di un’operazione militare di qualche tipo, magari rivolta essenzialmente al rovesciamento del governo Zelensky.

Inoltre, e proprio partendo da questo presupposto, Mosca potrebbe, in una fase successiva o addirittura contemporaneamente al raggiungimento della Crimea via Melitopol/Kherson, risolvere la questione del Mar Nero di pertinenza ucraina, con un’operazione militare (probabilmente anche anfibia), rivolta a controllare tutta la fascia costiera dell’Ucraina sino alla Romania, impossessandosi, così, del porto di Odessa, che ha visto nel corso di questi ultimi anni, l’arrivo (e la partenza) di unità navali dei Paesi Nato impegnate nelle missioni di pattugliamento. Ovviamente in questo modo quel mare non diventerebbe uno specchio d’acqua russo: vi si affacciano Romania, Bulgaria e Turchia che sono Paesi dell’Alleanza Atlantica, vi si affaccia anche la Georgia, altro Paese, insieme all’Ucraina, dell’ex Unione Sovietica che rischia di entrare nella Nato e che è già in qualche modo ci è legato, però così facendo Mosca allontanerebbe, di molto, la presenza navale occidentale dal suo fondamentale porto di Sebastopoli, sede della Flotta Russa del Mar Nero.

C’è anche un’altra opzione, molto più di ampio respiro, che vi abbiamo già svelato: le divisioni motorizzate e corazzate russe potrebbero raggiungere la linea rappresentata dal fiume Dnepr entrando a Kiev in modo da rovesciare il governo Zelensky e così poter imporne un altro stabilmente filorusso: in questo modo, oltre ad espandere la fascia di sicurezza di Mosca, il Cremlino sarebbe sicuro di avere il controllo in quella fondamentale porzione del suo vicinato.

Le sanzioni non serviranno

Ovviamente queste operazioni avrebbero un costo politico non indifferente per la Russia, e anche un fattuale costo economico rappresentato dalle sanzioni internazionali – che sono già pronte. Mosca però ha un vantaggio da questo punto di vista – e non solo: il tempo.

La Russia è sotto sanzioni dal 2014, anno del colpo di mano in Crimea e della destabilizzazione del Donbass, pertanto, come riferisce Robert Kaplan a La Stampa, “la storia delle sanzioni insegna che spesso le nazioni rimangono prigioniere del sistema punitivo se questo si prolunga per troppo tempo”. Sanzioni che quindi, per essere efficaci, devono avere “un effetto nel breve o nel medio termine, perché se prolungate e prive degli sperati effetti, stancano”.

C’è anche di più, aggiungiamo noi. Se prolungate, e applicate a un Paese con una base industriale relativamente solida e ricco di materie prime come la Russia, le sanzioni vengono semplicemente ammortizzate col tempo grazie al rilancio del mercato e dell’economia interna. Lo si è visto, nel caso russo, per una questione squisitamente pragmatica: dopo il 2014 Mosca ha subito l’embargo riguardante molte componenti aeronautiche e navali costruite in Ucraina – come ad esempio le turbine di utilizzo navale prodotte dalla Zorya-Mashproekt – che lentamente è riuscita a compensare, se pur tra mille difficoltà e ritardi che hanno riguardato la progettazione di navi e aerei militari. Quindi il nuovo regime sanzionatorio potrebbe non avere l’effetto sperato, e soprattutto sembra non essere temuto dal Cremlino.

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