Per comprendere meglio quanto sta accadendo in Siria, occorre guardare a quanto accaduto domenica in Iraq. E, in particolare, davanti al consolato Usa di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Qui decine di persone hanno sventolato la bandiera curda e hanno protestato contro gli Stati Uniti, rei a loro dire di non aver attuato alcuna azione a difesa delle Sdf. Ossia le milizie a guida curda che da anni controllano gran parte della Siria orientale, con il supporto in funzione anti Isis da parte degli Stati Uniti. Oggi le Sdf stanno arretrando, l’esercito siriano sta prendendo i territori amministrati per anni dalle milizie. E per Washington tutto questo si sta rivelando come uno smacco non certamente secondario. Tanto da non poter considerare azzardato parlare di un “mini Afghanistan” in salsa trumpiana.
Mezzi Usa abbandonati per strada durante la ritirata
La cronaca delle ultime ore è piuttosto nota. Prima gli scontri a Sheikh Maqsoud, quartiere curdo di Aleppo in mano alle Sdf già durante gli ultimi anni di Assad. Successivamente l’indietreggiamento delle stesse Sdf verso Deir Haffer. E, infine, gli scontri che stanno portando l’esercito siriano anche al di là dell’Eufrate. In quella porzione di Siria sotto l’influenza Usa da almeno un decennio. Da quando cioè, sempre durante l’era Assad, era entrato in vigore un patto non scritto con i russi che difendevano l’allora presidente siriano: Mosca operava a ovest dell’Eufrate, Washington aveva mano libera a est. Qui sono sorte basi Usa e campi di addestramento per le stesse Sdf.
Quell’equilibrio che ha garantito una posizione di primo piano agli Stati Uniti nella Siria orientale, ora è saltato. A nulla fino a questo momento sono serviti i tentativi di mediazione dell’inviato di Washington, Tom Barrak. L’esercito siriano sta continuando ad avanzare e le Sdf, nell’indietreggiare, stanno continuando ad abbandonare mezzi e attrezzature made in Usa. Così come, stanno lasciando indietro basi e avamposti costruiti nell’ultimo decennio dagli statunitensi. Immagini che ricordano, fin troppo da vicino, quelle viste a Kabul durante l’avanzata talebana del 2021.
L’errore politico di Washington
Proprio come a Kabul, l’errore è stato prima di tutto politico. Se cinque anni fa il dialogo aperto con gli studenti coranici ha contribuito a delegittimare l’allora governo afghano, in questo caso il peccato originale della strategia Usa ha riguardato l’ambiguità della propria posizione. L’amministrazione Trump ha aperto al nuovo governo di Damasco guidato da Al Sharaa, professando la linea di un ritorno a una Siria unita. Ma, al tempo stesso, ha continuato a sostenere uno status quo nelle regioni orientali che, fino a pochi giorni fa, vedeva le Sdf sostituirsi all’autorità centrale di Damasco. Due posizioni inconciliabili nel medio periodo ed è bastata un’offensiva di Damasco per far uscire tutti i nodi al pettine.
L’inclusione della nuova Siria nella coalizione anti Isis, ha forse illuso gli Usa di poter giocare una doppia partita da una doppia postazione. Oppure, più semplicemente, a Washington si era convinti di poter mediare tra le parti e integrare le Sdf all’interno del nuovo esercito siriano. Sottovalutazioni oppure calcoli azzardati hanno portato, nel giro di pochi giorni, a un rimescolamento di carte molto pericoloso per gli Stati Uniti. Pericoloso anche e soprattutto a livello di immagine: quanto visto in Siria stride con le dichiarazioni di Donald Trump secondo cui, a un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, “mai come adesso l’America è rispettata in tutto il mondo”.

