Il rinvio delle elezioni libiche del 24 dicembre ripropone uno scenario da incubo per il Mediterraneo in generale e per l’Italia in particolare: la spartizione della Libia con la Tripolitania (ovest) in mano a Turchia e Qatar, la Cirenaica (est) all’asse Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia con il Fezzan (sud) in balia degli eventi. Per i diplomatici occidentali e i “dinosauri politici” libici è un tabù, quasi una blasfemia. Mai evocata apertamente, mai pronunciata in pubblico nelle innumerevoli (e finora inutili) conferenze internazionali sulla crisi libica, oggi la divisione dell’ex Jamahiriya di Mu’ammar Gheddafi non è una solo mera ipotesi: è una realtà di fatto sul terreno. Negarlo significa nascondere la testa sotto la sabbia. Ma forse non è ancora troppo tardi per cambiare le cose.

Le responsabilità delle Nazioni Unite

È evidente che il piano delle Nazioni Unite per portare in Libia nuove istituzioni unitarie è naufragato miseramente. L’ex inviato dell’Onu, Jan Kubis, ha abbandonato la nave ancora prima che affondasse, dimettendosi dall’incarico il 17 novembre. La Missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) è senza guida e in scadenza di mandato. Dal Palazzo di vetro di New York hanno rimandato a Tripoli la diplomatica statunitense Stephanie Williams, già numero due dell’ex inviato Onu Ghassan Salamé, nell’inedito ruolo di consigliere del segretario generale: un artifizio per aggirare il veto russo (e probabilmente anche cinese) al Consiglio di sicurezza e salvare il salvabile nella fase post-rinvio elettorale. Ad oggi, tuttavia, la “road map” politica basata sulle “tre tracce” politico, economico e militare appare fortemente compromessa e la Williams da sola (e con un mandato debole) non basta a garantire le elezioni.

Lotta per il potere

La nuova data per organizzare il voto, il 24 gennaio, è l’ennesima presa in giro: non ci sono le condizioni politiche, tecniche e di sicurezza per indire elezioni “libere, trasparenti ed eque” che possano davvero riunire il Paese. Nella migliore delle ipotesi, le elezioni potrebbero tenersi a giugno. Nel frattempo i politici libici, definiti “dinosauri in via di estinzione” dalla stessa Williams, possono sfruttare il rinvio a proprio vantaggio. Abdul Hamid Ddeibah, il premier del governo di unità nazionale, non ha alcuna intenzione di rinunciare alla poltrona. E poco importa se l’imprenditore di Misurata si era impegnato a non candidarsi e a farsi da parte a dicembre: i sondaggi sono dalla sua parte, le principali milizie della Tripolitania pure. Al clan Ddeibah si contrappone una strana alleanza composta tre da ex nemici: il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica noto in Italia per aver sequestrato i pescatori di Mazara del Vallo e umiliato l’ex premier italiano Giuseppe Conte; l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha, ex pilota d’aerei di Misurata apprezzato più oltre confine (in particolare in Francia) che in patria; l’ex vicepresidente Ahmed Maiteeq, imprenditore di Misurata e nipote di Abdel al Rahman Sewehli, esponente dei Fratelli musulmani libici. Questi tre stanno lavorando a un nuovo governo est-ovest senza Ddeibah, ma è ancora presto per capire se la spallata avrà successo.

Boots on the sand

Vale la pena ricordare che gli intrighi politici libici si sviluppano mentre gli stivali dei mercenari stranieri portati da Turchia, Russia ed Emirati Arabi Uniti sono ancora ben piantati sulle sabbie del deserto. Nonostante le promesse, le conferenze internazionali, gli incontri a Sirte del Comitato militare 5+5 e dei capi di Stato maggiori dei due Eserciti libici, la promessa di inviare degli osservatori per monitorare il cessate il fuoco. Secondo le stime delle Nazioni Unite, in Libia vi sarebbero circa 20 mila tra militari, mercenari e combattenti stranieri: un dato vecchio e probabilmente sovrastimato, ma nella guerra a bassa intensità che si è combattuta in Libia nel 2019-2020 bastano poche centinaia di uomini (e droni) a cambiare gli equilibri.

Stallo alla messicana

Come in un film di Tarantino, la situazione in Libia è uno stallo alla messicana: nessuno spara, ma nessuno vuole abbassare la armi. Un blocco che ha paralizzato anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha prolungato solo fino a gennaio e non di un anno, come di consueto, il mandato della poco efficace missione Unsmil. Dall’inizio del 2022 la fazione che sostiene la Cirenaica può contare su un nuovo potente alleato al Palazzo di Vetro: gli Emirati Arabi Uniti, che siederanno in qualità di membro non permanente per i prossimi due anni. Basterà questo a cambiare gli equilibri? Difficile a dirsi. Tornare a fare la guerra non è interesse di nessuno, mentre proseguire lo status quo conviene a molti. La Turchia manterrebbe una forte influenza in Tripolitania, dove ha il potere di utilizzare i migranti come strumento di politica estera. La Russia continuerebbe a essere una spina nel fianco sud della Nato e ad avere una porta di accesso privilegiata al Sahel, dove ormai è in corso un braccio di ferro con la Francia.

Che ruolo per Italia ed Europa

Lo stallo non farà che prolungare l’agonia di un Paese che in teoria vanta le più grandi riserve di petrolio dell’Africa e che fino a dieci anni fa era il primo alleato dell’Italia nel Mediterraneo. La stabilità e l’unità della Libia è fondamentale per l’Italia per almeno tre motivi: gas naturale; migranti e terrorismo. Attraverso il gasdotto Green Stream, l’Italia importa oggi dalla Libia circa 0,3 mila standard metri cubi, una quantità relativamente marginale ma di tutto rispetto soprattutto in tempi di caro bollette. Allo stesso tempo, il metanodotto è un cordone ombelicale che consente alla popolazione di non morire di fame: senza la condotta dell’Eni, infatti, il gas libico non potrebbe essere esportato, né utilizzato per alimentare i frigoriferi dei libici. Più complesso è il discorso dei migranti e dei richiedenti asilo. La Turchia ha una forte presa sulla Guardia costiera libica: l’addestramento ora lo fanno i turchi, non più gli italiani tramite l’Europa. E il rischio terrorismo è sempre dietro l’angolo, in particolare nel Fezzan, la regione libica sud-occidentale esposta alle scorribande dei gruppi armati e dei trafficanti.

In questa situazione l’Italia non può stare a guardare, ma deve agire. Come? Anzitutto convincendo l’Europa ad andare oltre le solite conferenze-passerella, adottando iniziative forti e soprattutto concrete a cominciare dal sud della Libia e dai porosi confini meridionali. Da tempo a Bruxelles si parla di “First Entry Force”, una forza intervento rapido composta da 5.o00 uomini. Sono pochi? Sono troppi? Sarebbero già qualcosa in Libia in caso di emergenza. C’è poi la missione aeronavale Irini – incaricata di attuare l’embargo sulle armi ma impossibilitata a entrare nel Paese per l’ostilità della Turchia – che andrebbe maggiormente sostenuta e potenziata. Insomma: gli strumenti per cambiare il corso delle cose ci sono, quello che manca è la volontà politica e la visione per usarli nel modo giusto.

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