Tregua ed embargo sulle armi: sono stati questi gli elementi principali su cui, all’indomani della conferenza di Berlino, si è fondato quel “cauto ottimismo” diffusosi soprattutto all’interno delle cancellerie europee. Eppure, anche su questi punti la fiducia sul proseguo del percorso per la stabilizzazione della Libia inaugurato nella capitale tedesca non appare molto fondato. Per fermare il flusso di armi difronte le coste del paese nordafricano l’Ue sta pensando di ridare vita ad una missione, quale quella denominata Sophia, che ha già fallito in passato e che negli ultimi anni è stata accantonata. La tregua di cui si parla nel documento e per monitorare la quale dovrebbe sorgere una commissione militare, sul campo non c’è. O comunque non è totale, come per adesso si potrebbe credere.
A Tripoli si continua a combattere
Il cessate il fuoco implicherebbe, tanto in linea teorica quanto pratica, la momentanea cessazione di ogni tipo di ostilità. Le discussioni in ambito europeo per adesso riguardano le modalità per “difendere” questo momentaneo stop ai combattimenti. Ma è da capire a quale tregua si fa riferimento. Perché il conflitto è sì diminuito di intensità ed i rumori dei colpi di artiglieria al centro di Tripoli si sono fatti meno frequenti, tuttavia la battaglia sta proseguendo anche in queste ore. E continuava pure durante la conferenza di Berlino. Mentre i leader internazionali più importanti erano seduti all’interno della cancelleria tedesca, a sud di Tripoli gli uomini dell’esercito del generale Haftar e le milizie al fianco del premier Al Sarraj erano impegnate in nuovi scontri nei quartieri meridionali della capitale libica.
Così come riportato da AgenziaNova, negli ultimi giorni i combattimenti hanno riguardato Khalatat Street ed il quartiere di Salah al Din, due delle zone più strategiche e nevralgiche a sud del entro di Tripoli. È da qui che passa, dallo scorso mese di aprile, la linea del fronte che divide le milizie a sostegno del governo da un lato e le truppe del Libyan National Army di Haftar dall’altro. Gli uomini di Haftar, durante e subito dopo la conferenza di Berlino, avrebbero provato a sfondare le linee in altri quartieri strategici come quelli di Al Qassi e Sidra. Non mancherebbero inoltre scontri nella zona dell’ex aeroporto internazionale di Qasr Bin Gashir, chiuso dal 2014 in quanto coinvolto nei combattimenti esplosi in quell’anno. L’unico vero elemento di novità a Tripoli degli ultimi giorni sta riguardando, come detto in precedenza, la diminuzione dell’intensità degli scontri. Ma non c’è traccia al momento di una tregua vera e propria
Si combatte anche tra Sirte e Misurata
In Libia al momento non c’è comunque soltanto il fronte riguardante la capitale. Come si sa, lo scorso 6 gennaio le truppe del generale Haftar sono entrate a Sirte, conquistando dunque la città natale di Muammar Gheddafi. La presa di questo territorio, ha fatto avanzare le forze vicine all’uomo forte della Cirenaica anche verso Misurata. Il fronte adesso si troverebbe, anche se non tutte le fonti sono concordi su questa circostanza, a circa 100 km ad est della città Stato da cui provengono buona parte delle milizie che sostengono il premier Al Sarraj. E proprio nelle località tra Sirte e Misurata nella scorsa notte, dunque 24 ore dopo la conferenza di Berlino, sono stati segnalati raid aerei da parte dell’aviazione fedele ad Haftar contro obiettivi delle milizie misuratine.
In particolare, raid sono stati riportati dalla cittadina di Abu Qurayn, snodo fondamentale lungo la via costiera che conduce verso Misurata. Bersagliati anche altri centri nelle vicinanze, sui social sono apparse foto che hanno mostrato colonne di fumo successive ai bombardamenti compiuti nel cuore della notte. Un’altra dimostrazione dunque di come la tregua di cui si è parlato a Berlino, in realtà non solo è molto fragile ma in alcuni casi anche del tutto inesistente.
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