Sabato si era già al secondo giorno di Ramadan, ma questo non ha purtroppo esentato gli abitanti di Tripoli dall’udire, dall’interno delle proprie abitazioni in cui sono confinati per via della guerra e dell’emergenza Covid, colpi di mortaio ed esplosioni di ordigni anche nel centro della capitale. Anzi, è soprattutto nelle zone più ricche della città che tra il 25 ed il 26 aprile scorso si è concentrata un’autentica battaglia, questa volta (come tante altre volte) combattuta tra le stesse forze ufficialmente vicine al governo di Fayez Al Sarraj. Una lotta intestina, originata dalle velleità dei vari gruppi che controllano Tripoli, che anche per l’Italia dovrebbe suonare come un ennesimo campanello di allarme.

Gli scontri tra le fazioni tripoline

Ad entrare in competizione, così come riportato da SpecialeLibia.it, sono stati due gruppi molto importanti nel panorama delle milizie tripoline: da un lato la Forza Speciale di Deterrenza, la cosiddetta “Rada“, dall’altro invece la Brigata dei Rivoluzionari di Tripoli. Quest’ultima controlla alcuni quartieri centrali della capitale libica, a partire da quello di Zawyet al Damanhi. Qui ci sono edifici delicati, tra cui il centro stampa del governo, la sede del ministero degli Esteri ed anche la nostra ambasciata, l’unica di un Paese occidentale attiva in Libia. Una zona quindi importante, controllata proprio dalla Brigata dei Rivoluzionari. Tra le vie di questo quartiere, tra sabato e domenica per l’appunto si è combattuta un’intesa battaglia: da un lato le forze della Rada, dall’altro la Brigata. Forse ad innescare gli scontri, l’irruzione degli uomini del gruppo di deterrenza all’interno dell’abitazione di uno dei leader della Brigata.

La battaglia sarebbe stata molto violenta: razzi, mortai, colpi di artiglieria, su uno dei quartieri più importanti di Tripoli per diverse ore è piovuto di tutto. Le strade si sono trasformate in trincee, con gli abitanti terrorizzati, ma oramai abituati a questo genere di scenario, che hanno atteso per tutta la notte da dentro le proprie case che la situazione potesse placarsi. Tutto poi sarebbe rientrato: forse si è raggiunto un accordo, forse è arrivato un compromesso sulle posizioni da tenere oppure, tra le altre ipotesi, lo stesso governo potrebbe aver promesso un nuovo allentamento dei cordoni della borsa per far tornare tutti alla calma. Nelle ore successive da parte della stessa Brigata si è provato a minimizzare l’accaduto, negando scontro con la Rada ed affermando come in realtà la battaglia ha interessato soltanto alcune fazioni non legate al comando del gruppo. Ma il perno del discorso non cambia: a Tripoli si è sparato e si è combattuto tra fazioni che, al di là di ogni appartenenza, ufficialmente sarebbero tutte schierate con l’esecutivo.

I rischi per l’Italia

Gli episodi sopra descritti hanno dimostrato ancora una volta come la situazione in Tripolitania sia sempre in costante evoluzione. Fayez Al Sarraj ha rivendicato negli ultimi giorni gli avanzamenti in zone strategiche come, tra tutte, nel territorio della città di Sabratha. Inoltre, il suo governo ha anche preso l’iniziativa militare per procedere verso Tahruna, roccaforte del nemico Khalifa Haftar a pochi passi da Tripoli. Ma si è trattato soltanto di successi effimeri, che nella sostanza però non hanno posto lo stesso Al Sarraj in una posizione di forza. Il premier continua ad essere capo di un governo fantasma, che non ha un esercito e che si serve per il controllo del territorio dell’azione di milizie che, come nel caso di sabato scorso, non di rado entrano in contrasto tra di loro.

Tripoli e le zone solo formalmente in mano al governo, sono quindi sempre più ingestibili. L’arrivo delle forze filo turche, inviate a partire da dicembre da Recep Tayyip Erdogan, stretto alleato di Al Sarraj, se da un lato ha garantito maggiori avanzamenti territoriali a danno di Haftar, dall’altro ha però ulteriormente destabilizzato il quadro interno alle milizie vicine a Tripoli. E questo potrebbe tradursi in una maggiore frammentazione delle forze filo Al Sarraj. Non proprio una buona notizia per l’Italia: così come visto ad esempio a Sabratha, dove la cacciata dell’esercito di Haftar ha riportato a galla capi locali come Ahmed al Dabbashi, il vero spettro potrebbe essere rappresentato dal consolidamento del potere di alcuni gruppi criminali. Soprattutto quelli che da anni appaiono protagonisti del traffico di esseri umani, capaci di portare migliaia di migranti nel nostro Paese. Un Al Serraj, unico rappresentante libico riconosciuto dall’Italia, sempre più debole e trafficanti sempre più forti potrebbero costituire gli elementi principali del prossimo futuro. In vista dell’estate, con ancora l’emergenza coronavirus non terminata, il quadro libico per il nostro Paese si fa sempre più intricato.

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