In Libia le armi continuano ad arrivare, l’embargo fissato nel 2011 e mai rispettato continua ad essere costantemente violato. Un’evidenza quest’ultima, ammessa nelle scorse ore anche dall’inviato dell’Onu in Libia, Ghassan Salamè. Il diplomatico libanese, a capo della missione Unsmil, ha fatto ufficialmente presente questa circostanza dopo la prima riunione della commissione militare libica costituitasi con la formula “5 + 5.” Quanto ammesso da Salamè, fa cadere l’altro caposaldo degli accordi presi nella conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso, dove le potenze straniere presenti in Libia hanno sottoscritto l’importanza di una tregua militare e del rispetto dell’embargo delle armi. La tregua non c’è mai stata, così come non è mai stato posto in essere un vero embargo.

“Continuano ad affluire materiali e mercenari”

Le frasi del numero uno della missione delle Nazioni Unite in Libia inerente l’arrivo di nuove armi, sono state ben chiare e non hanno lasciato spazio a dubbi. Secondo Salamé, da Berlino ad oggi non è cambiato nulla: “Non è stato rispettato l’embargo sulle armi in Libia imposto alla Conferenza di Berlino – ha chiarito il rappresentante diplomatico del palazzo di vetro – sono continuati ad affluire materiali e mercenari”. Ma non solo: Salamé ha anche reso noto alcuni dati, i quali appaiono decisamente allarmanti. Tra questi, ad esempio, il numero delle armi attualmente in circolazione nel paese nordafricano: In Libia – ha affermato l’inviato – si trovano ad oggi oltre venti milioni di armi”.

Considerando che il paese ha poco più di cinque milioni di abitanti, per ogni cittadino in media sono a disposizione almeno quattro armi. Una situazione evidentemente poco sostenibile e l’afflusso di nuovi rinforzi dall’estero non fa altro che determinare un aumento della preoccupazione. Gli occhi sono soprattutto puntati sulla Turchia: nei giorni scorsi la fregata Gaziantep è stata avvistata nei pressi di Tripoli, dal porto della capitale libica già da diverse settimane arrivano foto con mezzi turchi attraccati e pronti a far sbarcare armi e miliziani. L’afflusso di mercenari è un altro grattacapo non indifferente, visto che dalla provincia siriana di Idlib il governo di Ankara sta trasferendo centinaia di combattenti islamisti pronti ad essere schierati lungo il fronte tripolino.

L’assenza dell’Europa

Ma ovviamente non è solo la Turchia ad inviare armi in Libia. Il ruolo del paese anatolico è messo maggiormente in risalto in quanto tra Ankara e Tripoli è in vigore un memorandum che prevede, tra le altre cose, l’aiuto militare. Un aiuto che Erdogan non sta certo tardando a dare. Altri attori però stanno contribuendo a far aumentare il numero di armi in Libia: dagli Emirati Arabi Uniti alla Russia, quest’ultima presente da settembre con i contractors della Wagner, altri paesi per rispondere alle mosse turche attivatesi in difesa del premier Al Sarraj hanno inviato armi per sostenere il generale Haftar. 

In questo contesto, ad emergere è ancora una volta la marginalità dell’Europa. Il vecchio continente, su spinta di Angela Merkel ha voluto organizzare la conferenza di Berlino proprio per provare a rientrare in gioco nel dossier libico. Ma, come detto in precedenza, i capisaldi fissati nella capitale tedesca sono crollati già poche ore dopo il vertice del 19 gennaio o, per meglio dire, forse non sono mai stati del tutto issati. Niente tregua e niente rispetto dell’embargo hanno fatto in modo, in questi giorni, di porre nuovamente l’Europa alle strette. Le proposte avanzate in sede comunitaria, sono apparse poi ancor di più slegate da quelle che sono le vere esigenze che la realtà libica attualmente richiede. Si è infatti parlato di una missione europea di interposizione, del tutto inapplicabile specialmente in questo momento: “Prima ne devono discutere i libici”, ha dichiarato nelle scorse ore Salamé.

E poi, si è fatto riferimento al rilancio della missione Sophia volta a far rispettare l’embargo sulle armi. Ma in questo momento, forse, sarebbe il caso di discutere su come tirar fuori dalla Libia il materiale bellico attualmente a disposizione. E provare, contestualmente, a frenare l’attivismo della Turchia di Erdogan. Ma su quest’ultimo aspetto, a pesare è la prudenza della Germania: il governo tedesco infatti, teme la possibilità che Ankara riapra le frontiere e faccia affluire in nord Europa milioni di profughi siriani.

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