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Il nuovo anno potrebbe portare in serbo una nuova recrudescenza del conflitto in Libia. Se da un lato l’Unsmil, la missione Onu delle Nazioni Unite, ha annunciato tramite l’attuale reggente Stephanie Williams l’avvio dei lavori del cosiddetto Comitato Consultivo per il forum politico, sul campo la situazione è sempre più tesa. Il 23 ottobre scorso è stato annunciato un cessate il fuoco permanente tra Gna, la sigla che riunisce le milizie vicine al governo di Fayez Al Sarraj, e l’Lna, ossia l’esercito guidato dal generale Haftar. Sono questi i principali schieramenti in campo. E tra le parti aumentano pericolosi segnali di ripresa delle ostilità.

Le tensioni alle porte di Sirte

Il primo fronte potenzialmente problematico è quello della città natale di Muammar Gheddafi. In mano da un anno al generale Haftar, Sirte è esattamente a metà strada tra Tripoli e Bengasi. Dunque, storicamente non è mai stata del tutto considerata interna alla Tripolitania o alla Cirenaica. Inoltre, proprio la sua posizione la rende strategica sotto il profilo militare. Per questo è proprio qui che le ostilità potrebbero riprendere. Quando nello scorso mese di giugno il generale Haftar ha abbandonato la Tripolitania, ha però deciso di non lasciare Sirte ed anzi ha potenziato le difese attorno la città. Sul finire del 2020, per facilitare il processo politico successivo al cessate il fuoco di ottobre, negli ambienti diplomatici si è parlato della creazione di una zona demilitarizzata a Sirte, gestita da una missione europea. Un progetto mai decollato, ma che ha designato questa località come un’area “neutrale”. E infatti nei colloqui politici svolti a Tunisi nel mese di novembre, si è fatta strada l’idea di Sirte quale capitale provvisoria e sede del futuro governo di unità nazionale.

Ma la politica ha tempi drammaticamente più lenti dei progetti militari. E così da diverse settimane in Libia si avverte il sentore della volontà di entrambe le parti di rivendicare il controllo di Sirte “manu militari“. Più volte da Tripoli sono giunte accuse rivolte ad Haftar di convogliare centinaia di uomini e mezzi alle porte della città e nella strategica base militare di Al Jufra, posta poco più a sud. Movimenti che, secondo il governo riconosciuto dall’Onu, sarebbero propedeutici a una nuova operazione da parte del generale. L’ultima novità è arrivata con l’inizio del 2021: nei primi giorni dell’anno infatti la brigata Al Sumud, guidata dal miliziano islamista Salah Badi, ha bloccato la strada costiera che collega Misurata a Sirte. I combattenti hanno chiesto il ritiro di Haftar dalla città per far tornare a scorrere il traffico nella vitale arteria libica. Anche questo un segnale di una crescente tensione a pochi passi dal fronte più caldo.

Gli scontri nel Fezzan

Dove il conflitto sembra esserci riacceso, è nella regione meridionale della Libia. Buona parte del Fezzan è in mano ad Haftar dal gennaio del 2019, ma la natura desertica del territorio ha sempre reso difficile per tutte le parti in causa un vero controllo di questa vasta area. Al contrario, il Sahara libico è conteso da bande, gruppi e tribù in lotta tra loro spesso per contendersi i traffici illeciti derivanti dalle tante carovane che attraversano il deserto. Alcune bande risultano affiliate al Gna, altre invece all’Lna. E sporadicamente entrano a contatto generando scontri di media intensità. A partire da dicembre i contrasti appaiono sempre più frequenti. L’ultimo in ordine di tempo ha riguardato la città di Sebha, la più grande del Fezzan. Gruppi vicini al Gna e all’esercito di Haftar si sono contesi per diverse ore alcuni isolati adiacenti alla sede locale della mezzaluna rossa. Se la situazione non dovesse rientrare, gli scontri potrebbero procedere su larga scala nelle prossime settimane.

Piccoli spiragli diplomatici

Le uniche speranze arrivano dalle novità riguardanti il medio oriente. La Libia, soprattutto negli ultimi anni, si è trasformato in un campo di battaglia di una guerra per procura tra le varie potenze regionali. Adesso che nell’area sono apparsi spiragli di attenuazione delle tensioni, di riflesso qualcosa potrebbe cambiare anche nel Paese nordafricano. Arabia Saudita e Qatar stanno appianando le loro divergenze dopo l’embargo imposto a Doha nel giugno del 2017. Il piccolo emirato è uno dei più importanti sostenitori del governo di Al Sarraj, i sauditi sono invece molto vicini, assieme agli Emirati Arabi Uniti, al generale Haftar. Con il processo di distensione in corso, le divergenze sul dossier libico potrebbero rientrare. Forse vanno in questa direzione le mosse dell’Egitto, da sempre sponsor dell’uomo forte della Cirenaica, che a partire da novembre ha lentamente riallacciato i contatti con il governo di Tripoli.

E proprio dalla capitale libica arrivano notizie relative al rientro in Turchia di diverse milizie di mercenari siriani sostenute da Ankara a supporto di Al Sarraj. Diversi combattenti, dopo alcune proteste esplose per via del mancato pagamento degli stipendi, sono stati imbarcati su un aereo a Tripoli con destinazione Istanbul. Il ritiro dalla Libia dei miliziani siriani è una delle condizioni poste da Bengasi per accelerare il dialogo politico.

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