In Libia si è tornato a combattere. Questa volta però non tra est ed ovest, come accaduto negli ultimi anni. Lo scontro, a voler guardare gli schemi presenti nel quadro libico, ha sembianze fratricide. Da un lato ci sono infatti le milizie guidate dal generale Haftar, che con il suo Libyan National Army controlla buona parte della regione orientale del Paese, dall’altro ci sono i ribelli ciadiani del Fact. Si tratta di due parti alleate fine a non molto tempo fa. Le battaglie sono iniziate dallo scorso martedì e sono andate avanti per diverse ore nelle zone a sud di Sirte. In pieno deserto anche nelle ultime ore sono state registrate nuove sparatorie e rappresaglie tra i due gruppi. Non è al momento chiaro il casus belli. Martedì gli uomini di Haftar hanno denunciato un attacco da parte del Fact contro propri convogli.

Negli scontri, sempre secondo le fonti vicine al generale della Cirenaica, sarebbe morto soltanto un membro dell’Lna. Sull’altro fronte invece è stata data una versione diversa. Rappresentanti del Fact hanno fatto sapere di aver subito un attacco da parte di Haftar nel sud del Paese, quasi al confine con il Ciad. Secondo i ribelli, a perdere la vita tra le fila avversarie sarebbero stati almeno undici uomini, quattro invece tra quelli del proprio schieramento. Ad essere coinvolta in questa azione sarebbe stata anche una delle brigate guidate da Saddam Haftar, primogenito del generale. Una forza di élite dunque, a testimonianza di come lo scontro non solo è stato duro ma anche dal grande valore militare e politico. La tensione è comunque ancora molto forte e non si escludono nuovi combattimenti. Da segnalare che secondo fonti di Agenzia Nova, Haftar sarebbe stato aiutato da mercenari sudanesi, da forze speciali e droni francesi per catturare – senza riuscirvi – il leader del Fact, Mahamat Mahdi Ali.

Quei ribelli ciadiani addestrati dai russi

Il Fact, acronimo di Fronte per l’alternanza e la concordia del Ciad, è nato nel 2016 dopo una scissione con l’Ufdd, Unione delle forze per la democrazia e lo sviluppo, uno dei principali gruppi di opposizione ciadiani. Il suo leader è cresciuto in Francia. Mahamat Mahdi Ali si è laureato a Reims e ha militato per un breve periodo nel Partito Socialista. La storia del Fact è però legata molto anche alla Libia. I miliziani ciadiani sono presenti infatti nel Paese nordafricano già dal 2016, quando inizialmente avevano appoggiato le milizie di Misurata contro lo Stato islamico. Poi sono passate sul fronte opposto, stringendo un’alleanza di convenienza con Haftar.

Grazie a loro, il generale ha potuto controllare buona parte del sud della Libia, zona desertica molto vasta e impossibile da penetrare a fondo per il suo Esercito. In queste vaste lande del Sahara, il Fact ha ricevuto importanti aiuti militari. In particolare, gli uomini di Ali sono stati addestrati dai contractor della Wagner, la società russa molto legata al Cremlino. La Russia in Libia ha sempre sostenuto Haftar e tramite i membri della Wagner presenti ha dato manforte anche ai più stretti alleati dell’uomo forte della Cirenaica. Ma adesso che tra il generale e il Fact è in corso una battaglia, gli scenari che si aprono in Libia e non solo appaiono in continua evoluzione.

Scontro tra ex amici in Libia?

Dopo aver entrambi sostenuto il generale Haftar nell’offensiva per prendere Tripoli, Russia e Francia sembrano ora avere interessi divergenti in Libia. A tracciare il corso di questo cambiamento è stato l’omicidio del presidente del Ciad, Idriss Deby in un attacco delle forze di opposizione ciadiane provenienti dai territori libici. Le circostanze esatte sulla morte di Deby, uomo fondamentale per il sistema di controllo francese del Sahel, non sono mai state chiarite. Ma è singolare che ad eliminare il presidente siano stati i ribelli ciadiani addestrati dai mercenari russi nelle basi del generale Haftar in Libia.

Una situazione che deve aver messo in tremendo imbarazzo il “feldmaresciallo” della Cirenaica, al quale i medici militari francesi hanno pur sempre salvato la vita dopo un malore (forse un tumore al cervello, forse un infarto, non è mai stato chiaro) nel 2018. Dalla cronaca degli eventi in corso oggi nel sud della Libia emerge una situazione kafkiana: un signore della guerra libico (Haftar) dà la caccia ai suoi ex alleati (i ciadiani del Fact, peraltro dotati di mezzi armi forniti da lui stesso) per recuperare il favore di un importante Paese europeo (la Francia), ma senza pestare i piedi a uno dei suoi principali alleati (la Russia). Una vicenda che, in realtà, nasconde uno scontro tra geopolitico molto più ampio.

Braccio di ferro Francia-Russia nel Sahel

Questi sviluppi delineano infatti uno scenario relativamente nuovo in un quadrante strategico come il Sahel, dove da decenni si intrecciano terrorismo, traffici illeciti, migrazioni e ricchissime risorse naturali. Quest’area a lungo dominata dalla Francia, che vi estrae l’uranio necessario per alimentare i suoi oltre 50 reattori nucleari, vede ora l’emergere di nuovi attori globali che agiscono in modo spregiudicato. La Russia è uno di questo questi. Mosca sta portando avanti un’aggressiva politica espansionista che l’ha portata ad aver un contingente militare nella Repubblica Centrafricana e a sostenere i militari golpisti in Mali.

Secondo fonti diplomatiche Reuters raccolte a Parigi, un gruppo di mercenari russi sarebbe recentemente entrato proprio in Mali per “estendere l’influenza russa sugli affari di sicurezza nell’Africa occidentale, innescando l’opposizione dell’ex potenza coloniale francese”. A essere coinvolti sarebbero almeno 1.000 mercenari del gruppo Wagner, ma non esistono dati certi. La Francia dispone di circa 5.000 militari nella missione francese Bakhrane, eppure non sembra in grado di controllare la situazione. Lo scorso marzo è stato sventato un colpo di Stato in Niger, mentre poche settimane prima il Fact è riuscito a uccidere Deby, uomo chiave della Francia nel Sahel. Una situazione delicata per Parigi, che ha spinto i cugini d’oltralpe a chiedere aiuto all’Europa e in particolare all’Italia.

Il ruolo dell’Italia

Lo scontro tra Mosca e Parigi presenta per l’Italia delle opportunità ma anche dei rischi. In Niger, la missione Misin prevede una presenza massima di 295 uomini, 160 mezzi terrestri e cinque mezzi aerei. Altri 200 militari italiani sono presenti anche in Mali, con uno squadrone di otto elicotteri impegnati nella lotta al terrorismo. In cambio di questo impegno, il presidente Mario Draghi potrebbe chiedere all’omologo Emmanuel Macron di contribuire a delineare una politica europea capace di contrastare i flussi migratori e una maggiore convergenza sulla Libia.