Dalla Libia il petrolio continua a non affluire: il blocco, imposto dalle forze pro Haftar lo scorso 17 gennaio, continua a rimanere e vale sia per i principali porti da cui il greggio parte verso l’Europa, sia per alcuni stabilimenti in cui si è stati costretti ad interrompere la produzione. La situazione, giorno dopo giorno, su questo fronte si fa sempre più grave e questo sia da un punto di vista economico, così come sotto il profilo degli approvvigionamenti per la popolazione. Tuttavia, il blocco dell’oro nero in Libia è passato quasi in secondo piano e dopo le prime condanne arrivate poche ore dopo lo stop alle esportazioni, non sono stati registrati altri interventi da parte della comunità internazionale.

Perché la vicenda è passata in secondo piano

Come detto, tutto è iniziato lo scorso 17 gennaio. Si era alla vigilia della conferenza di Berlino, voluta dalla Germania per provare a ridare centralità all’Europa finita ai margini del dossier libico. Quel giorno da Bengasi è stato annunciato il blocco repentino di tutti i principali terminal da cui partono le navi che portano l’oro nero nel resto del mondo. A cascata, questo ha progressivamente comportato il momentaneo collasso dell’industria petrolifera libica. La Noc, l’azienda statale libica, ha fatto sapere che gli impianti di stoccaggio nei porti libici non possono accogliere a lungo altro petrolio, dunque si è dovuto provvedere ad un graduale stop della produzione. A questo, occorre aggiungere il fermo dei lavori in alcuni giacimenti a causa del blocco degli oleodotti. E questo vale, tra gli altri, anche per l’impianto di El Feel, gestito dall’Eni assieme alla Noc.

Sul perché del gesto di Haftar, si è scritto già nei giorni scorsi: il generale controlla buona parte della Libia, comprese le zone dei giacimenti, tuttavia i proventi dell’oro nero vanno all’interno della casse di Tripoli. In questo modo, il leader del Libyan National Army ha voluto sollevare l’attenzione sul caso ed indebolire ulteriormente il governo del premier Al Sarraj. Tuttavia, chi si aspettava una furiosa reazione internazionale sul blocco del petrolio libico, è rimasto deluso. Non sono mancate condanne contro l’azione del generale, a partire da quella dell’ambasciatore americano a Tripoli. Era anche pronta, secondo diverse fonti diplomatiche, una dichiarazione congiunta di alcuni paesi occidentali, Italia inclusa, bloccata però dalla Francia. Nei giorni successivi sulla vicenda è calato il silenzio, anche se ora dopo ora la Noc perde svariati miliardi di Dollari e la popolazione libica rischia di rimanere senza energia.

Il motivo della mancata reazione a livello internazionale, è dato dal fatto che nell’immediato si potrebbe anche fare a meno del greggio estratto dal paese nordafricano. Il petrolio libico ha sì una qualità apprezzata, che comporta anche minori costi di raffinazione. Ma la sua assenza provvisoria dal mercato è sostituibile con quanto arriva da altri paesi: Algeria, Nigeria, Gabon ed Angola, giusto per rimanere in Africa, ma un surplus di barili è possibile riceverlo anche dall’Azerbaijan o dagli stessi Emirati Arabi Uniti. L’interesse di molti attori internazionali sul petrolio libico è dunque forse più a lungo termine. Nel breve termine, visto lo stallo politico e militare interno al paese nordafricano, in pochi sembrano avere una concreta volontà di alzare gli scudi contro il blocco imposto da Haftar.

I danni per l’Italia

Come detto, per la popolazione libica non vale lo stesso principio: l’economia della Libia si basa quasi esclusivamente sul petrolio, il fermo all’industria del settore sta implicando svariate conseguenze molti gravi per la società. Molti lavoratori sono al momento rimasti a casa, l’indotto è sostanzialmente fermo, l’approvvigionamento per l’uso quotidiano è messo in discussione. I danni potrebbero però farsi sentire anche dall’altra parte del Mediterraneo. L’Italia, da un blocco anche a medio termine della produzione libica, ha tanto da perdere. Sull’approvvigionamento non sussistono particolari problemi, visto che si può ovviare allo stop in Libia con l’oro nero proveniente da altri Stati.

La principale questione è però economica. In primo luogo perché importare greggio da paesi più distanti rispetto alla Libia, ha costi maggiori e potrebbe pesare sia sui bilanci che sulle tasche dei cittadini. In secondo luogo, perché tutte le principali raffinerie italiane lavorano il petrolio libico. La mancanza di forniture dal paese nordafricano, rischia di complicare e non poco le attività nei nostri impianti. E poi c’è anche il discorso che riguarda direttamente l’Eni: è stato calcolato che la joint venture con la quale assieme alla Noc il nostro colosso dell’energia gestisce i campi di Mellitah, perde ogni giorno 9.4 milioni di Euro. Un danno all’Eni da queste parti, è anche un danno dritto all’Italia ed agli interessi del nostro paese nell’area. Lo stesso amministratore delegato della società, Claudio Descalzi, nei giorni scorsi è stato molto chiaro in merito: “La situazione è molto critica e si stanno affamando migliaia di persone”.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME