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In Germania c’è poco, pochissimo spazio per esprimere solidarietà alla causa palestinese. Tant’è che oggi, così come nel corso degli ultimi tredici mesi, è praticamente impossibile tenere una manifestazione pro-Palestina a Berlino, o altrove in Germania, senza dover affrontare attacchi da parte della polizia, intimidazioni da parte dello Stato e accuse di antisemitismo da parte della stampa. A tal riguardo, la cronaca dei fatti che si sono susseguiti nell’ultimo anno spiega bene come stanno le cose.

Greta Thunberg

In Germania, le manifestazioni pro-Palestina autorizzate e puntualmente smantellate, non si contano più. Tra queste, c’è stata anche quella del mese scorso, a cui avrebbe dovuto partecipare anche Greta Thunberg. L’attivista svedese, che ha ripetutamente espresso solidarietà verso i palestinesi e accusato Israele di genocidio, ha accusato la polizia tedesca di “aver usato tattiche eccessivamente dure nello sgomberare il sit-in a Dortmund, prima della sua visita programmata”. Tutto quello che avrebbe dovuto fare Thunberg, si legge sul suo account X, era tenere “un discorso in sostegno al popolo della Striscia di Gaza”. Le è stato impedito, come ad altri prima di lei. “La Germania – scrive l’attivista – sta minacciando e silenziando chiunque si esprima contro il genocidio e l’occupazione israeliana”.

Il caso di Abu Sitta

A Berlino, le proteste a favore del popolo palestinese non sono state le uniche ad essere messe a tacere. Mesi fa, ha fatto scalpore il caso di Ghassan Abu Sitta, un chirurgo che ha prestato servizio in vari ospedali a Gaza nell’immediato post 7 ottobre. Ebbene, al dottor Sitta, che avrebbe dovuto tenere un discorso sulla terribile condizione del sistema sanitario della Striscia, in una conferenza a Parigi, la Germania ha imposto un divieto di ingresso valido in tutto lo spazio Schengen, e quindi anche in Francia (qui un approfondimento del The Guardian). Il medico britannico, una volta atterrato all’aeroporto Charles de Gaulle, è stato rimandato indietro dalla polizia di frontiera. Alla fine, Abu Sitta ha partecipato alla conferenza di Parigi in collegamento video, ricevendo pieno appoggio da diversi deputati francesi. Tra questi, anche Raymonde Poncet Monge, senatrice di Europe Écologie-Les Verts e organizzatrice dell’evento, che ha dichiarato: “Com’è possibile che la Germania emetta divieti territoriali validi in tutta l’area Schengen? Si tratta di un nuovo passo verso la repressione di tutto ciò che riguarda la Palestina”.

L’ex ministro greco Varoufakis

Così come è stato per il professor Abu Sitta, anche all’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, è stato vietato l’ingresso in Germania. Il motivo è sempre lo stesso e riguarda delle dichiarazioni ritenute antisemite dal Governo tedesco. Eppure, in quel discorso che gli è costato un “betätigungsverbot”, ovvero il divieto di qualsiasi attività politica, Varoufakis richiedeva un “cessate il fuoco immediato” e l’avvio di un “processo di pace, sotto l’egida delle Nazioni Unite, per porre fine all’apartheid e salvaguardare uguali libertà civili per tutti” (Qui il testo integrale del suo discorso).

Conti congelati

Di rilievo, poi, il caso di Jewish Voice, nota associazione di attivisti ebrei, che da sempre si batte contro le violenze e le ingiustizie subite dai palestinesi. Lo scorso aprile, in concomitanza con il “Congresso per la Palestina”, il conto bancario del gruppo è stato congelato dalla Berliner Sparkasse “per ragioni regolamentari”. Nello specifico, il succitato evento si sarebbe dovuto tenere a Berlino, dal 12 al 14 aprile. Tuttavia, anche in quel caso, la polizia tedesca, con oltre 900 agenti, ha interrotto e smantellato il congresso, che “è durato appena 20 minuti, anziché tre giorni”. In quell’occasione, Iris Hefets, portavoce di Jewish Voice, aveva commentato così il duro intervento delle forze armate: “Siamo davanti ad una repressione spaventosa della Germania nei confronti delle voci filo-palestinesi. Il governo tedesco prende di mira gli ebrei critici nei confronti di Israele ‘per formare l’ebreo che vogliono’”.

Il doppio standard

Alla luce di questo, anche l’applicazione del codice penale tedesco contro i sostenitori della Palestina è finita sotto esame. Quello che si evidenzia, in un articolo riportato da Anadolu Agency, è un “doppio standard” dell’applicazione della legge. Yalcin Tekinoglu, avvocato penalista, specializzato in casi di discriminazione, sottolinea: “Quando musulmani o non-ebrei subiscono discriminazioni o insulti, i tribunali sono spesso riluttanti ad applicare la Sezione 130” [nota come Volksverhetzung, ossia una disposizione di legge che riguarda il reato di incitamento all’odio]. Inoltre, ha osservato che “i casi di presunto antisemitismo vengono ora gestiti dai procuratori federali, il che può portare a pene più severe, incluso il trasferimento forzato in altri Paesi”.

Tekinoglu esemplifica il doppiopesismo in questo modo:“Un uomo arrestato per l’incendio di una moschea potrebbe non essere etichettato come autore di un crimine anti-musulmano. Tuttavia, partecipare a una protesta a sostegno della Palestina può essere registrato come reato antisemita, e prevedere immediatamente l’applicazione dell’Art. 130”. Quest’ultimo fatto, del resto, è già accaduto in molti casi, basta leggere la cronaca dei mesi passati. 

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