La geopolitica della corsa allo spazio
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Il premier Abiy Ahmed nei giorni scorsi è apparso in divisa lontano dai suoi uffici di Addis Abeba. Su Twitter è stato lui stesso a specificare di trovarsi al fronte, non lontano dalle prime linee dove l’esercito federale etiope combatte contro i tigrini del Tplf. Lui, premio Nobel per la pace nel 2019, ha voluto dare l’idea di premier combattente pronto alla guerra in trincea per evitare la debacle. Un messaggio che forse ha avuto effetto. Il 24 novembre Haile Gebrselassie, leggenda dello sport etiope e campione olimpico dei 10.000 piani, ha rilanciato: “Se è necessario – ha dichiarato sui social – mi recherò al fronte”. In tanti hanno deciso di essere reclutati nell’esercito. Una chiamata alle armi che sta dando i suoi frutti. Le forze di Addis Abeba hanno ripreso in mano l’iniziativa, respingendo per il momento le avanzate tigrine. Ma non è soltanto per la corsa al fronte che l’Etiopia sta preservando la stabilità della capitale. La chiave di volta molto probabilmente è rappresentata dai droni. Ne sono arrivati a centinaia e il loro uso ha messo in seria difficoltà gli avversari. La guerra potrebbe adesso prendere un’altra piega.

Il fronte si allontana da Addis Abeba

Nella capitale etiope a inizio novembre era stato decretato lo stato d’emergenza. Il campanello d’allarme era arrivato dalla conquista tigrina di due città strategiche: Dessié e Kombolcha. Situate lungo l’autostrada A2, la più importante arteria che collega Addis Abeba al porto di Gibuti, la loro caduta in mano ai miliziani del Tplf aveva certificato sia l’esistenza di un’avanzata ribelle a 220 km dalla capitale e sia il taglio delle linee di rifornimento per i soldati federali. I tigrini erano riusciti a portare la guerra fuori dal Tigray, la loro regione di appartenenza in cui nel novembre 2020 il premier Abiy aveva dato il via a un’operazione militare contro il Tplf. Nel giugno scorso gli stessi tigrini non solo avevano già riconquistato l’intero Tigray, ma grazie anche a un’alleanza con ribelli oromo si erano portati nel cuore del resto del territorio etiope.

L’impressione era quella di un imminente arrivo delle linee del fronte ad Addis Abeba. La prospettiva di una capitolazione aveva colto tutti di sorpresa. Molti governi avevano intimato al proprio personale diplomatico non essenziale di lasciare il Paese. Il “gigante” del Corno d’Africa era prossimo alla deriva. Il 6 dicembre invece le notizie giunte dal fronte hanno iniziato a essere di ben altro tenore. Dessié e Kombolcha sono infatti tornate nelle mani dell’esercito federale. Pochi giorni prima i generali etiopi avevano ordinato il via libera alla controffensiva. L’autostrada A2 è stata in gran parte liberata e le prime linee sono adesso lontane da Addis Abeba più di 400 km. La mobilitazione chiamata da Abiy nel momento della dichiarazione dello stato d’emergenza ha dato i suoi frutti. Nella più grande città del Paese il premier è popolare e buona parte dei cittadini supportano la sua linea politica dell’etiopianismo, fondata sulla costituzione di uno Stato centrale più forte e forgiato dai simboli comuni nazionali etiopi a dispetto invece del federalismo da sempre voluto dai tigrini. In tanti sono partiti, seguendo l’esempio del capo del governo e l’incitamento di Haile Gebrselassie, celebrità sportiva più ascoltata dagli etiopi.

Il ruolo decisivo dei droni

Il vero segreto della controffensiva di Abiy però è rappresentato dai droni. Da quando i tigrini hanno messo piede al di fuori della regione da cui è partita la guerra, l’esercito federale ha iniziato a stipare negli hangar decine di aerei senza pilota. Gli ultimi in ordine di tempo sono arrivati da Chengdu, città cinese in cui vengono fabbricati i Wing Loong I, visti in azione già in altri scenari come ad esempio in Libia. Secondo gli autori di un’inchiesta pubblicata sul sito specializzato Oryx, un aereo cargo partito da Chengdu è atterrato nella base etiope di Harar Media il 21 settembre scorso. Immagini satellitari nei giorni successivi avrebbero quindi notato l’uso, attorno alla pista della base militare, di dispositivi volti a far funzionare i droni. A inizio ottobre in alcuni video sono stati avvistati velivoli senza pilota sui cieli di Makallè, il capoluogo del Tigray. Anche se non confermato da Addis Abeba, l’uso dei droni da parte dell’esercito federale è un dato certo. Molti testimoni lungo le linee del fronte hanno parlato di esplosioni e raid derivanti da aerei pilotati da remoto.

Così come riportato da AgenziaNova, già prima dell’arrivo dei droni cinesi negli ambienti diplomatici era ritenuta probabile la vendita all’Etiopia di mezzi analoghi da parte di almeno tre Stati. In particolare Turchia, Emirati Arabi Uniti e Iran. AfricaIntelligence il 15 novembre scorso ha parlato dell’arrivo ad Addis Abeba in estate di alcuni modelli dei Bayraktar TB2, di fabbricazione turca, a seguito dell’accordo di cooperazione militare siglato tra Abiy Ahmed e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Dall’Iran invece sono stati acquistati i Mohajer-6, mentre dagli Emirati gli Ucav Vtol. Il loro impiego sta permettendo all’esercito federale di avere il totale dominio sui cieli e di compiere raid mirati contro le postazioni tigrine. Le linee ribelli hanno quindi subito duri colpi, da qui un loro primo importante indietreggiamento.

Lo scenario che si profila all’orizzonte è molto simile a quello già visto nel 2020 in Nagorno – Karabakh, forse la prima vera guerra in cui l’uso dei droni si è rivelato decisivo. Buona parte del merito del successo azerbaigiano nel conflitto contro gli armeni è dovuto al massiccio impiego di aerei senza pilota, girati soprattutto dalla Turchia, in grado di mettere in crisi le postazioni avversarie. L’esempio etiope potrebbe quindi dimostrare ancora una volta come nei conflitti del futuro l’entrata in scena dei droni potrebbe essere la vera arma per indirizzare le sorti delle battaglie decisive.

La reazione occidentale

L’aiuto fornito dalla Cina all’Etiopia è ravvisabile anche a livello politico. Le poche immagini arrivate in queste settimane da Addis Abeba, hanno mostrato manifestazioni di cittadini in cui sono comparse bandiere cinesi. Di contro, il clima nella capitale etiope è apparso quantomeno ostile agli Stati Uniti. Lo stesso Haile Gebrselassie ha tuonato contro l’occidente: “Una cosa che voglio dirvi è che le potenze occidentali, che sono intervenute negli affari interni dell’Etiopia – si legge nelle sue dichiarazioni – colpirebbero quasi tutti gli africani e il resto del popolo nero”. Sotto accusa le recenti prese di posizione sia di Washington che di altri governi occidentali (Gran Bretagna, Canada, Australia, Danimarca e Paesi Bassi) contro Addis Abeba. In particolare, è stato puntato il dito contro possibili crimini compiuti dall’esercito federale e contro presunti arresti arbitrari di cittadini tigrini nella capitale. In un contesto del genere, l’Etiopia da alleato Usa nella regione potrebbe diventare un avamposto vicino a Pechino nel cuore del Corno d’Africa.

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