Mentre scriviamo un convoglio di attrezzature speciali con specialisti militari del ministero della Difesa russo sta viaggiando dalla base aerea di Pratica di Mare, nei pressi di Roma, verso Bergamo per aiutare a combattere la diffusione dell’infezione da coronavirus. I mezzi speciali e l’equipe medica di Mosca sono arrivati a partire da domenica, quando il primo cargo Ilyushin Il-76MD delle Forze Aerospaziali Russe (le Vks – Vozdušno-Kosmičeskie Sily) è atterrato all’aeroporto militare laziale scaricando uomini e materiali. In totale la Russia ha effettuato 15 voli di cui l’ultimo arrivato proprio oggi, come riportato in una nota ufficiale.

Il contingente russo è guidato dal maggior generale Sergey Kikot, esperto di antrace e vice capo di Stato maggiore del comando difesa Nbcr (Nucleare Batteriologico Chimico Radiologico) della Federazione Russa, ed insieme a lui altri 120 specialisti che, come riporta anche La Stampa, hanno i gradi di generali, colonnelli, maggiori, tenenti colonnelli, impegnati in passato in operazioni militari di contenimento del rischio batteriologico all’estero e in patria, come avvenne nel 2016 per contrastare la diffusione di un’epidemia di antrace nella regione di Yamal-Nenec, nella Siberia centro settentrionale.

Gli aiuti russi sembra che consistano in cento ventilatori per le terapie intensive, 200mila mascherine, mille tute protettive, e soprattutto apparecchiature per le analisi della positività al virus. Due macchine che possono processare cento tamponi in un paio d’ore, un migliaio di tamponi veloci (2 ore) e 100mila tamponi normali. Queste, secondo le prime indiscrezioni, le forniture “a titolo gratuito” di Mosca anche se, come riportato sempre dal quotidiano torinese, l’elenco preciso del materiale verrà reso pubblico solamente domani da Palazzo Chigi.

Insieme al materiale si sono visti anche mezzi per la disinfezione del tipo KDA “Orlan”, facenti parte della colonna, composta da 22 unità di equipaggiamento speciale russo nonché autobus con specialisti militari e veicoli di scorta e supporto tecnico forniti dall’Italia, che in queste ore è diretta a Bergamo, e che sono stati utilizzati per la prima volta dai russi proprio durante l’emergenza antrace del 2016.

Un aiuto importante da parte di Mosca quindi, un aiuto che non può che essere di tipo militare dato che anche in patria, come abbiamo visto, l’esercito è chiamato a fronteggiare emergenze di carattere batteriologico. Per la prima volta nella storia mezzi e personale di una potenza che è stata nemica per 70 anni, si muovono sul territorio italiano per portare aiuto alla popolazione e al personale medico che è alle prese con la lotta al virus.

Un aiuto portatoci non solo per puro altruismo. È evidente. Innanzitutto la Russia, grazie all’esperienza sul campo che faranno i suoi esperti militari, sarà in grado di fronteggiare meglio il possibile esplodere del contagio tra i suoi confini, che, come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza, sono stati sì blindati, ma potrebbe comunque non essere un provvedimento sufficiente per evitarne una futura incontrollata diffusione.

Proprio il ministero della Difesa russo, in queste ore, ha tenuto una riunione al vertice, a cui ha partecipato anche il presidente Vladimir Putin e altre massime cariche militari, per stabilire il piano di azione per salvaguardare non solo il sistema della Difesa della Federazione ma anche per stabilire gli eventuali piani d’azione per combattere una diffusione su vasta scala. Nella nota ufficiale si legge infatti che “lo scopo dell’audit è aumentare il livello di prontezza delle unità per risolvere, se necessario, i compiti per combattere l’infezione da coronavirus” e che saranno effettuate verifiche per un piano d’azione su due livelli: un primo di carattere esclusivamente militare atto a creare una zona batteriologicamente sicura di primo ingresso, ovvero “per eliminare le conseguenze della lotta contro le malattie nei luoghi di spiegamento del personale militare” ed un secondo in cui le unità mediche speciali dell’esercito, insieme ad altre unità militari regolari e della riserva saranno impiegate entro due giorni per combattere la diffusione del virus.

Proprio in questo senso l’esperienza che i 120 specialisti “con le stellette” russi si faranno in Italia ed in particolare a Bergamo, ovvero in quel territorio che è attualmente il focolaio maggiore dell’epidemia in Italia, sarà preziosa per Mosca e contribuirà a determinare i protocolli d’azione per il contenimento di un patogeno di questo tipo, ben diverso rispetto all’antrace o ad altri ancora più letali. Non è forse un caso che la destinazione originaria, Sondalo in Valtellina, sia stata cambiata dopo poche ore a seguito della riunione con le autorità militari e di Protezione Civile italiane tenutasi ieri a Roma.

Per quanto riguarda le finalità di più lungo periodo si apre una parentesi molto più complicata e che ha dei risvolti di sicurezza nazionale da non sottovalutare, ma che non c’entrano affatto con la possibilità che i militari russi possano andarsene “a zonzo” per il nord Italia a sbirciare nelle nostre basi ed in quelle della Nato. Un’ipotesi che non trova riscontri in quanto il personale di Mosca è stato fatto alloggiare in una base militare proprio per tenerlo sotto sorveglianza, e con ogni probabilità alloggerà in campi o strutture messe a disposizione dalla Difesa altrettanto sorvegliate. L’idea poi, in un regime di quarantena, che un militare russo possa allontanarsi dalle strutture sanitarie per intraprendere un lungo viaggio verso Ghedi o Solbiate Olona (le due basi più vicine a Bergamo) è molto irrealistica, e crediamo comunque che sia stata presa in considerazione come lontana eventualità dal nostro controspionaggio.

Il vero problema, semmai, è quello di mostrare la debolezza di un intero sistema sanitario nazionale, che non è solo italiano ma di quasi tutto l’occidente. Potrà sembrare strano, ma le strutture sanitarie ed il livello di preparazione medica di un Paese è altamente tenuto in considerazione dai servizi segreti delle potenze mondiali perché se ne può dedurre la capacità di affrontare emergenze nazionali e la stessa capacità di resilienza del sistema Difesa. Periodicamente la Cia, insieme ad altri enti come il poco conosciuto National Center for Medical Intelligence (Ncmi), stilano rapporti sulle capacità sanitarie delle varie nazioni “sotto osservazione”, e non si parla solo di quelle ostili o potenzialmente tali.

L’aver accettato l’aiuto russo, può potenzialmente aver palesato tutte le nostre carenze in questo senso davanti a degli osservatori sul campo che, una volta tornati in patria, verranno sicuramente chiamati a fornire dati e rapporti dettagliati su come l’Italia sta affrontando l’emergenza di un’epidemia, che, lo ricordiamo, è tra le possibili minacce di un attacco da parte di terroristi o da parte di agenti statuali, sempre nel quadro della biological warfare.

Per capire meglio quali possano essere le nostre criticità, e quelle del sistema sanitario occidentale, dobbiamo soffermarci sulla lettera spedita al New England Journal of Medicine dai medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo di cui vi riportiamo alcuni ampi stralci. “La situazione è così grave che siamo costretti a operare ben al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore” si legge, e ancora “nelle zone circostanti la situazione è anche peggiore. Gli ospedali sono sovraffollati e prossimi al collasso, e mancano le medicazioni, i ventilatori meccanici, l’ossigeno e le mascherine e le tute protettive per il personale sanitario. I pazienti giacciono su materassi appoggiati sul pavimento. Il sistema sanitario fatica a fornire i servizi essenziali come l’ostetricia, mentre i cimiteri sono saturi e (l’accumulazione dei cadaveri, ndr) crea un ulteriore problema di salute pubblica. Il personale sanitario è abbandonato a se stesso mentre tenta di mantenere gli ospedali in funzione. Fuori dagli ospedali, le comunità sono parimenti abbandonate, i programmi di vaccinazione sono sospesi e la situazione nelle prigioni sta diventando esplosiva a causa della mancanza di qualsiasi distanziamento sociale”.

Una situazione che il personale russo toccherà presto con mano, almeno per quanto riguarda quella degli ospedali, e che dimostra come l’organizzazione sanitaria italiana, ma anche quella occidentale, abbia bisogno di un cambio di paradigma. Sono gli stessi medici bergamaschi a riferirlo quando scrivono “i sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care (un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, ndr). Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio community-centered care. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica ed epidemie”. Un atto di denuncia gravissimo per il peso che comporta proprio in merito alla necessaria ridefinizione di tutto un sistema sanitario.

Una criticità condivisa da altre nazioni occidentali, come ad esempio dagli stessi Stati Uniti. Come abbiamo avuto modo di riportarvi in precedenza proprio negli Usa una commissione di inchiesta, la Bipartisan commission on biodefense, ha recentemente accertato che “molti ospedali e altre entità sanitarie operano al di sopra e spesso al di là delle proprie capacità, cercando di soddisfare le esigenze delle comunità in cui agiscono. Non possiedono la capacità superiore necessaria per rispondere a eventi biologici su larga scala”. Nemmeno oltre Atlantico quindi il sistema sanitario è basato su quella dottrina definita community-centered care se non è in grado di affrontare eventi biologici su larga scala, ed il personale russo, “sbirciando” da noi, potrebbe farsi un’idea sommaria di quanto avvenga in tutta la sanità dell’Occidente.

Gli aiuti, che vengano dalla Russia, da Cuba o dalla Cina, non sono mai a titolo gratuito: hanno sempre un prezzo da pagare che sia di tipo indiretto, ovvero dato dalla possibilità di lasciare aperto uno spiraglio sulla nostra società, sistema militare o sanitario, o di tipo diretto riguardante le future implicazioni diplomatiche che ne conseguiranno. La strategia russa, ma anche cinese, è sempre quella di cercare di disgregare l’unità di intenti in Europa e di allontanarla, per quanto possibile quindi attualmente scarsamente, dall’influenza statunitense. In questo senso l’Italia, come è stato già detto, rappresenterebbe il “ventre molle” dell’Europa ma solo se la gestione di certi meccanismi diplomatici che vanno controtendenza viene fatta con scarsa lungimiranza e superficialmente, senza un piano strategico di medio lungo periodo, che vorrebbe dire far diventare il nostro Paese un vaso di coccio tra i vasi di ferro di Cina, Russia e Stati Uniti.

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