La querelle sulla sovranità del Mar Cinese Meridionale che interessa Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Indonesia, Brunei e Taiwan è ben nota, ed altrettanto note sono le mosse di Pechino in quello specchio d’acqua sempre più militarizzato e soggetto alla dominazione cinese. La Cina, però, non è la sola ad aver intrapreso il processo di militarizzazione delle isole degli arcipelaghi contestati che costellano quel tratto di mare, anche il Vietnam, se pur in tono minore, ha adottato la medesima politica.

La strategia principale di Hanoi per contrastare l’aggressività cinese ed affermare i propri diritti di sovranità, infatti, passa per la diplomazia bilaterale e l’affermazione del diritto internazionale, in particolare appellandosi alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).

Il Vietnam, insieme all’altro principale rivale della Cina nel Mar Cinese Meridionale, le Filippine, ha intrapreso anche la via del rafforzamento delle sue posizioni nelle acque contese attraverso un allargamento del raggio dei pattugliamenti navali e con una più stretta cooperazione con gli Stati Uniti e le altre potenze schierate con Washington.

Alcune recenti mosse cinesi, come la decisione di permettere l’uso della forza alla sua Guardia Costiera e alle altre forze paramilitari che solcano quel mare per difendere quello che considerano il proprio esclusivo diritto di sfruttamento e navigazione, o le costanti implementazioni dei dispositivi militari collocati nelle isole occupate, hanno portato Hanoi a raddoppiare gli sforzi per salvaguardare i propri interessi marittimi. Un recente rapporto dell’Asia Maritime Transparency Initiative (Amti), con sede a Washington, mostra che il Vietnam, che avanza rivendicazioni sia sulle isole Paracelso sia sulle Spratly, sta rapidamente rafforzando le proprie posizioni anche tramite l’installazione di sistemi di difesa aerea e costiera su quelle isole delle Spratly che occupano. Nella fattispecie sono state costruite postazioni per questi sistemi su terreni sottratti al mare a West Reef e Sin Cowe Island.

A West Reef, in particolare, negli ultimo due anni – come si legge sempre nel rapporto – sono state erette anche diverse installazioni per edifici amministrativi, piattaforme di cemento e bunker, e una grande struttura a torre presumibilmente per le comunicazioni Sigint (Signal Intelligence).

Nel frattempo, l’isola di Sin Cowe ha visto la costruzione di una serie di installazioni sulla costa settentrionale, tra cui tunnel, fortificazioni costiere e bunker.

Si ritiene che queste costruzioni servano per sistemi mobili di artiglieria di difesa costiera, sebbene in teoria potrebbero anche ospitare sistemi di artiglieria a lungo raggio e lanciatori terrestri di missili antinave, che porterebbero le installazioni militari cinesi costruite nelle isole circostanti nel loro raggio d’azione.

È stato anche notato che il Vietnam ha apportato lavori minori ad altre isole sotto il suo controllo sempre nello stesso periodo di tempo, inclusi nuovi edifici e una cupola che si ritiene possa ospitare un sistema di comunicazione o rilevamento sconosciuto a Pearson Reef e Namyit.

Hanoi sembra quindi lavorare per affrontare una potenziale imposizione di una zona di identificazione della difesa aerea cinese (Adiz) sul Mar Cinese Meridionale. Tutti i segnali, infatti, lasciano supporre che Pechino intenda proseguire con la nazionalizzazione di quel mare conteso, e l’imposizione arbitraria di una Adiz significherebbe che questo processo è praticamente concluso: implicherebbe, infatti, la costituzione di uno spazio aereo soggetto all’autorità nazionale cinese, quindi, conseguentemente, quello al di sopra delle isole sarebbe equiparato a quello della Cina continentale.

I due “vicini di casa” non hanno mai avuto rapporti idilliaci negli ultimi decenni. Oltre al breve conflitto che li contrappose nel 1979, poco meno di un decennio dopo, nel 1988, si scontrarono nuovamente proprio per le isole Spratly, con dozzine di vittime tra le truppe vietnamite. Hanoi quindi sta facendo in modo di trovarsi in una posizione molto migliore se simili scaramucce dovessero avvenire in mezzo alle controversie marittime che la vedono contrapporsi a Pechino e che stanno aumentando in numero ed intensità.

Recentemente, infatti, Hanoi ha presentato protesta formale a Pechino quando lo scorso giugno un peschereccio vietnamita è stato affondato dopo essere stato colpito da una nave della Guardia Costiera cinese vicino alle Isole Paracelso. Il Vietnam in quella occasione aveva affermato che il vascello cinese aveva speronato il peschereccio, mentre la Cina ha affermato che questi aveva improvvisamente cambiato rotta, scontrandosi così con il cutter cinese.

Entrambi i Paesi, poi, hanno armato i propri pescherecci che incrociano in quelle acque: personale militare e paramilitare è imbarcato su battelli da pesca nel tentativo di affermare il proprio diritto di sfruttamento e parimenti di intimidire l’avversario.

Oltre alle risorse ittiche, anche la questione degli idrocarburi non è affatto secondaria: la Cina più volte ha intrapreso azioni aggressive all’indirizzo di navi da ricerca e prospezione geologica che operavano per conto del Vietnam, o della Malesia.

Hanoi però, in questo momento, sta cercando di non alzare troppo i toni dello scontro, sia perché dipendente economicamente dalla Cina, sia perché si trova in una posizione di svantaggio tattico proprio perché in “inferiorità numerica” per quanto riguarda gli assetti militari disponibili.

Una condizione, soprattutto quella della dipendenza economica, che potrebbe presto cambiare. I rapporti tra Vietnam e Stati Uniti si fanno sempre più stretti: in un recentissimo rapporto al Congresso Usa leggiamo che il volume degli scambi commerciali tra due Paesi, nel 2020, ammontava a 90 miliardi di dollari complessivi facendo registrare un +17% rispetto all’anno precedente. Washington, poi, sta continuando a elargire sempre più fondi ad Hanoi: per l’anno fiscale in corso ammontano a 170 milioni di dollari, circa 20% più rispetto all’amministrazione precedente, lasciando così intendere che sta lavorando proprio per troncare la dipendenza del Vietnam dalla Cina e avere un altro alleato forte nell’area.

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