L’inizio della controffensiva ucraina, il tentato colpo di stato da parte di Prigozhin, purghe in arrivo a Mosca, generali sotto arresto e l’immagine di un Putin invincibile messa in crisi per la prima volta da quando è al potere. Il mese di giugno ha fatto registrare un’accelerazione di eventi per la guerra in Ucraina. Il Washington Post aggiunge ora un altro tassello ad un bailamme di notizie che si susseguono senza sosta. Il quotidiano americano, infatti, ha appena rivelato come William Burns, il direttore della Cia, qualche settimana fa ha compiuto una missione segreta a Kiev nel corso della quale gli sarebbe stato comunicato il piano per costringere il leader russo a negoziare la fine della guerra.

Nonostante i lenti progressi del contrattacco lanciato da Kiev, il presidente ucraino Volodymir Zelensky e i vertici della sicurezza del Paese avrebbero informato Burns di un piano ambizioso per imprimere una svolta al conflitto che si sta consumando nell’est Europa. “La Russia negozierà solo se si sentirà minacciata” ha dichiarato un funzionario ucraino citato dal quotidiano americano. L’obiettivo di Zelensky sarebbe quindi quello di portare Putin al tavolo delle trattative entro la fine dell’anno solo dopo aver ripreso, al massimo in autunno, una parte significativa dei territori occupati dalla Russia e aver spostato artiglieria e sistemi missilistici in prossimità della Crimea.

Lo scenario ideale al centro della visione di Kiev sarebbe dunque quello di “prendere in ostaggio” la flotta russa del Mar Nero di base in Crimea avvicinandosi il più possibile alla penisola. Come confermato da fonti ucraine, Zelensky escluderebbe di compiere un atto di forza mirato a riappropriarsi della regione “donata” all’Ucraina nel 1954 dall’allora leader sovietico Nikita Kruscev e annessa dalla Russia nel 2014. Evitando di superare le linee di difesa nemiche in Crimea, gli ucraini punterebbero a far accettare a Mosca le future garanzie di sicurezza che saranno oggetto di qualsiasi trattativa finale.

I piani audaci di Kiev striderebbero però con i lenti progressi ottenuti sinora dalla controffensiva annunciata per mesi dall’Ucraina e dai contrasti in seno alla coalizione occidentale sul dibattito relativo all’ingresso del paese nella Nato. Secondo molti analisti, l’impossibilità di realizzare una campagna “shock and wave” è dovuta alla difficoltà per le truppe ucraine di avanzare in campi minati e trincee fortificate che esporrebbero i militari ad attacchi aerei e missilistici russi. Inoltre, gran parte delle forze di assalto addestrate dagli occidentali non sarebbero state ancora impiegate nei combattimenti. Zelensky stesso ha ammesso che la controffensiva stia procedendo più lentamente del previsto ma il suo ministro della Difesa, Oleksii Reznikov, ha fatto anche sapere che “il momento decisivo” non è ancora arrivato.

Mappa di Alberto Bellotto.

Non sono state rese note le valutazioni del direttore della Cia in merito al progetto ucraino rivelato dal Post ma si può supporre che, ancora una volta, sia stato confermato il pieno sostegno americano con la raccomandazione a non compiere “mosse azzardate” che possano mettere in crisi il sostegno occidentale.

Il nodo del tentato golpe di Prigozhin

La missione di William Burns si è svolta poco prima della tentata ribellione del capo della Wagner, Evgenij Prigozhin, i cui piani erano già stati intercettati dall’intelligence Usa. Durante gli incontri segreti pare che non si sia parlato dei progetti sovversivi delle truppe paramilitari evidenziando la volontà da parte degli americani di non sfruttare il fronte interno russo in chiave anti-Putin. Il presidente Biden, nelle ore successive al tentato ammutinamento della Wagner ha invitato tutti i leaders della coalizione a non fare leva sulla debolezza russa. Parte di questa strategia della cautela è la conversazione telefonica, riportata dai quotidiani New York Times e Wall Street Journal, che Burns avrebbe avuto con il suo omologo russo Sergei Naryshkin al fine di rassicurare il Cremlino sull’estraneità degli Stati Uniti negli eventi delle ultime settimane.

Le notizie delle ultime ore portano al centro dell’attenzione l’impegno incessante e in prima linea da parte del capo delle spie Usa. Primo diplomatico di carriera alla guida della Cia, il sessantaseienne Burns gode di un sostegno bipartisan in una Washington lacerata da divisioni politiche e rappresenta uno degli assi nella manica del presidente Biden che ne autorizza sempre più spesso missioni di alto profilo. Il responsabile dell’Agenzia con sede a Langley è stato infatti inviato a Kiev e Mosca già prima dello scoppio del conflitto il 24 febbraio del 2022 e, a novembre, ha incontrato ad Ankara Sergej Naryškin con l’obiettivo di mantenere aperta una linea di comunicazione con la Russia. Più di recente il direttore della Cia ha fatto anche tappa in Cina per incontrare la sua controparte cinese nell’ottica di un disgelo tra Washington e Pechino.

“Putin dimostra che le potenze in declino possono essere pericolose quanto quelle emergenti” ha dichiarato William Burns qualche mese fa al Financial Times sostenendo che più che Mosca è però Pechino a preoccuparlo. “Non penso neanche per un minuto che la guerra in Ucraina abbia eroso la determinazione del presidente cinese Xi Jinping di prendere il controllo di Taiwan” ha dichiarato Burns aggiungendo che la Cina rimane nel lungo periodo “la più grande sfida geopolitica” da parte di uno stato nazionale. La sua missione segreta a Kiev gli avrà ricordato però che per gli Stati Uniti la strada per Pechino passa prima da Mosca.