A Kiev è l’inverno più difficile dall’inizio della guerra contro la Russia. La controffensiva e il tentativo di sfondare le linee nemiche sono fallite, lo slancio offensivo dimostrato a fine anno scorso è un lontano ricordo, il supporto finanziario fornito dal principale alleato, gli Stati Uniti, vacilla e si sollevano sempre più di frequente le critiche di un’involuzione autoritaria del governo ucraino guidato da Volodymyr Zelensky.

Il vantaggio russo

A Mosca, dopo l’estate difficile segnata dalla rivolta del capo della Wagner, il Cremlino registra invece con soddisfazione l’evolversi degli eventi. “Dobbiamo essere preparati anche alle cattive notizie: le guerre si sviluppano per fasi, ma dobbiamo stare al fianco dell’Ucraina nella buona e nella cattiva sorte”, ha dichiarato negli scorsi giorni il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Sergey Markov, ex consigliere speciale di Putin, sostiene che “avete avuto una finestra lunga un anno per batterci sul campo. Non l’avete sfruttata perché in fondo non ci avete mai creduto. Ora si è chiusa”. Persino l’Economist si interroga in un servizio di copertina se il presidente Vladimir Putin stia vincendo.

Che lo zar si senta in una posizione di forza l’ha dimostrato in occasione della recente riunione del G20 a cui ha partecipato in videocollegamento affermando che la guerra in Ucraina è “una tragedia” e bisogna pensare a come “mettervi fine”. I commentatori leggono questo intervento in chiave propagandistica ma appare evidente come Mosca sia riuscita a reggere il peso delle sanzioni internazionali trasformando una serie di debolezze in punti di forza. “Per la prima volta dal 24 febbraio 2022 sembra che Putin possa vincere” scrive l’Economist secondo cui “il presidente russo ha “rafforzato la presa sul suo Paese, ha ottenuto forniture militari dall’estero e sta raccogliendo il supporto del Sud Globale contro l’America”.

La resilienza di Mosca 

Per comprendere come lo zar sia riuscito a sopravvivere alla guerra d’aggressione da lui scatenata gli analisti invitano a ridimensionare il peso che la coalizione occidentale ha assegnato proprio allo strumento delle sanzioni e alle conseguenze dell’inflazione. In un intervento su Le Monde lo storico Sergey Chernyshev afferma che “almeno due terzi del popolo russo non ha avuto danni da questa guerra perché le cose andate perdute non le aveva mai avute neanche prima”. Quanto all’aumento dei prezzi avrebbe impattato sulla classe media delle grandi città, un blocco sociale considerato saldamente favorevole al presidente. Per i due terzi degli intervistati dai sondaggisti di Russian Field, il Paese va nella direzione giusta e per oltre la metà delle persone consultate il conflitto in Ucraina “sta andando bene”. 

Se le sanzioni non si sono rivelate decisive è stato anche grazie alle entrate derivanti dalle esportazioni, 590 miliardi di dollari solo nel primo anno di guerra (160 in più rispetto alla media annuale registrata nel decennio precedente), in gran parte trainate dalla vendita di petrolio e gas. Inoltre, gli industriali russi, ben avvezzi alle crisi, si sono dimostrati ancora una volta in grado di adattarsi ai rapidi cambiamenti. L’industria bellica e gli stipendi garantiti ai soldati hanno poi contribuito a risollevare le regioni industriali depresse, il vero bacino elettorale di Putin. A Izhevsk, una città degli Urali che produce armamenti, gli stipendi medi sono aumentati del 25% dall’inizio delle ostilità. 

Il relativo vantaggio di cui al momento sembra godere Putin però va controbilanciato con alcune considerazioni. La trasformazione dell’apparato economico russo in un’economia di guerra potrebbe non essere sostenibile su un periodo di tempo prolungato e il bilancio dei soldati caduti al fronte – secondo alcune stime Mosca perde circa 900 uomini al giorno nella battaglia ad Avdiivka – potrebbe generare forme di malcontento dagli esiti imprevedibili. “Non abbiamo dato alla luce i nostri figli per vederli morire” esclama in un video apparso sui social una madre appartenente ad un gruppo di protesta composto da mamme e mogli dei militari. Insomma, nei prossimi mesi, come nel caso di Prigozhin, il Cremlino potrebbe dover concentrare la sua attenzione ancora una volta più sui pericoli provenienti dal fronte interno che da quanto avviene nelle trincee.