Potrebbero sembrare delle “strane capsule” montate sui piloni sub-alari di caccia ed elicotteri da combattimento: come i vecchi Harrier GR.9, gli Ah-64 Apache, ma anche i moderni F-35 Lightning II. Ma potrebbe sembrare anche dei missili da crociera o dei capienti serbatoi supplementari. In realtà sono degli singolari alloggiamenti che trasportano esseri umani: piloti, membri delle forze speciali o agenti segreti. Studiati e impiegati, all’occorrenza, per infiltrare ed esfiltrare personale sensibile dalla zone nemiche – sebbene ci siano metodi molto più “semplici” e sicuramente molto più comodi. Almeno per il passeggero.

Progettati dalla Avpro Uk Ltd alla fine degli anni ’90, e brevettati in seguito dal ministero della Difesa britannico, sebbene non vi sia mai stata prova effettiva del loro impiego in missione, gli “Exint pod” sono a tutti gli effetti delle capsule – documentate nella loro esistenza da numerose fotografie ed apposite illustrazioni – sviluppate per trasportare qualcuno nel più breve tempo possibile  proprio nel bel mezzo nella zona operazioni. Oppure per l’esatto contrario: ad esempio salvare un pilota caduto dietro le linee nemiche dopo l’abbattimento del suo velivolo. Un’eventualità, soprattutto quest’ultima, che diede non poche preoccupazioni durante le guerre nei Balcani e durante la Guerra del Golfo. Finendo con l’ispirare il concetto stesso, sebbene già durante la seconda guerra mondiale venissero impiegati degli escamotage simili.

Sebbene possa sembrare un concetto estremamente stravagante, questo metodo alternativo per inserire ed estrarre forze speciali, personale ferito o sotto copertura dalla prima linea, è il risultato diretto delle esperienze operative vissuta in numerosi conflitti dove i vertici militari si sono trovati davanti alla necessità di mettere in salvo – nel più breve tempo possibile – l’equipaggio di cacciabombardiere o di un elicottero abbattuto. Si pensi ai casi di abbattimento riscontrati nei conflitti nell’ex-Jugoslavia, dove vennero abbattuti diversi jet, compreso un F-117, o ai due Panavia Tornado abbattuti durante la guerra del Golfo, o di inserire, segretamente, personale altamente qualificato, fosse un agente dei servizi segreti o un membro delle forze speciali.

Per ovviare a tutto questo, venne concepita una “capsula” dotata di sistemi per fornire ossigeno e riscaldamento, e appositi vani per consentire il trasporto di armi o strumentazione, e per permettere ad un aereo “Stovl” – ossia un velivolo progettato per effettuare decolli corti ed atterraggi verticale come l’Harrier o l’F-35 – di trasporre sotto le ali, come fosse un missile, una o due persone, viaggiando ad alte velocità, nonché ad elevate altitudini. Il pod, che incontrò subito il problema dell’enorme rumore che avrebbe dovuto sopportare il passeggero posto in una specie di bara climatizzata, era addirittura dotato di un “sistema di recupero assistito satellitare” e ovviamente di un paracadute. Questo qualora il pilota del velivolo ospite si fosse trovato costretto a sganciare la capsula prima del tempo; magari in caso di combattimento, come avviene con i serbatoi supplementari dei caccia che vengono immediatamente sganciati per acquistare maggiore velocità e manovrabilità.

Il sistema, del quale qualcuno si è disturbato a disegnare un render che rappresenta un F-35 che atterra nel deserto e raccoglie due piloti in tenuta di volo, non è mai stato usato realmente, secondo le fonti ufficiali, ma è ancora contemplato per essere utilizzato dagli elicotteri Apache e Cobra delle Forze armate israeliane, che forse, a nostra insaputa, potrebbero essere state “pioniere” anche in questa infausta occasione. Va ricordato, ad onor del vero, che oggi un pilota esfiltrato dal campo di battaglia in caso massima di emergenza, finirebbe legato con un moschettone al carrello di un Mangusta o di un Apache come previsto nella pratica del “Buddy Rescue“; quindi forse, se potesse scegliere, preferirebbe infilarsi in un apposito “pod”. Per quanto scomodo come una bara.