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Otto anni di detenzione, un processo molto lungo presso il tribunale internazionale de L’Aja, alla fine però arriva l’assoluzione. L’ex presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, non viene ritenuto responsabili di crimini contro l’umanità. L’accusa verso l’ex leader dello Stato africano risale al periodo 2010 – 2011, quando nel suo Paese sono in corso disordini a seguito del riconoscimento della vittoria elettorale del suo rivale ed attuale presidente, Alassane Ouattara. Arrestato nell’aprile del 2011 e costretto quindi a rinunciare alla presidenza, per Gbagbo si spalancano le porte del tribunale internazionale. Ma secondo due dei tre giudici che nei giorni scorsi emettono la sentenza, non ci sono prove sufficienti per ritenere l’ex presidente ivoriano colpevole. Non finisce però qui: nonostante l’assoluzione, Gbagbo deve rimanere in carcere almeno fino alla deposizione delle motivazioni.

La guerra civile in Costa d’Avorio 

Gbagbo entra ufficialmente in politica nel 1982, fondando il Fronte Popolare Ivoriano: si tratta di un partito molto vicino alla “gauche” francese di allora, tanto da essere ammesso all’internazionale socialista. Sono quelli gli anni di Félix Houphouët-Boigny, padre della patria ivoriana al potere dall’indipendenza del Paese avvenuta nel 1960 e fino alla sua morte nel 1993. Per tal motivo, Gbagbo va in esilio e lì resta fino al 1988 quando può tornare in Costa d’Avorio e proseguire in Africa la sua attività politica. Dopo alcuni anni di instabilità, nel 1999 un colpo di Stato dei militari apre la strada ad una nuova costituzione che prevede elezioni multipartitiche. Gbagdo si candida e vince diventando nuovo capo di Stato. Il suo governo non appare in sintonia, a differenza di quello dei predecessori, con l’Eliseo. Il 19 settembre 2002 si registra un tentativo di golpe nei suoi confronti, che però non va a segno ma scatena l’instabilità nel Paese. In particolare, l’opposizione a Gbagdo si radica molto nel nord della Costa d’Avorio.

Da quel momento il Paese entra in un clima latente di guerra civile. Il nord è in mano ai cosiddetti ribelli che però, di fatto, corrispondono ad organizzazioni spesso mercenarie dell’estero che approfittano dell’instabilità per prendersi fette del territorio. Il sud invece è stabilmente in mano al governo. In mezzo, la Francia pone un contingente come forza di contrapposizione. Nel 2003 si giunge ad un accordo per un governo di unità nazionale, ma nel novembre 2004 esplode nuovamente la tensione a seguito del mancato rispetto degli accordi di pace: Gbagdo ordina di attaccare le aree ribelli, in un bombardamento muoiono nove soldati francesi. L’allora presidente Chirac ordina la distruzione della piccola flotta aerea militare ivoriana: nascono disordini sia da una parte che dall’altra. Una situazione di tensione che esplode del tutto poi alla fine del 2010, con le nuove elezioni presidenziali. Gbadgo risulta sconfitto al ballottaggio da Ouattara, ma ci sono divergenze sull’esito: il consiglio costituzionale invalida il voto in alcune province, facendo risultare vincitore il presidente uscente. La Francia invece riconosce Ouattara. Il Paese precipita nel caos tra sostenitori di Gbadgo, concentrati a sud, e quelli di Ouattara.

Sul presidente uscente Parigi riesce a far emanare un mandato di cattura internazionale, con accuse di crimini contro l’umanità per le presunte responsabilità sui disordini scoppiati nel Paese. Ouattara intanto si insedia, mentre il suo predecessore il 14 aprile 2011 viene catturato dalle forze speciali francesi ad Abidjan. Per lui è l’inizio di un calvario di otto anni, parzialmente finito con l’assoluzione giunta nei giorni scorsi.

L’avvertimento di Berlusconi

Secondo i giudici le violenze si sono effettivamente registrate tra il 2010 ed il 2011 in Costa d’Avorio ed hanno comportato più di tremila morti. Pur tuttavia, secondo quanto trapela da L’Aja, la situazione di caos imperante nel Paese africano e l’assenza di un preciso centro di comando per via dei disordini scoppiati in quelle settimane, rendono impossibile accertare le responsabilità di Gbadgo. In poche parole, non ci sono prove che sia stato lui a dare l’ordine di perpetuare le violenze. Per l’ex presidente ivoriano è una prima parziale rivincita: secondo lui ed i suoi sostenitori, le sue politiche messe in atto nei primi anni di presidenza minacciano gli interessi francesi che dunque intervengono più volte. Laurent Gbagbo lo racconta nel suo libro autobiografico Pour la verité et la justice, uscito il 13 dicembre scorso. Nel testo vengono citati alcuni aneddoti, uno di questi riguarda l’Italia. Il 19 settembre 2002, giorno del tentato colpo di Stato, Gbagdo è in visita ufficiale in Italia.

A Roma incontra sia l’allora presidente Ciampi, che l’allora premier Silvio Berlusconi. Accompagnato fuori da Palazzo Chigi, il Cavaliere si sarebbe rivolto così al capo di Stato ivoriano:  “Tu mi piaci. Se posso darti un consiglio: non fidarti di Chirac. È molto simpatico, ma ti pugnala alle spalle”. Poche ore dopo, racconta Gbagdo, arriva la notizia dei militari che provano in sua assenza a prendere il potere. La sua assoluzione, unita ai suoi racconti, danno certamente spazio alla ricostruzione secondo cui dietro il caos nel suo paese c’è lo zampino della Francia. A sostenerlo non sono solo suoi sostenitori, ma anche alcuni politici francesi. Tra questi, vi è il socialista Guy Labertit: “In quanto cittadino francese, ripenso al ruolo che ha giocato lo Stato francese, in particolare sotto Nicolas Sarkozy. Penso che la gente aprirà gli occhi su ciò che è accaduto, sul fatto che la Francia e la comunità internazionale non hanno mai accettato l’elezione di Laurent Gbagbo”, afferma l’esponente della gauche. Di certo, a distanza oramai di quasi dieci anni, maggior luce su quel periodo buio potrebbe essere fatta. L’assoluzione dell’ex presidente ivoriano potrebbe essere da questo punto di vista una tappa fondamentale. Ad oggi, di fatto, un uomo riconosciuto innocente è stato tenuto dietro le sbarre per otto lunghi anni. E la Franca, politicamente e non solo, rischia di uscire sconfitta.

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