Ci sono tre potenze: Russia, Cina e India. La prima, quella che in questi giorni è riuscita a colonizzare l’informazione a causa della guerra in Ucraina, ha passato gli ultimi anni a costruire una relazione speciale con la seconda. Quest’ultima “comprende” le intenzioni del partner, condanna le sanzioni economiche impostele, ma non ha alcuna intenzione di sporcarsi le mani in un’invasione condannata dalla comunità internazionale. Arriviamo infine ai dilemmi della terza potenza, la cui sicurezza nazionale contro la crescente egemonia della seconda dipende dalle armi acquistate dalla prima.
E dunque, che fare: condannare l’invasione russa per poi compromettere l’acquisto di materiale bellico da impiegare nel testa a testa con i cinesi sulle vette himalayane, oppure non esporsi troppo, facendo però adirare gli Stati Uniti e il blocco occidentale? Eccolo, il “triangolo della morte” nascosto nella crisi ucraina. Incastonato nel cuore dell’Asia, ma pronto a saltare in aria da un momento all’altro. Partiamo proprio dall’India, che si è risvegliata a metà del guado. Nuova Delhi pensava di poter proseguire con il suo equilibrismo strategico, evitando di restare coinvolta in un confronto, quello tra Stati Uniti e Russia, che ne avrebbe irrimediabilmente compromesso il ruolo geopolitico.
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Ambivalenza strategica
Alla fine del 2021, quando le scintille ucraine lasciavano intravedere le possibilità di un incendio su vasta scala, il governo indiano non si è schierato. Anche dopo l’invasione russa, concretizzatasi lo scorso 24 febbraio, la posizione è rimasta identica. Quello stesso giorno, il sottosegretario agli Affari Esteri, Eajkumar Ranjan Singh, ha offerto una risposta emblematica: “La nostra posizione è neutrale e speriamo in una soluzione pacifica”. Nel frattempo, l’ambasciata indiana a Kiev consigliava ai cittadini indiani di lasciare il Paese.
Il punto è che il primo ministro indiano Narendra Modi è intrappolato tra due fuochi sostanzialmente amici: la Russia, amico di vecchia data nonché fornitore numero uno nel campo della difesa e degli armamenti, e gli Stati Uniti, un amico più recente, alleato nel Quad e fondamentale per contrastare l’ascesa della Cina. Scegliere quale dei due amici sostenere implica, allo stesso tempo, abbandonare l’altro al suo destino. L’immobilismo dell’India – evidente nell’astensione sul voto del 31 gennaio in merito alla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, presentata dagli Stati Uniti, per condannare “con la massima fermezza l’aggressione della Russia all’Ucraina” – è dunque di natura prettamente geopolitica.
Nuova Delhi intende infatti continuare a contrastare Pechino, sempre più influente nel Sud Est asiatico, in Asia e nel mondo, e sempre più aggressivo lungo i confini rivendicati che separano i due Paesi. In altre parole, per resistere alla pressione cinese, Modi ha bisogno tanto delle armi di Mosca quanto del sostegno di Washington. Tuttavia, con l’inasprirsi della guerra in Ucraina, la prudente posizione dell’India rischia di diventare presto insostenibile. Peggio ancora, nel lungo periodo potrebbe perfino danneggiare i suoi interessi.
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Amici e rivali
Gli Stati Uniti sono sempre più infastiditi dall’atteggiamento indiano. Non a caso, Washington lo ha fatto presente durante gli ultimi incontri Quad andati in scena a Melbourne. Mentre Australia e Giappone criticavano l’ammassamento di truppe russe lungo il confine ucraino, l’India è rimasta in silenzio. A rafforzare la scelta dell’immobilismo strategico indiano, c’è il fatto che il conflitto in Ucraina sia scoppiato in un momento particolare. Come fa notare The Diplomat, da maggio 2020 le tensioni tra le forze indiane e cinesi sono aumentate. Entrambe le parti hanno accumulato un’ingente quantità di uomini e attrezzature militari presso i confini contesi. Fino ad oggi, i colloqui sino-indiani non hanno risolto la crisi e il rischio di una guerra non è certo remoto.
È facile, quindi, intuire quale sia il dilemma di Modi. Quasi il 70% dell’equipaggiamento militare indiano, di per sé inferiore a quello della Cina, è di origine russa. Detto altrimenti, l’India dipende dalla Russia per quanto concerne equipaggiamento, armi e pezzi di ricambio. Impossibile, dunque, chiudere questa fonte di approvvigionamento, a maggior ragione proprio quando potrebbe scoppiare, da un momento all’altro, uno scontro militare con Pechino. Attenzione però, perché le azioni di Vladimir Putin potrebbero costringere gli Stati Uniti a spostare la loro attenzione dall’Indo-Pacifico all’Europa orientale. E questo andrebbe ad avvantaggiare la Cina, libera di scorrazzare nel suo cortile di casa senza occhi indiscreti, e danneggiare l’India.
L’asse Cina-Russia
Cina e Russia sono invece sempre più vicine. Tecnologia, economia, infrastrutture, energia, comparto militare e pure obiettivi geopolitici: dalle materie più delicate ai temi più business oriented, niente è stato escluso da un susseguirsi di accordi intavolati a colpi di pragmatismo, e sotto gli occhi di un Occidente troppo distratto. Guai però a chiamarla alleanza, perché tra Pechino e Mosca non esiste, in via formale e certificato, niente di tutto questo. Certo è che, con il passare del tempo, ha preso lentamente forma un asse adesso intenzionato a proporre al mondo una visione alternativa rispetto alla narrazione occidentale. Nel caso in cui – come è probabile – la Russia dovesse trovarsi costretta ad allontanarsi dall’Europa e avvicinarsi all’Asia, il Cremlino dovrà adattarsi a un nuovo contesto. Un adattamento, tuttavia, che non dovrebbe essere troppo traumatico, anche grazie all’intermediazione della Cina. Pronta, a quanto pare, a supportare i russi in campo economico (e non solo). Gli equilibri che regolano le dinamiche del triangolo della morte potrebbero saltare da un momento all’altro.
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