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È difficile dare un giudizio sul tour che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha appena compiuto. Se ne possono intanto ricordare le tappe: in Croazia, a Dubrovnik, per partecipare al terzo incontro del Vertice dei Paesi dell’Europa sudorientale (Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Grecia, Kosovo, Moldavia, Montenegro, Macedonia del Nord, Romania, Serbia, Slovenia e Turchia); poi a Londra per incontrare il premier Keir Starmer, a Parigi per vedere Emmanuel Macron, in Italia per Giorgia Meloni, in Vaticano per un’udienza presso Papa Francesco e infine a Berlino da Olaf Scholz. Il tutto dopo che l’uragano Milton, trattenendo a Washington il presidente americano Joe Biden, ha fatto saltare il summit previsto per il 12 ottobre a Ramstein (Germania), quello in cui Zelensky sperava di ottenere il via libera all’impiego dei missili occidentali a lunga gittata per colpire la Russia in profondità.

A tutti gli interlocutori europei, come aveva già fatto negli Usa con Biden, Zelensky ha presentato il suo “piano per la vittoria”, quello che (ed è un aggiornamento delle ultime settimane) dovrebbe portare a “una pace giusta” entro il 2025. La reazione degli europei non è stata molto diversa da quella degli americani: solidarietà politica infinita, armi e quattrini (quasi) quanti ne vuole, ma l’ingresso rapido nella Nato no e l’autorizzazione a usare i missili chissà. Forse Biden metterà la firma appena prima di lasciare la Casa Bianca, così da non ostacolare la campagna elettorale di Kamala Harris, ma non è detto.

Anche il concetto di “pace giusta” nel frattempo è cambiato. Nessuno, in Ucraina, crede più che si possa tornare ai confini del 1991, cioè recuperando tutti i territori occupati dai russi più la Crimea. E del resto la situazione sul campo di battaglia parla chiaro: nel Donbass, i russi hanno appena conquistato la città fortificata di Ugledar e avanzano, lentamente ma senza sosta, verso Ovest; nella regione di Kursk, quella che era sembrata una brillante e audace controffensiva si sta trasformando in una specie di Vietnam per le truppe ucraine. In breve tempo, con l’irruzione in territorio russo del 6 agosto, le forze di Kiev era riuscite a insediarsi su circa 1.000 kmq di Russia; ora ne controllano ancora circa 600 (154 kmq persi nel solo mese di ottobre) ma al prezzo di un progressivo logoramento degli uomini e degli armamenti migliori. Zelensky crede tuttora che continuando a combattere e potendo contare su adeguati aiuti occidentali, sarà possibile “costringere” la Russia ad accettare condizioni che di giorno in giorno, purtroppo per l’Ucraina, paiono sempre più sfumate.

In più, per trattare una pace, giusta o ingiusta, o almeno un cessate il fuoco, bisogna essere in due. E Vladimir Putin da tempo esclude qualunque ipotesi di tregua. Al punto da volare ad Ashkabad (Turkmenistan) per incontrare il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, rifiutando nel contempo di parlare anche solo al telefono con il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

È difficile capire come si possa uscire da questo stallo. Soprattutto considerando il quadro internazionale. Gli Usa sono impegnati a rinnovare la presidenza e a contenere la crisi mediorientale e l’Ucraina, fatto salvo un costante flusso di aiuti, non sembra essere al momento la loro priorità. L’Unione Europea sta varando una nuova governance che vedrà un ruolo di grande importanza per esponenti dei Paesi baltici (a cominciare dall’ex premier estone Kaja Kallas, responsabile della Politica estera e di difesa), i più atlantisti e antirussi del panorama Ue. E la Cina, a dispetto di appelli e minacce, continua a sostenere l’economia di guerra della Russia. Per non parlare del leader (da Erdogan a Mohammed bin Salman, da Lula ad Al Sisi) che tra pochi giorni converranno a Kazan’ (Russia) per il summit dei Brics, presenti e futuri.

Va considerata, inoltre, la situazione interna dell’Ucraina. In una franca intervista al Corriere della Sera, lo storico ucraino Yaroslav Hrytsak, di certo non sospettabile di disfattismo, ha detto cose che tutti sanno ma che difficilmente trovano eco sulla stampa occidentale: il consenso per Zelensky è in picchiata (mentre è alto quello per l’ex generale Zaluzhny), servirebbe un Governo di unità nazionale per aiutarlo a decidere (“Zelensky ci tratta come fossimo bambini che non sono in grado di ragionare e a cui non si deve dire seriamente la verità”; “sceglie i collaboratori sulla base della lealtà, non della professionalità, un atteggiamento suicida”; “sogna di essere il Churchill ucraino”), per l’Ucraina è arrivato il momento di un maggiore realismo: “Dobbiamo passare dalle speranze nella vittoria alla politica della sopravvivenza”.

Difficile conciliare questa realtà con il desiderio zelenskiano di arrivare a una “pace giusta” in qualche modo imposta alla Russia. La voci raccolte a Kiev negli ambienti delle ambasciate occidentali parlano di uno Zelensky che in pubblico cerca di tenere alto il morale della popolazione dei soldati parlando di vittoria ma che nelle segrete stanze sta cercando un modo per arrivare alla trattativa. Difficile capire quali riflessioni stiano impegnando la dirigenza ucraina, peraltro divisa dalle solite lotte di potere: il capo dell’amministrazione presidenziale Jermak, considerato quasi un “presidente ombra”, è pian piano riuscito a disperdere il cerchio magico dei vecchi amici e collaboratori di Zelensky (l’ultimo a essere rimosso, un paio di mesi fa, è stato il ministro degli Esteri Kuleba) e pare che ora abbia nel mirino Kyrylo Budanov, il capo dei servizi segreti militari, fino a poco tempo fa un intoccabile, e il ministro della Difesa Rustem Umerov, ai quali evidentemente si vuole attribuire la responsabilità degli ultimi insuccessi (o successi inferiori alle aspettative) al fronte.

Nello stesso tempo avanza (inevitabilmente, visto l’impegno enorme della guerra) la militarizzazione della società: ieri notte a Kiev e in diverse altre città le pattuglie dei distretti militari hanno operato una pesca a strascico di uomini in età da servizio militare facendo irruzione in locali, discoteche e sale da concerto. Inevitabile, si diceva. Ma pesantissimo per una società già così duramente provata e divisa. Mentre tanti altri giovani ucraini venivano avviati al fronte, le autorità polacche protestavano, furibonde e impotenti, di fronte al fatto che la Legione ucraina, varata in Polonia (il primo Paese in Europa per rifugiati ucraini, quasi 300 mila) con grandi speranze, ha raccolto tra gli espatriati ucraini solo 300 volontari. Chi è riuscito a mettersi al sicuro, a quanto pare, non è molto disposto a rischiare la vita. Mentre nei Paesi più intransigenti dell’Europa comunitaria dell’Est (i Baltici e la Polonia su tutti) cresce la pressione per rispedire in Ucraina, lo vogliano o no, gli uomini validi. L’agenzia polacca Pap ha appena pubblicato un sondaggio del Centro per lo studio dell’opinione pubblica da cui emerge che il 70% dei polacchi è ormai favorevole al rimpatrio forzato degli ucraini.

In questo momento, insomma, l’Ucraina del presidente Zelensky si trova in un cul de sac: se l’idea della pace, come dice la signora Von Der Leyen, equivale a una resa all’invasore russo e la guerra non può essere vinta sul campo di battaglia, resta solo l’idea di una lunga e dolorosa consunzione. Purtroppo è esattamente ciò che sta avvenendo.

Fulvio Scaglione

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