Tra le attività culturali e artistiche più interessanti dell’estate nell’Europa centro-orientale, anche quest’anno il mese di agosto è stato animato dal Festival del cinema di Sarajevo. Un festival che non solo racchiude ed elogia la cinematografia dei Paesi dell’area balcanica, ma diventa anche un luogo d’incontro tra Oriente e Occidente e un’occasione di cooperazione, unione e scoperta. Avviato a partire dal 1995, proprio quando Sarajevo era sotto assedio durante la guerra di Bosnia, dopo la dissoluzione della ex Jugoslavia, quest’anno è giunto alla sua 31esima edizione, ospitando pellicole di oltre venti Paesi europei e non.
Tantissimi i film le premiere internazionali, così come i grandi volti del cinema, gli artisti e i cineasti ospiti nell’edizione di quest’anno. Tra gli altri, presenti nella sfilata sul red carpet ospiti dal calibro di Willem Dafoe, Ray Winstone, ma anche il regista ucraino Sergei Losnitsa, così come Paolo Sorrentino che si è aggiudicato il Cuore onorario di Sarajevo. Un evento unico che ogni anno anima la capitale bosniaca con decine di eventi, feste a tema, ma che soprattutto dedica molto spazio alle tematiche sociali e alla memoria visto che proprio qui, a Sarajevo, come nel resto della Bosnia Erzegovina, gli anni Novanta, non poi così distanti, sono stati segnanti da una dolorosa e sanguinaria guerra.

Proprio quest’anno è stato infatti commemorato il trentennale del genocidio di Srebrenica, accaduto l’11 luglio del 1995, quando le truppe dell’esercito serbo, guidate dal generale Ratko Mladić, entrarono nella piccola cittadina di confine, tra Bosnia e Serbia, nonostante fosse stata dichiarata safe area dalla comunità internazionale, uccidendo oltre 8.000 persone di etnia bosniacca. Per questo, l’eredità di quel doloroso passato è stata testimoniata e raccontata anche nel corso del Festival, cercando di lanciare un messaggio di monito per il presente. Un presente che è tristemente segnato, come trent’anni fa, da due sanguinose guerre, in Ucraina e in Medio Oriente, dove si sta consumando un altro genocidio. Nonostante la difficoltà di affrontare sullo schermo un tema complesso come la guerra, il Sarajevo Film Festival è riuscito a creare spazi di dialogo e confronto, dando un senso di consapevolezza collettiva e invitando gli ospiti e gli spettatori ad accettare l’eredità del passato, come un segnale per il presente. Noi, presenti al festival, vi raccontiamo la nostra esperienza e le nostre impressioni.

“The Srebrenica Tape” di Chiara Sambuchi
Numerose sono state le pellicole selezionate, dedicate proprio alla guerra in Bosnia e a Srebrenica, cercando di ricostruire la memoria collettiva attraverso un mosaico di testimonianze. Tra i film selezionati, anche il documentario della regista italiana Chiara Sambuchi: The Srebrenica Tape. From Dad to Alisa (2025), presentato in anteprima, nel mese di settembre è in arrivo sugli schermi anche in Italia. Il tema, come preannunciato, è la guerra, raccontata però da una prospettiva inedita: quella dell’amore di un padre per una figlia.
“Mia madre era serba, mio padre bosniaco. Non ce n’è mai importato nulla fino a che la Jugoslavia non è crollata”, racconta Alisa, vero nome della protagonista. Oggi 39enne, vissuta tra Italia e Stati Uniti, per un inaspettato caso del destino Alisa si ritrova ad avere tra le mani una vecchia videocassetta VHS recapitata da chissà chi al nonno, in cui il padre Sejfo, un uomo bosniaco e musulmano, si è filmato ripetutamente nei suoi ultimi mesi di vita, cercando di lasciare una traccia di sé, della casa di famiglia, dell’infanzia, dei giochi e della spensieratezza della vita a Srebrenica, fino alla consapevolezza che da quella guerra non uscirà più vivo. Non una fiction, dunque, ma una storia massimamente reale, dove la regista, attraverso i preziosi filmati e le testimonianze di alcuni sopravvissuti al 1995 che Alisa incontra, presenta un quadro inaspettatamente vivo di quei momenti terribili tra il 1992 e il 1995, che svela però anche l’umanità dei civili, che per senso d’identità e amor di patria non hanno mai voluto lasciare le proprie case a Srebrenica, andando incontro alla morte.

Una testimonianza lacerante e malinconica, in cui appaiono anche molti dei bambini bosniaci di Srebrenica, che privati di ogni cosa, dei vestiti, ma anche dei giochi e dei dolci, si affidano ai giovani e inesperti soldati olandesi dell’Onu, i cosiddetti “caschi blu”, che chiamano “Mister Bombona” (“Mister Candy”) dato che sono gli unici a dare loro i pochi dolciumi disponibili. Il padre di Alisa, intanto, in un gesto disperato rassicura, consapevole del suo destino: “Non preoccuparti, ci vediamo presto… Non dimenticare tuo padre. Ricorda che hai un padre, che ti vuole bene. Sei forte e ce la farai da sola”. Un documentario articolato in trent’anni di vita, che riesce a ricostruire una famiglia spezzata, ma che soprattutto umanizza un evento come il genocidio di Srebrenica, che per questo non sarà mai dimenticato. In uscita ufficiale a settembre, sarà visibile in diverse sale a Milano e non solo.

In memoria di Fatma Hassona, uccisa a Gaza
Tra le pellicole più dure, ma proprio per questo necessarie, presentate in grande anteprima al Sarajevo Film Festival, anche Put Your Soul on Your Hand and Walk, anche in questo caso, in uscita ufficiale a settembre 2025 in Francia e poi nel resto del mondo. Un documentario della regista iraniana Sepideh Farsi che racconta la tragica storia di vita, arte e morte di Fatma Hassona. Il nome potrebbe non essere immediatamente riconoscibile, ma vedendo i filmati, il volto sorridente di Fatma, con il suo hijab color verde menta, è diventato – tristemente – un rimando immediato. Fatma era infatti una giovane repoter, artista, fotografa, autrice di poesie, appena 25enne di Gaza, che dall’inizio dell’assedio dell’Idf dal 7 ottobre 2023, ha raccontato con coraggio la brutale quotidianità del massacro in Palestina.
Fatma era sempre rimasta in prima linea, con la sua fotocamera e, caricabatterie permettendo, il suo telefono, nel raccontare la vita a Gaza, con la penuria di cibo e di acqua, la mancanza di elettricità, la sensazione costante di avere bombe che esplodo sopra la testa, ma anche la forza di andare avanti, nonostante tutto, sperando in un futuro migliore, come qualsiasi altra ragazza di 25 anni: “Hanno ucciso 2-3 persone ieri. Qui è la normalità. Ci siamo abituati”, sorride in un frammento, sognando di visitare l’eterna Roma.

Nel progetto iniziale di Sepideh Farsi, dissidente iraniana che ha lasciato il suo Paese a causa della guerra oltre tre decenni fa, vi era la “semplice” idea di raccontare Gaza con gli occhi di Fatima, attraverso le sue video testimonianze: videochiamate, fotografie, riprese, raccolte in oltre un anno, che avevano valso al progetto una selezione al prestigioso Festival del Cinema di Cannes 2025, tanto da far sognare a Fatma di poter partecipare, assieme a suo padre, alla premiere sul red carpet. Purtroppo, il suo destino è andato diversamente: il 16 aprile scorso le forze armate israeliane hanno bombardato la casa di Fatma, uccidendola assieme ad altri dieci membri della sua famiglia, rompendo per sempre quel sogno.
Così, il documentario di Sepideh Farsi è diventato la sua ultima traccia in vita, a onorare la sua memoria e il suo coraggioso lavoro, fatto di sacrifici continui e privazioni, ma sempre e comunque grande dedizione. “Resto a Gaza perché il mio tutto è qui. La mia casa, la mia famiglia, i miei cari, i miei amici, le mie cose. Non ho altro, non voglio andarmene. Spero che un giorno tutto questo finisca”. Una pellicola straziante, che lacera e rende inerme lo spettatore, ma che proprio per il suo profondo significato è in grado di scuotere dal generale intorpidimento collettivo, facendo realizzare quanto alcuni eventi che sembrano tanti distanti da noi, sono in realtà incredibilmente vicini.

Il volto quotidiano della resistenza ucraina
Al centro della cornice del Sarajevo Film Festival emerge poi Militantropos (uscito nel maggio 2025 e distribuito in Europa in questi mesi), pellicola indipendente del collettivo ucraino Tabor (Yelizaveta Smith, Alina Gorlova e Simon Mozgovyi), presentato anche a Cannes 2025. Il titolo fonde etimologicamente le radici “milit” (“militare, soldato” in latino) e “anthropos” (“umano” in greco), per evocare la figura di un essere umano profondamente segnato dalla guerra. In questo contesto, la guerra in Ucraina non viene analizzata e vista solo come un evento storico o politico, ma diventa parte dell’esistenza stessa dei protagonisti.
Militantropos non privilegia i toni patriottici o una narrazione “convenzionale”, ma adotta piuttosto un approccio poetico e riflessivo: attraverso immagini evocative e silenzi carichi di tensione, il film ricostruisce la vita quotidiana in tempo di guerra. I bambini giocano tra i fiori e le trincee, gli agricoltori arano accanto ai campi di battaglia, i carri militari distrutti vengono trasformati in superfici artistiche. La cinepresa non narra di fantasmagorici eroismi, ma di una piccola resilienza quotidiana. Un racconto visivamente raffinato, che rompe la distanza tra tragedia e vita ordinaria, dipingendo la guerra attraverso i volti, i luoghi e i gesti che la attraversano.

In un’epoca segnata da conflitti che si ripetono e memorie che rischiano di essere dimenticate o manipolate, il Sarajevo Film Festival si conferma non solo come vetrina di cinema d’autore, ma come un prezioso spazio di testimonianza e resistenza. Attraverso storie intime e collettive, le voci che arrivano dai Balcani, ma anche da Gaza e dall’Ucraina, ci ricordano che il cinema può ancora essere uno strumento potente di memoria, empatia e verità.
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