La strategia russa di dare tempo al tempo, rendendolo un alleato prezioso mentre si continuato a combattere sul fronte orientale fino a quando l’avversario ucraino non si sarebbe trovato in uno stato di “sofferenza” – sia sul piano militare che su quello dell’essenziale appoggio dall’estero – inizia a preoccupare seriamene l’Ucraina. “La Russia ha reso il tempo un’arma“, spiegano il governo di Kiev di fronte ai rappresentanti dell’Alleanza Atlantica in occasione dell’International Security Forum che si è recentemente conclusosi ad Halifax.

I leader occidentali preoccupati osservatori dell’impasse che sembra essere tuttora presente sul fronte ucraino anche in seguito alla controffensiva, e non meno attenti a quella che è stata definita come una “concatenazione di crisi” che le democrazia occidentali devono e potranno trovarsi ad affrontare, sono coesi nella linea d’azione; ma appare ormai evidente come la strategia di Putin, coadiuvata dall’arrivo del “generale inverno” che sta cristallizzando ulteriormente le sorti di un conflitto che conta sempre più morti sulle medesime posizioni, stia portando a Mosca un lieve vantaggio in termini di numeri e affaticamento dell’avversario.

Un vantaggio concesso non solo dai numeri della grande Armata russa, la quale superava sin dall’inizio del conflitto l’esercito ucraino di quasi 3 a 1, e della sua macchina bellica, che si ha “retto il colpo” fino ad ora, ma anche dalla tradizionale politica interna alla Federazione Russa che deve competere con un dissenso ridotto e isolato. Animato da rari elementi prossimi a quella che viene considera dal Cremlino quasi come una “sovversione”.

I timori di Kiev

I rappresentanti di Kiev hanno espresso il loro timore ed espresso le loro richieste in chiaro, senza giri di parole: il sostegno dei partner internazionali è più importante che mai in una fase tanto delicata. “Viviamo ogni giorno tra speranza e fede. Perché quando siamo più forti, crediamo nella nostra vittoria. Crediamo che saremo supportati. Se la situazione diventa un po’ più difficile, lo speriamo”, ha dichiarato all’attenzione dei politici occidentali Andriy Kostin, procuratore generale dell’Ucraina. Affermando: “La Russia sta trasformando il tempo in un’arma”.

Un’arma che, come detto in precedenza su queste pagine, ricorda la postura dei talebani nei confronti degli imperi occidentali impegnati nelle campagne d’Afghanistan: “potevano possedere orologi” ma “non il tempo”. Sebbene l’Ucraina continui a ottenere risultati rilevanti attraverso lo sforzo e il sacrificio dei suoi migliori soldati, armati con sistemi d’arma sempre più sofisticati e “supportati” dagli esperti occidentali che li hanno addestrati ad impiegare missili anti-carro, missili a corto raggio, tank e che li stanno addestrando perfino a volare su aerei da combattimento occidentali, nessuno di questi risultati si è ancora dimostrato decisivo per convincere Mosca a ritirarsi dai territori occupati, o a sedersi al tavolo dei negoziati che Kiev ha sempre rifiutato in attesa di ottenere le basi negoziali più solide. Basi che possono esser concesse solo ed esclusivamente da schiaccianti vittorie ottenute sul campo di battaglia.

È proprio per l’assenza di risultati decisivi che la “determinazione” degli alleati occidentali sembra iniziare a mostrare segni di debolezza. Complici di questa debolezza sarebbero anche i cambiamenti politici in Europa, ricorda su DefenseOne l’analista Patrick Tucker. Che cita le elezioni in Slovacchia e gli annunci dell’Austria che vorrebbe “smettere di inviare aiuti militari all’Ucraina”. Non è poi detto che a queste realtà non possano aggiungersene altre: gli Stati Uniti prossimi alle presidenziali potrebbe vedere uno stravolgimento alla Casa Bianca e una nuova ondata di isolazionismo.

Nessun ripensamento, anzi l’annuncio di un raddoppio di aiuti militari riguardanti la difesa aerea, armi e i veicoli terrestri come i tank Leopard, è giunto dalla Germania nonostante la scoperta che il sabotaggio del gasdotto Nordstream – asset strategico per l’Europa e per la Germani soprattuto – è stato pianificato e condotto da forze speciali ucraine e comandato da un ufficiale ex-agente dell’Sbu, i servizi segreti ucraini.

L’effetto delle “crisi concomitanti”

Durante l’incontro di Halifax, gli inviati politici e gli attaché militari delle democrazie occidentali che generalmente si trovano allineanti nelle strategie per affrontare tensioni e minacce che possono condizionare gli equilibri internazionali hanno mostrato una condivisibile preoccupazione per la concomitanza di “crisi internazionali” che interessano questi ultimi mesi del 2023 e promettono di protrarsi anche nel 2024.

Se nel 2021 le preoccupazioni erano incentrate sulla possibili invasione di Taiwan da parte della Cina (ipotesi non ancora decaduta), e nel 2022 si erano concentravate esclusivamente sull’invasione dell’Ucraina da parte dell’Esercito russo (che ha annunciato solo dopo lo sconfinamento le sue bellicose intenzioni), solo una nuova crisi in Medio Oriente come l’escalation nel mai terminato conflitto Israelo-palestinese poteva mostrare ancora una volta al mondo la complessità dello scacchiere geopolitico e la difficoltà affrontata dalle élite politiche nella perenne ricerca di quella che viene riportata come una “risposta coerente ai molteplici crisi convergenti”.

Non va dimenticato come oltre alle tensioni tra Cina e Taiwan, e ai conflitti che si stanno combattendo di Ucraina e nella Striscia di Gaza, vadano a sommarsi la guerra civile in Libia, la crisi migratoria e una serie di colpi di stato che possono modificare gli equilibri nel Continente africano. Equilibri che assistono spesso al convergere di interessi e ostilità che non andrebbero mai sottovaluti.