Sei veicoli militari turchi – scortati da due elicotteri – hanno attraversato il confine con la Siria, disponendosi nella zona sicura stabilita al confine con la Turchia. Nei pressi della città siriana di Tel Abyad, a est della città turca di Akcakale, il convoglio turco si è unito alle forze statunitensi, dando il via alla prima operazione congiunta di pattugliamento dell’area di confine.

Il significato è chiaro: si va verso la creazione di una “safe zone” nel territorio settentrionale della Siria – agognato dalla Turchia -, nel segno di una cooperazione rinnovata tra i due alleati Nato. Un Centro operativo congiunto turco – statunitense avrà il compito di coordinare le operazioni all’interno della zona di sicurezza.

L’accordo con gli Usa

La missione di pattugliamento in territorio siriano è stata avviata in seguito al ritiro delle Forze democratiche siriane (Sdf) dalle loro roccaforti nel nord-est della Siria, secondo quanto previsto dall’accordo stretto tra Turchia e Stati Uniti alla fine di agosto.

Al centro dell’intesa – della quale rimangono da definire alcuni dettagli, sia in merito all’estensione dell’area, sia alla sua gestione concreta – c’è la volontà di volgere il cosiddetto “corridoio del terrore“– così definito dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan – in un “corridoio di pace”, per il ricollocamento degli sfollati siriani rifugiatisi in Turchia.

Non è stato semplice arrivare all’accordo. Ankara considera le Forze democratiche siriane (Sdf) – alleanza di milizie curde – parte del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), quindi terroristi; Washington, invece, le ritiene un alleato chiave nella regione – con particolare riferimento alla lotta contro lo Stato islamico -.

Pur avendo superato molte divergenze, i due Paesi devono ancora capirsi in merito al nord della Siria. “Stiamo negoziando la zona sicura con gli Stati Uniti” – ha dichiarato il presidente Erdogan, dopo l’avvio dell’operazione di pattugliamento – “Tuttavia, ad ogni passaggio, risulta evidente che non condividiamo lo stesso obiettivo: sembra che il nostro alleato stia realizzando una zona sicura per l’organizzazione terroristica, non per noi”.

Da parte sua, il Combined Joint Task Force americana ha dichiarato che l’operazione congiunta “dimostra l’impegno continuo degli Stati Uniti nel rispondere alle legittime preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza, permettendo anche alla coalizione e ai suoi alleati (le Sdf) di rimanere focalizzati sulla sconfitta permanente dello Stato islamico”.

Violata la sovranità siriana

Non si è fatta attendere la risposta del governo siriano a quella che considera un’invasione di campo da parte della Turchia. Damasco ha tuonato contro l’operazione congiunta turco-statunitense, definendola una “evidente violazione” della sua sovranità nazionale e della “integrità territoriale” siriana.

Accuse che, tuttavia, non hanno in alcun modo influenzato la Turchia che, da tempo, ambisce a controllare completamente il confine con la Siria, consolidando la sua presenza nel distretto di Afrin e spingendosi fino a Manbij, attraverso la città di Tel Rifaat.

Le forze turche sono già presenti ad Afrin dal gennaio dello scorso anno, quando Ankara ha lanciato nel distretto l’operazione “Ramoscello d’Ulivo”, con l’obiettivo di “liberare il territorio dal terrorismo” e creare una zona sicura, profonda 30 km, al proprio confine.

Il punto è impedire la nascita di uno Stato curdo nei territori di confine. Pur non essendo mai stato riconosciuto né dal governo di Bashar Al-Assad né dalla comunità internazionale, uno “Stato curdo” è stato proclamato unilateralmente nel marzo 2016, proprio nel territorio siriano corrispondente al distretto di Afrin, Al Jazira, Kobane (o Ayn Al-Arab), Afrin, Tell Abyad e la zona di Shahba.

Peraltro, l’operazione di Erdogan sembra aver riscosso l’approvazione della popolazione araba del nord della Siria che teme rappresaglie da parte delle milizie curde. Secondo le testimonianze dei leader delle tribù arabe locali, proprio le Sdf avrebbero impedito loro di tornare a casa, accusandoli di avere legami con lo Stato islamico.

Dunque, una piccola vittoria per Erdogan che, tuttavia, desidera accelerare la realizzazione del suo progetto ai confini della Turchia. In concomitanza dell’operazione congiunta nel nord della Siria, il presidente turco ha minacciato una nuova operazione militare se la zona sicura non verrà definitivamente istituita entro la fine di settembre.