Il rischio di una nuova guerra civile nel Sud Sudan è oggi molto elevato. Si tratterebbe del secondo conflitto in appena 14 anni di storia come Stato indipendente. Sono molti i segnali che sembrano propendere verso una spaccatura insanabile tra i due protagonisti di sempre della politica locale: il presidente Salva Kiir da una parte e il suo vice, nonché rivale, Riek Machar dall’altra. Ma a differenza del primo conflitto, combattuto tra il 2013 e il 2018, questa volta un eventuale inasprimento degli scontri avrebbe conseguenze anche di carattere regionale.
Le origini del nuovo scontro
Kiir e Machar non rappresentano solo due fazioni spaccatesi con la fine della comune lotta di indipendenza contro il Sudan (e riunite con l’accordo di pace del 2018). Al contrario, si tratta di due figure di riferimento delle rispettive etnie: Kiir rappresenta la popolazione di origine Dinka, maggioritaria nel Paese, Machar invece appartiene all’etnia Nuer. Più volte, nel corso di questi ultimi anni di relativa calma, i combattenti dei due rispettivi gruppi hanno rischiato di entrare in contrasto. E questo è accaduto soprattutto nello Stato dell’Alto Nilo, in particolare nell’area di Nasir. Una cittadina quest’ultima che è una roccaforte del vice presidente Machar e del suo Splm-Io, ossia la fazione del Splm (Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan) formata da cittadini di etnia Nuer.
Gli scontri nella zona tuttavia hanno spesso avuto una rilevanza meramente locale. Il 4 marzo invece, la situazione è degenerata. Il gruppo noto come White Army, una fazione Nuer attiva dal 1991, ha preso il controllo di Nasir e ha ucciso, secondo i dati del governo centrale, almeno 27 soldati. Il presidente Kiir considera il White Army affiliato al Splm-Io e ha quindi puntato il dito contro Machar. La reazione è stata immediata: Kiir ha estromesso molti fedelissimi di Machar dal Governo e dal Parlamento. In seguito, ha autorizzato almeno un raid su Nasir in cui sarebbero morti anche alcuni civili. Si tratta di mosse che potrebbero innescare un’ulteriore catena di reazioni e nella capitale Juba adesso l’aria è diventata molto pesante. Germania e Usa, non a caso, hanno già chiuso le rispettive ambasciate.
Il rischio di un conflitto regionale
Nel 2011 il Sud Sudan si è staccato dal Sudan, Paese anch’esso caduto nella spirale della guerra civile già due anni fa. I due conflitti ora potrebbero in qualche modo intrecciarsi. Tanto più che nei giorni scorsi si è avuta notizia di uno scontro, avvenuto al confine, tra combattenti delle Rsf, le forze di supporto rapido comandate dal generale Dagalo e in lotta contro l’esercito regolare di Khartoum, e gruppi del White Army. Fonti locali parlano di uno sconfinamento nel Sud Sudan delle Rsf per fermare un giro di armi a favore dei combattenti Nuer.
Una circostanza quest’ultima che potrebbe quindi portare alla formazione due precisi schieramenti trasversali: da un lato le Rsf alleate con il governo di Salva Kiir, dall’altro Machar e i White Army alleati con l’esercito regolare sudanese. Un intreccio che potrebbe avere importanti conseguenze lungo le due sponde del confine.
L’interessamento dell’Uganda
Il coinvolgimento delle forze del vicino Sudan non è l’unico all’interno del Sud Sudan. Anche l’Uganda appare particolarmente attivo. L’11 marzo scorso, il portavoce dell’esercito ugandese, Felix Kulayigye, ha confermato che il governo di Kampala ha inviato un contingente delle proprie forze speciali a Juba. L’obiettivo sarebbe quello di sostenere Kiir e mantenere una situazione di pace nel Paese. Anche se le stesse autorità sudsudanesi hanno smentito, in realtà la vicinanza tra Juba e Kampala appare cosa certa. Non solo, ma già dallo scorso settembre, secondo diverse fonti di intelligence, interi reparti ugandesi risultano stanziati nelle aree meridionali del Sud Sudan. Le autorità di Kampala sperano così di prevenire un’eventuale instabilità dentro i propri confini ma, al tempo stesso, potrebbero approfittare della situazione per accrescere la propria influenza nella regione.

