Il sospetto sul capo del Pentagono: ha provato a investire sulla Difesa prima della guerra all’Iran

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Pete Hegseth ha provato a fare cassa sul rally borsistico della Difesa a seguito dello scoppio della guerra israelo-americana contro l’Iran? Il capo del Pentagono è nella bufera dopo le rivelazioni del Financial Times secondo cui a febbraio il broker dell’ex commentatore televisivo divenuto responsabile della Difesa (o della Guerra, a seconda dei titoli) nella seconda amministrazione di Donald Trump avrebbe provato a organizzare un investimento milionario in un ETF di BlackRock operante nel settore delle industrie produttrici di armamenti.

Il fondo in questione è l’ETF Defense Industrials Active della Roccia Nera di Larry Fink, che i gestori patrimoniali di Hegseth presso la banca d’affari Morgan Stanley avrebbero provato a contattare per organizzare l’investimento. Tutto sarebbe successo a febbraio, quindi sicuramente prima dell’attacco all’Iran lanciato il 28 febbraio, ultimo giorno del mese e un sabato in cui le borse erano chiuse.

BlackRock , secondo quanto appreso dal Ft, non avrebbe concretizzato l’investimento perché il fondo, che include colossi come Lockheed Martin, Northrop Grumann, Palantir, non è ancora aperto alla sottoscrizione via Morgan Stanley. Peraltro, il fondo in questione ha sottoperformato nel primo mese di guerra, perdendo circa il 14%, come dimostra il seguente grafico tratto proprio dai dati comunicati da BlackRock sulla sua performance:

L’investimento alla fine non c’è stato e il Ft aggiunge che non è dato sapere come si sarebbe mosso Hegseth. Il Pentagono risponde negando seccamente, i due colossi newyorkesi non commentano ma il tema politico resta: si tratta di una seconda traccia di possibili mosse legate all’insider trading a fronte di manovre politiche dell’amministrazione dopo l’anomalo movimento dei future sul petrolio del 24 marzo che precedette l’annuncio di Trump sull’apertura di presunti colloqui di pace con l’Iran. E la performance dei fondi in questione, che non avrebbero garantito profitti ma consistenti perdite a Hegseth se il presunto deal fosse avvenuto, non esenta dal dilemma politico e dai sospetti sulle reali finalità della guerra dell’amministrazione Trump.

Hegseth, fautore di un approccio aggressivo e senza limiti all’operatività militare e convinto sostenitore dell’attacco all’Iran, ha imbastito una campagna di sostegno all’operazione Epic Fury che ha unito ogni genere di propaganda. Ha evocato la necessità di scatenare “morte e distruzione dal cielo” contro l’Iran e addirittura autorizzato il siluramento della fregata “Dena” nell’Oceano Indiano, minimizzando le perdite inflitte da Teheran agli Usa e, invece, invitando le navi commerciali e le petroliere a forzare il passaggio dello Stretto di Hormuz bloccato dalla Repubblica Islamica e che ad Arlington l’ex anchorman divenuto capo delle forze armate più grandi al mondo non ha alcuna idea di come sbloccare.

Il rischio di essere colpite da un missile iraniano nel transito? Trascurabile, per Hegseth. Il quale, en passant, non manca di accompagnare il suo appoggio al conflitto e la programmazione con briefing alla stampa in cui esalta le truppe Usa e invita a vere e proprie preghiere in sostegno delle forze armate, facendo accorati appelli a Dio che cozzano con quanto ricordato da chi, come Papa Leone XIV, ha ammonito circa i rischi del dare alla guerra una legittimazione religiosa.

Hegseth, il filoisraeliano radicale che riveste di estremismo religioso e spirito da crociata la guerra all’Iran e nega i risultati di Teheran nel contrasto all’assalto Usa, è anche il capo del Pentagono pronto a cercare opportunità di profitto finanziario alla vigilia del conflitto? La pistola fumante manca, ma l’inchiesta del Ft sembra tracciare una rotta e rischia di rompere il necessario clima di fiducia tra le istituzioni e di far emergere un quadro desolante che vede l’amministrazione Trump agire in perenne bilico tra interesse collettivo e affari privati, come mai successo nella storia contemporanea americana.

In un Paese spaccato e in cui il presidente cavalca nuovi divisionismi, con un’amministrazione impopolare sia sulla guerra che più in generale sull’intera agenda politica e di fronte a un conflitto ormai divenuto un cortocircuito, Hegseth appare tutto fuorché paragonabile alla proverbiale moglie di Cesare che, come i capi delle forze armate in tempo di guerra, deve essere al di sopra di ogni sospetto.