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Unifil, la forza di interposizione in Libano delle Nazioni Unite presente nel sud del Paese dei Cedri a fasi alterne sin dal 1978, è in corso di riconferma al Palazzo di Vetro. L’ultimo mandato è attivo dal 2006 in seguito al conflitto israelo-libanese e vede una forte presenza di militari italiani: sono infatti 1076 i nostri soldati dell’operazione Leonte (così è stata chiamata dallo Stato Maggiore) sono attivi ininterrottamente col compito di vigilare sul rispetto del cessate il fuoco tra Israele e le milizie di Hezbollah e provvedendo a ispezionare possibili siti sospetti.

Il mandato di Unifil scadrà il 31 agosto e sul suo rinnovo si allungano le ombre di un possibile veto statunitense – caldeggiato da Israele – a causa della volontà di Washington di pretendere un rafforzamento dei poteri dei Caschi Blu. In particolare la richiesta della Casa Bianca è che i soldati di Unifil possano condurre ispezioni non annunciate anche in aeree considerate proprietà privata e senza l’accompagnamento degli uomini dell’esercito libanese, come invece è da prassi delle attuali regole di ingaggio della missione.

La situazione in quel settore del Medio Oriente, infatti, è mutata drasticamente negli ultimi anni: l’attività dell’Iran per cercare di estendere la sua influenza in quella fascia che va da Teheran e Beirut, in particolare sostenendo il Partito di Dio, si è fatta più intensa anche grazie al lavoro svolto da una figura di primo piano qual era quella rappresentata dal generale Qasem Soleimani. La ben nota strategia della Mezzaluna Sciita, sebbene abbia trovato una pesante battuta d’arresto con l’uccisione del generale comandante delle Guardie della Rivoluzione (Irgc), continua a destare preoccupazione a Washington come a Tel Aviv, ed il suo contenimento resta al centro dell’agenda politica di entrambi i Paesi, anche in considerazione delle recenti attività di Hezbollah, che solo poche settimane fa ha tentato di infiltrare un commando dentro i confini dello Stato ebraico.

Gli Stati Uniti, quindi, vorrebbero che Unifil fosse più attiva nel contrasto all’attività del Partito di Dio libanese, ma col solo scopo di contenere attivamente l’influenza di Teheran, già ampiamente colpita in Siria da parte di Israele, che ha intensificato i raid aerei nell’ultimo anno mettendo a rischio i fragili equilibri internazionali che si incrociano nel Paese martoriato dalla guerra.

All’Onu quindi si sta combattendo una serrata battaglia diplomatica, coi rappresentanti statunitensi che si stanno chiedendo il motivo per il quale una missione che ritengono “inefficace” debba essere rifinanziata, e, dall’altro lato, invece, chi sostiene che la risoluzione 1701 che autorizza la missione sia già efficace così com’è e pertanto cambiarne il mandato non servirebbe a nulla in quanto concede già ai Caschi blu ampie possibilità di movimento, soprattutto in considerazione del fatto che un eventuale cambiamento delle regole di ingaggio nella direzione di poter effettuare azioni più decise spezzerebbe un equilibrio fragilissimo, e le stesse Nazioni Unite non vogliono che ciò accada.

Per cercare di trovare il bandolo della matassa diplomatica si è mossa in primis la Francia, che ha proposto una bozza di accordo che prevede la riduzione del tetto massimo di truppe per Unifil a 13mila unità a fronte delle 15mila previste – sebbene attualmente il contingente multinazionale, per via della crisi pandemica, faccia contare 10250 uomini – venendo così incontro alle istanze americane. Parigi sembra anche voler concedere a Washington la possibilità che i Caschi Blu siano più “incisivi” chiedendo al governo libanese di facilitare “l’accesso rapido e completo” ai siti richiesti dalle forze di pace delle Nazioni Unite per le indagini, compresi i tunnel che attraversano il confine.

L’Italia, che ha il contingente militare più numeroso nella missione (la Francia schiera 700 uomini), sembra avere una posizione più defilata sebbene il ministro della Difesa Lorenzo Guerini abbia affermato, durante la recente visita ufficiale in Libano e alla presenza del sottosegretario dell’Onu, che l’auspicio è per il rinnovo del mandato di Unifil che conservi gli attuali livelli di forza e condizioni operative. Nessun tipo di implementazione delle regole di ingaggio per Roma quindi.

Il nostro Paese, del resto, è storicamente molto attivo in Libano sin dalle prime crisi con Israele.

Si ricorda infatti il primo invio di truppe della missione Italcon “Governolo” (Libano 1) il 26 agosto del 1982, quando i nostri Bersaglieri entrarono nella capitale martoriata dalla guerra civile frapponendosi tra le milizie irregolari e l’esercito israeliano. Qualche mese prima, infatti – per la precisione il 6 giugno – Israele lanciò l’operazione “Pace in Galilea”: in cinque giorni grazie ad operazioni congiunte di forze anfibie, terrestri ed aeree, l’esercito israeliano arrivò ad occupare metà del Libano sino a Beirut tagliando fuori 3 brigate dell’Esercito Siriano e 10mila uomini dell’Olp nella parte ovest della città. Israele avrebbe voluto chiudere la questione per prevaricare le forze arabe in città, ma la presenza navale sovietica a Tartus e soprattutto l’andirivieni di “osservatori” di Mosca tra la Siria e la parte del Libano occupata dalle forze arabe, consigliava prudenza per evitare un’escalation del conflitto ed un allargamento alle forze navali della Nato e del Patto di Varsavia presenti nel Mediterraneo.

In questo delicato contesto i soldati di Italcon fecero parte di un dispositivo militare di interposizione tra le forze armate israeliane e l’enclave araba presente a Beirut ovest insieme a reparti francesi e americani.

Da allora i legami tra il Libano e l’Italia sono rimasti saldi: non è infatti un caso che il nostro sia stato tra i primi Paesi a mobilitarsi per portare aiuti umanitari nella capitale libanese sventrata dalla potente esplosione di pochi giorni fa. L’Italia infatti ha inviato, oltre a velivoli C-130 carichi di generi di prima necessità, la nave da assalto anfibio San Giusto con a bordo un ospedale da campo e un nucleo rimozione macerie del Genio, oltre ad altri militari che saranno di supporto al nostro contingente già presente nel Paese.

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