Il sistema carcerario israeliano per i palestinesi è lo specchio di uno Stato malato

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“È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo della felicità o al minimo d’infelicità possibile, per parlare secondo tutt’i calcoli dei beni e dei mali della vita” 

Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene.

La frase attribuita a Voltaire, “la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri“, e a Dostoevskij, “il grado di civiltà di una società si misura entrando nelle sue prigioni”, vale per qualsiasi forma di stato o entità statale oggi presente sul globo. E questo vale anche per lo Stato d’Israele.

Se nessuno conoscesse le condotte politiche che Tel Aviv compie dalla sua fondazione del 1948, ed in particolare negli ultimi 730 giorni, ma andasse ad analizzare ciò che avviene nelle carceri israeliane scoprirebbe che le strutture di detenzione pensate dalla politica d’Israele si fondano sulla tortura come mezzo di repressione, su un’ideologia di apartheid e di assoggettamento dei palestinesi con la finalità di distruggerne il popolo.

Alla luce del piano di pace di Trump,  e del rilascio – scambio degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, comprendere lo status delle carceri israeliane in cui vengono detenuti (in gran parte illegalmente) i palestinesi è utile/necessario per conoscere la società israeliana e quella palestinese.

Scontri tra palestinesi e forze israeliane nella città di Hebron, in Cisgiordania

Che ordinamento penale vivono i palestinesi?

Dal 1967 Israele è forza occupante nei territori palestinesi della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est. Nonostante in questi oltre 50 anni Tel Aviv abbia abbandonato le colonie a Gaza e “iniziato” e mai concluso il processo di Oslo,  lo Stato d’Israele ha comunque perpetrato lo status di occupazione non solo attraverso presidi militari ma con un sistema penale e di criminalizzazione dei palestinesi.

Come riporta Human Rights Watch L’esercito israeliano ha privato generazioni di palestinesi in Cisgiordania dei loro diritti civili fondamentali, tra cui il diritto alla libertà di riunione, associazione ed espressione, avvalendosi regolarmente di ordini militari emanati nei primi giorni dell’occupazione. Anche se tali restrizioni avrebbero potuto essere giustificate all’epoca per preservare l’ordine pubblico e la sicurezza, la sospensione di diritti fondamentali, a più di mezzo secolo di distanza e senza una fine in vista, viola le responsabilità fondamentali di Israele ai sensi della legge di occupazione.

Israele ha quindi creato un sistema di apartheid, che è un crimine decodificato e normato anche all’interno dello Statuto di Roma su cui si fonda la Corte Penale Internazionale/CPI. Secondo la CPI l’apartheid è un crimine contro l’umanità, che consiste in un sistema fondato su atti inumani “commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su altro o altri gruppi razziali, ed al fine di perpetuare tale regime”. 

La stessa Amnesty International, forse la più autorevole ong nel campo dei diritti umani al mondo, ha espresso come “Dall’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel 1967, le autorità israeliane hanno fatto ampio uso della detenzione amministrativa contro migliaia di palestinesi, compresi i bambini, senza accusa o processo, semplicemente con ordini di detenzione rinnovabili.”

Vi sono due gruppi, uno israeliano ed uno palestinese, che hanno documentato in maniera dettagliata le violazioni della libertà personale dei palestinesi perpetrate da Israele: Btselem e Palestinian Prisoner’s Society.

Btselem, un lavoro prezioso.

Btselem è una Ong israeliana che si batte per i diritti umani. Riprendendo testualmente il loro sito:

Il regime israeliano di apartheid e occupazione è indissolubilmente legato alle violazioni dei diritti umani. B’Tselem si impegna a porre fine a questo regime, poiché è l’unica via per un futuro in cui i diritti umani, la democrazia, la libertà e l’uguaglianza siano garantiti a tutti, palestinesi e israeliani, che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele ha agito in modo coordinato e deliberato per distruggere la società palestinese nella Striscia di Gaza, commettendo un genocidio contro i suoi residenti.

Due degli aspetti principali del lavoro di Btselem riguardano le torture e gli abusi che subiscono i palestinesi ed il sistema detentivo israeliano nella West Bank. Analizzano questi topic da più di venti anni, e nel 2024 hanno pubblicato un lavoro esaustivo ed ampio su ciò che avviene nelle carceri israeliani, un vero e proprio “benvenuti all’inferno”. Il titolo del loro rapporto del 2024, appunto “Welcome to Hell” è un’analisi attraverso testimonianze – immagini – raccolta audio e video/sonora, di ciò che avviene nelle carceri israeliane nei confronti dei palestinesi.

Sempre citando l’Ong: Questo rapporto riguarda il trattamento dei prigionieri palestinesi e le condizioni disumane a cui sono stati sottoposti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre 2023. La ricerca di B’Tselem per il rapporto ha incluso la raccolta di testimonianze di 55 palestinesi incarcerati nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani durante questo periodo.

La finalità di questo rapporto? Rendere pubblico come alla base del sistema repressivo israeliano vi sia una politica sistemica di abusi e torture nei confronti dei prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Le testimonianze raccolte descrivono una serie di atti tra cui “frequenti atti di violenza grave e arbitraria; aggressioni sessuali; umiliazione e degradazione, inedia deliberata; condizioni igieniche forzate; privazione del sonno, divieto e misure punitive per il culto religioso; confisca di tutti i beni comuni e personali; e negazione di cure mediche adeguate”.

I dati e i racconti del Palestinian Prisoner’s Society

La Palestinian Prisoner’s Society, citando lo stesso gruppo,”è un’associazione nazionale, umanitaria, sociale e popolare indipendente, fondata il 27 settembre 1993”. È considerata una delle associazioni più grandi e consolidate che lottano per difendere i diritti dei prigionieri palestinesi e arabi “che languiscono nelle carceri e nei centri di interrogatorio israeliani, indipendentemente dal loro orientamento politico o dalle loro affiliazioni organizzative”.

In un recente rapporto, il gruppo palestinese ha raccolto evidenze delle violenze che i palestinesi detenuti dal 7 ottobre 2023 al recente scambio con gli ostaggi israeliani hanno subito. Secondo il Palestinian Prisoner’s Society:

Le immagini e le scene diffuse oggi dai prigionieri rilasciati costituiscono una nuova prova della brutalità e della criminalità ancora praticate contro migliaia di prigionieri palestinesi e arabi nelle prigioni e nei campi di occupazione. Molti prigionieri, in particolare quelli provenienti dalla Striscia di Gaza, mostravano chiari segni di tortura fisica e psicologica, e casi di abusi sono stati documentati fino agli ultimi istanti del loro rilascio. La repressione non si è limitata ai prigionieri stessi, ma si è estesa alle loro famiglie in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove sono stati sottoposti a campagne organizzate di intimidazione e minacce volte a impedire loro di organizzare celebrazioni o apparire sui media”.

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