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Nel garbuglio della crisi Ucraina, dare una facile interpretazione della visita de cancelliere tedesco Olaf Scholz a Washington è quasi impossibile. Una Canossa? O peggio, una Canossa inversa? Difficile dirlo. Il 7 febbraio scorso, il neoeletto cancelliere si è recato negli Stati Uniti per la sua prima visita ufficiale oltreoceano, quasi una presentazione di credenziali, mentre affronta un calo dei consensi in Germania anche per via della suddetta vicenda. Che significato ha, allora, questa visita? Una definitiva genuflessione ai dettami di Washington? Un’operazione di facciata per dire che nella Nato va tutto bene? Un tentativo di negoziare la propria posizione? Probabilmente tutte e tre le cose assieme.

La conferenza stampa congiunta

Al di là dei convenevoli, in occasione della conferenza stampa congiunta Joe Biden ha dichiarato senza mezzi termini: “Se la Russia invade ulteriormente l’Ucraina, noi siamo pronti, tutta la Nato è pronta” e ci saranno “conseguenze rapide e severe”. E ancora, il presidente americano ha “promesso” di chiudere il gasdotto Nord Stream 2 se la Russia invaderà l’Ucraina. “Non ci sarà più un Nord Stream 2. Metteremo fine a tutto questo. Prometto che lo faremo” ha tuonato di fronte alla stampa, con una risolutezza che fa dimenticare i tempi da “sleepy Joe”.

Il discorso, poi, volge ovviamente sulla Nato che non può in questo momento dare un’immagine frammentata per nessun motivo. È una “alleanza stretta” tra Usa e Germania su tutti i temi, dalla crisi Ucraina-Russia al clima, alla lotta alla pandemia, ha sottolineato il presidente Usa, quasi a sgombrare il campo da qualsiasi dubbio, e quasi impedendo al suo omologo tedesco di violare l’immagine perfetta del Trattato, dato in stato di morte cerebrale. Ma Biden continua a rincarare la dose, quasi a voler evitare lo scivolone diplomatico per Scholz: “Stiamo lavorando – ha aggiunto – con la Germania e con tutti gli alleati europei per trovare la migliore soluzione per tutti”. “Anche la Germania – ha continuato Biden – è tra i leader alla ricerca di una de-escalation della crisi.

Si tratta, dunque, di un modo per riaccogliere il figliol prodigo o è un messaggio in mondovisione al figliol prodigo stesso?

Quando tocca a Scholz, l’atmosfera rimane comunque tesa, imbarazzata e poco “calda”. Il piano viene parzialmente ribaltato: il cancelliere tedesco annuncia la linea diplomatica pur in presenza dell’opzione sanzioni, tornando a citare i colloqui bilaterali tra Usa e Russia, così come tra Nato e Russia. Difende il formato il formato Normandia, per anni finito in soffitta. Ed è così che Scholz ribadisce la sua preferenza per una doppia strategia, quella che, a suo dire, promette maggiormente di riuscire. Tuttavia, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ha sottolineato che “La Russia deve capire che la Nato è unita”: un messaggio doppio, destinato al suo ospite quanto a Putin. E per stressare ancora di più il concetto, lasciandosi andare a una buona dose di piaggeria, abbandona per un attimo il tedesco, rivolgendosi alla sala in inglese: “E’ una buona idea dire ai nostri amici americani: saremo uniti”. “Agiremo insieme. E tutti i passi necessari saranno fatti da tutti noi insieme”. Un altro messaggio sia per Biden che per Putin.

Una relazione giovane…

Biden è alla Casa Bianca da poco più di un anno, mentre in Germania l’era Merkel è tramontata definitivamente. I due leader si conoscono poco, si concedono convenevoli imbarazzati e non si risparmiano durezze. Come nel momento in cui Biden minaccia espressamente di porre fine al progetto del nuovo gasdotto con il suo omologo a pochi metri, incerto se reagire o essere accondiscendente, passando per uno scolaretto redarguito dal maestro. Mentre Biden pubblicizza spesso la sua lunga storia con i leader mondiali, il suo rapporto con Scholz è relativamente nuovo: si era già incontrati al G20 a Roma lo scorso anno e da allora si sono scambiati diverse chiamate. Ma il loro rapporto personale non ha nulla che vedere con quello con Angela Merkel: sembrano lontani i tempi in cui, durante la sua ultima visita a Washington in estate, tra i due regnava un evidente armonia a suon di “Caro Joe” e “Tu conosci lo Studio Ovale tanto quanto me”.

…o un alleato debole?

A guardarla da lontano, la missione di Scholz, sembra più un incontro riparatore che ha fornito l’opportunità di tentare di riparare la reputazione intaccata della Germania in patria e all’estero, che ha costretto il nuovo cancelliere a rispedire al mittente le domande sul fatto se Berlino possa essere considerata un vero alleato. Nemmeno in patria il giudizio sembra lusinghiero: alcuni giornali tedeschi l’hanno soprannominata una “missione di crisi“, figlia di una mancanza di leadership nel bel mezzo delle voci grosse dei giganti. Ed in effetti il cancelliere Scholz non ha mai contraddetto Biden: ad ogni passo, ha evitato di affrontare direttamente la questione gas, ripetendo le stesse dichiarazioni non vincolanti a cui il pubblico si è abituato a due mesi dal suo insediamento. Partito dalla Germania inseguito dall’hashtag oltraggioso #woistScholz (dov’è Scholz?), sembra davvero essere tornato con le pive nel sacco, incapace di essere voce europea, ago della bilancia, come qualcuno auspicherebbe. L’accoglienza a Washington è stata piuttosto fredda: per settimane, i think tank in quel di DC non hanno perso l’occasione di disprezzare il governo tedesco per essersi tirato indietro, e per il misero contributo alla causa ucraina a base di donazioni di caschi e ospedali militari. Il New York Times ha recentemente chiesto: “Dove si trova la Germania nel conflitto in Ucraina?” Il tabloid New York Post ha espresso un’opinione abbastanza inequivocabile: “La Germania, il procrastinatore della Nato con un conflitto di interessi profondo e crescente sulla Russia, è l’anello debole – e sfortunatamente anche Putin lo sa”.

Due linguaggi diplomatici diversi

I due certamente parlano due lingue diverse: quella di Biden risente del fiato sul collo dei falchi al Congresso, degli echi della Guerra Fredda e della dottrina Stimson, questa volta rivisitata per l’est Europa. Scholz, al di là della verve personale, al momento latente, è figlio della storia del suo Paese e pertanto riluttante a scegliere le maniere forti, alla ricerca di un concerto d’Europa che tarda a venire. Nelle prossime due settimane cercherà di uscire dalla difensiva. Il viaggio negli Usa è solo l’inizio di tutta una serie di missioni: il 15 febbraio è atteso a Mosca, ma i guai lo hanno già preceduto. Il suo staff aveva reso nota venerdì la lista dei giornalisti che viaggeranno con il cancelliere. Nessuna traccia dell’emittente tedesca Deutsche Welle, cacciata dai russi per violazione delle leggi internazionali: dopo le proteste dell’opposizione, la Deutsche Welle è stata frettolosamente riaggiunta alla lista. Un piccolo dettaglio che fa riflettere anche sulla piega che stanno prendendo i rapporti con Mosca.

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