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Benjamin Netanyahu, in questa fase, vede anche gli apparenti successi politici e militari di Israele trasformarsi in insuccessi. Dalla notte calda del 13-14 aprile, infatti, non emerge come elemento prioritario il fatto che l’Israel Defense Force (Idf), sostenuta da assetti di Stati Uniti, Regno Unito e Giordania, abbia abbattuto il 99% dei missili e dei droni mandati dall’Iran e dai suoi alleati contro Israele. Conta il dato politico: e cioè che per la prima volta in occasione della conflittualità attiva e a bassa intensità tra Israele e Iran Teheran ha reagito a viso aperto mirando direttamente il territorio israeliano a un attacco di Tel Aviv. Ovvero pensando l’impensabile. Israele e Iran sono ai ferri corti da decenni, ma è dal 2013 che Benjamin Netanyahu ha alzato l’asticella del contenimento di Teheran varando le operazioni coperte del Mossad e dell’aeronautica contro obiettivi strategici della Repubblica Islamica e dei suoi alleati tra Siria, Libano e Iraq. Agli attacchi contro l’Isis e affiliati di Al Qaeda come Al Nusra Israele ha sempre preferito colpire le forze sciite.

Le linee rosse contese

Ebbene, l’attacco al consolato iraniano a Damasco dell’1 aprile e l’intensificazione dei raid contro le Guardie della Rivoluzione e gli apparati militari e logistici iraniani dopo lo scoppio della guerra tra Hamas e Israele hanno indubbiamente segnato un solco, un non plus ultra. Dal punto di vista di Netanyahu questi raid avrebbero dovuto rappresentare le linee rosse di Israele all’Iran. Al contrario, hanno rappresentato l’occasione per l’Iran per alzare l’ambizione delle sue linee rosse contro Israele. Inserendo l’attacco al territorio metropolitano di Tel Aviv tra le opzioni plausibili.

Dunque, è bene ribadirlo, più del dato militare conta quello politico: ora sfidare l’immagine di Netanyahu come “Mister Sicurezza”, costruita in anni di governi orientati a destra, securitari sul fronte interno e interventisti su quello esterno contro i rivali di Tel Aviv, non è più utopia. E del resto Bibi sembra aver fatto di tutto per demolire questa sua immagine: la sciagurata gestione politica dell’intelligence prima dei raid di Hamas del 7 ottobre, le incertezze nella gestione della guerra, ora un attacco eccessivamente duro all’Iran che era prevedibile avrebbe prodotto conseguenze.

Gli schiaffi politici a Netanyahu

Ora per Netanyahu il sentiero è strettissimo. E i flop politici si contano, uno dopo l’altro. In primo luogo, se l’obiettivo dei raid contro l’Iran era cercare una diversione dalla prioritaria attenzione dell’opinione pubblica israeliana e globale dalle difficoltà nel conflitto a Gaza, la risposta di Teheran ha portato questa strategia a divenire un boomerang. Con Netanyahu al potere i rivali di Tel Aviv prendono sicurezza e Bibi diventa “Mister Insicurezza“. In secondo luogo, se da un lato Israele ha potuto beneficiare degli aiuti dei partner regionali, la mossa crea un precedente: che capacità difensiva avrebbe lo Stato Ebraico contro attacchi missilistici e di droni dalle forze nemiche nella Regione senza il sostegno di alleati come gli Usa e il Regno Unito? L’ipotesi che senza il loro supporto Iron Dome sarebbe stato saturato e la difesa aerea resa inefficiente come è accaduto il 7 ottobre non è solo di studio.

Terzo punto, Netanyahu si trova di fronte alla “fronda” palese dei suoi generali, che non vogliono un’escalation. ” Netanyahu vorrebbe idealmente distruggere gli impianti nucleari iraniani, che da tempo considera una minaccia esistenziale per Israele”, ha scritto Julian Borger sul Guardian, e nei desideri politici del governo di estrema destra nazionalista di Israele è possibile che “alcuni falchi intendano provare a cogliere questa opportunità per realizzare tale ambizione”. A gettare acqua sul fuoco ci ha pensato Yoav Gallant, ministro della Difesa spesso ai ferri corti con Netanyahu. Il quale si è affrettato a comunicare all’omologo Usa Lloyd Austin che Tel Aviv avrebbe coordinato con gli alleati le prossime mosse.

Ultimo punto, a tal proposito, è proprio quello del legame con gli Stati Uniti e gli altri alleati. I quali sostenendo Tel Aviv nella risposta ai lanci di missili e droni, la cui natura dimostrativa va di pari passo con quella politico-diplomatica, si sono giocoforza trasformati in attori in causa. E ora Joe Biden ha una carta politica importante da spendere con il suo complesso alleato. Per Netanyahu il sentiero verso l’obiettivo di plasmare attorno a Israele un contesto di contenimento attivo dei rivali della regione è sempre più stretto. E il ruolo delle sue azioni nell’aumentare, piuttosto che inibire, il senso di insicurezza dello Stato Ebraico negli ultimi mesi si fa sempre più palese. La guerra a Gaza arranca, della liberazione degli ostaggi nessuna notizia nonostante il computo dei morti in continuo aumento, le relazioni globali di Tel Aviv sono sempre più fredde con molti Paesi e i rivali regionali sono sempre più agguerriti. Tutti questi sono “schiaffi” politici a Bibi. I dati materiali della risposta al raid iraniano contano meno di queste problematiche. In un contesto in cui la politica interna a Israele e gli scenari regionali sono così intrinsecamente legati, la conseguenza di queste azioni sarà tutta da valutare nelle prossime settimane.

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