Guerra /

Il senato Usa voterà la prossima settimana contro la possibilità di vendita di un pacchetto di armamenti del valore di 23,37 miliardi di dollari che comprende gli aerei da combattimento di quinta generazione F-35, droni Reaper e munizioni che era stato proposto da parte dell’amministrazione Trump agli Emirati Arabi Uniti.

Sono infatti quattro, come apprendiamo da Defense News, le risoluzioni congiunte di disapprovazione in sospeso che offrono ai senatori la possibilità di bloccare la proposta della Casa Bianca di trasferire armi negli Emirati. Chi si oppone al contratto di vendita afferma che l’accordo, inteso a rafforzare gli Emirati Arabi Uniti contro l’Iran, ignora i rischi per Israele e per la sensibile tecnologia militare dei nuovi cacciabombardieri, messa a rischio dai legami tra gli Eau, la Cina e la Russia.

Lo scorso 12 novembre il Dipartimento di Stato Usa aveva fatto sapere, attraverso una nota del suo segretario, Mike Pompeo, che il dicastero aveva formalmente notificato al Congresso l’intenzione di autorizzare la vendita dei nuovi cacciabombardieri della Lockheed-Martin al piccolo Stato arabo che si affaccia sul Golfo Persico.

I velivoli facevano parte di un accordo più grande che prevedeva anche la consegna di Uav tipo Mq-9B Reaper e un pacchetto di missili e munizionamento vario aria-aria e aria-terra parecchio consistente.

I caccia F-35 avrebbero dovuto essere 50, più 54 motori Pratt&Whitney F-135 e i relativi sistemi elettronici, di comando e controllo, che servono per operare coi caccia di quinta generazione, quindi ivi compresi i software Algs (Autonomic Logistics Global Support System) e Odin (Operational Data Integrated Network), il tutto per un ammontare di 10,4 miliardi di dollari.

La risoluzione del Senato, che sembra pronta e che colpirà in modo diverso le differenti parti della proposta di vendita formulata dal Dipartimento di Stato, è sostenuta sia dai democratici che dai repubblicani, lasciando intendere che con molta probabilità sarà votata a larga maggioranza.

Qualora non dovesse essere così ci sarebbe comunque la possibilità che la prossima amministrazione possa metterci ampiamente le mani e o porre nuove condizione sulla vendita o addirittura cancellarla.

Uno degli autori della mozione, il senatore Chris Murphy (dem) ha affermato che l’alleanza con gli Emirati Arabi Uniti è importante, ma la vendita di armamenti è “molto pericolosa” in quanto ventila la possibilità che Abu Dhabi possa violare l’embargo sugli armamenti alla Libia, e affermando anche che sembra ci siano stati presunti trasferimenti di materiale bellico statunitense a “milizie estremiste” nello Yemen. Queste dichiarazioni hanno scatenato la risposta piccata dell’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti, Yousef Al Otaiba, che giovedì, con una serie di tweet, ha negato che gli Emirati Arabi Uniti avessero mai trasferito tecnologia statunitense a un avversario affermando nel contempo che le vendite avrebbero aiutato l’industriale della difesa degli Stati Uniti.

Anche l’accusa che la vendita metterebbe a rischio la sicurezza di certi assetti “delicati” come l’F-35 è stata rispedita al mittente, in quanto gli Emirati Arabi, sostiene l’ambasciatore, hanno relazioni diplomatiche con Russia e Cina ed hanno effettuato acquisti da ciascuno di essi solo quando gli Stati Uniti non erano in grado di fornire apparecchiature particolari. In effetti gli Eau hanno dimostrato interesse per gli armamenti di fabbricazione russa, i caccia Su-35 nella fattispecie, già da tempo: nel 2017 si era venuto a sapere, tramite il direttore del Servizio Federale per la Cooperazione Tecnico-Militare Dmitry Shugaev che Abu Dhabi era interessata a “parecchie dozzine” di Su-35. Sergey Chemezov, direttore di Rostec, in quella stessa occasione ebbe e dire che un accordo preliminare era stato siglato e che il programma di acquisto sarebbe dovuto essere “un progetto di lungo termine”. I colloqui sono continuati sino all’anno scorso per certo, ma attualmente non sappiamo se siano ancora effettivi oppure se siano stati sacrificati sull’altare degli Accordi di Abramo, voluti dagli Stati Uniti, che hanno normalizzato le relazioni diplomatiche tra gli Eau e Israele.

Israele che sembra essere il vero regista dietro questa decisione del senato statunitense: Tel Aviv si è sempre opposta alla possibilità di vendita dei caccia di quinta generazione a qualsiasi Paese arabo, temendo che il suo vantaggio tattico dato dal superiore livello tecnologico delle sue Forze Armate, e nella fattispecie dell’Aeronautica che ha in servizio gli F-35I Adir (che per alcune modifiche si potrebbero anche considerare una variante dei Lightning II), venisse azzerato proprio in funzione della “proliferazione” degli F-35 tra le monarchie del Golfo. Addirittura Tel Aviv, nelle scorse settimane, aveva chiesto espressamente a Washington, proprio per mantenere il suo vantaggio tattico negli armamenti, di avere gli F-22 Raptor, ma come abbiamo già avuto modo di dire è un’opzione che non avrebbe mai potuto trovare realizzazione: il caccia è fuori produzione e in linea, negli Stati Uniti, ci sono pochi esemplari che non bastano a garantire la superiorità aerea nei nuovi scenari di crisi internazionali.

A quanto pare la diplomazia israeliana è riuscita a spuntarla lo stesso, anche se non sappiamo in che modo abbia fatto pressione sul senato Usa e se ci sia stata una qualche sorta di offerta o contropartita, ma resta il fatto che, molto probabilmente, gli Emirati Arabi Uniti non vedranno arrivare i caccia di quinta generazione, e Israele continuerà ad essere l’unico Stato nel Medio Oriente ad averli a disposizione garantendosi quel vantaggio tattico essenziale in caso di conflitto.

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