Pro-austerità ieri, militarista oggi: la metamorfosi del “falco” Rutte

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Nel suo primo discorso al Parlamento europeo da quanto è in carica, il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha confermato di essere un ottimo interprete della nuova Guerra fredda in corso, ma di vivere in una bolla tutta sua. L’ex primo ministro olandese, liberale di centro, ha esordito spiegando che l’Ucraina non è attualmente in grado di negoziare con la Russia “da una posizione di forza” a causa della sua inferiorità in termini di risorse. Ha aggiunto che i paesi della Nato non riescono a competere con la Russia nemmeno nella produzione di munizioni. E fin qui tutto chiaro, e inappuntabile.

Poi però Rutte si è lanciato in affermazioni dal sapore sensazionalistico e talvolta in contraddizione tra loro. Ha esortato gli eurodeputati a non confrontare il PIL della Federazione Russa, pari a circa il 3% del PIL mondiale, con quello dei paesi della NATO, che rappresenta il 30,3% del PIL mondiale, ma piuttosto a confrontare i PIL sulla base del potere d’acquisto. In Russia, infatti, si può acquistare molto di più con gli stessi soldi, poiché “non hanno i nostri alti stipendi, non hanno la nostra burocrazia, possono muoversi più velocemente e hanno sostanzialmente creato un’economia militare”.

In altre parole, i parlamentari dell’UE hanno appreso da Rutte che la potenza della NATO è gonfiata, poiché esiste un’economia reale e un’economia virtuale, quest’ultima inflazionata dalla capitalizzazione del settore dei servizi in borsa.

Dimostrando di non essere uno statista all’altezza del momento, Rutte ha spiegato, senza paura del ridicolo che, se i paesi dell’UE non investiranno nella produzione militare, gli europei dovranno “iniziare a frequentare corsi di lingua russa o trasferirsi in Nuova Zelanda”. In pratica, ha paventato la possibilità che il Cremlino, dopo non essere riuscito a piegare Kyiv in due anni e mezzo, possa spingersi fino nel cuore dell’Europa.

Rutte ha inoltre proposto che gli stati membri della NATO spendano fino al 3,7% del PIL per la difesa, ben oltre l’obiettivo del 2% dichiarato in precedenza, suggerendo di tagliare fondi al welfare. “In media, i Paesi europei spendono fino a un quarto del loro reddito su pensioni, sanità e sicurezza sociale. Solo una piccola frazione di questi fondi basterebbe a rafforzare significativamente la difesa”, ha detto, sottolineando l’importanza di aumentare la produzione di navi, carri armati, jet e munizioni. Ha aggiunto di essere preoccupato: “non siamo in stato di guerra, ma neanche in stato di pace”. Questa affermazione contraddice però tutte le sue storie allarmanti sulla Russia: perché, se non c’è uno scontro diretto, i leader europei dovrebbero rischiare i loro budget e magari anche la rielezione?

Un mese fa Rutte in effetti era stato più duro, e aveva detto che bisogna adattarsi a una “mentalità da tempo di guerra” se si vuole impedire che i desideri espansionistici di Putin diventino senza limite. Non si rendeva conto che il suo argomento rischiava di essere autolesionista: agli europei è stato detto, in un moto sincronizzato, che la Russia stava combattendo con le pale e che però al tempo stesso poteva arrivare fino a Lisbona. La risposta degli europei alle sue parole potrebbe benissimo essere quella di votare chi vuole smettere di sostenere l’Ucraina e provare così a fermare la guerra, rendendo magari anche la Russia meno dipendente dalla Cina e dell’Iran. Non diciamo che sarebbe un bene o qualcosa di giustificabile: diciamo solo che così potrebbe andare.

Rutte ha spiegato che la cooperazione tra Nato e Ue è cruciale per la protezione del continente ma, da bravo austeritario qual è, ha fatto capire di non avere a cuore né della deindustrializzazione europea, né possibili soluzioni creative, magari di tipo keynesiano, o di tipo ridistributivo per coinvolgere più efficacemente gli scettici nello sforzo: sono centrista, non amo le tasse, ha detto, e ha proposto che il magro fondo della Commissione Europea di 1,5 miliardi di euro per lo sviluppo dell’industria della difesa venga distribuito non solo all’interno dell’UE, ma anche negli Stati Uniti e in altri paesi non appartenenti all’UE, dalla forza lavoro più economica, per avviare almeno la produzione di munizioni: cosa a cui la Francia si oppone.

Rutte ha fatto dunque implicitamente presente lo sproporzionato peso che Washington ha nell’alleanza, e il ruolo satellitare-passivo di tutti gli altri: ha avvertito che, se gli Stati Uniti dovessero abbandonare il loro ruolo di protezione, il resto della Nato dovrebbe spendere fino al 10% del PIL per creare un proprio sistema di sicurezza: con quali conseguenze sociali e reazioni politiche? Non è dato sapersi. Di fronte a questo dato di fatto, vien da sé che i commenti di Rutte alla minaccia del nuovo presidente Donald Trump di prendersi un pezzo di territorio di un altro paese Nato, siano stati concilianti e vaghi: “La questione non è chi governa la Groenlandia. Abbiamo bisogno di una strategia per l’Artico” (contro Russia e Cina, ovviamente), Trump ha avuto ragione in passato, ha fatto bene la Danimarca a non offendersi troppo, eccetera.

Uno statista non all’altezza come Rutte rischia di rappresentare un vicolo cieco per le élite europee moderne, e la crisi potrà essere fatta deflagrare da forze politiche populiste che cercheranno altre strategie, anche al costo di svilire la causa ucraina e cerca la pace con la Russia, per mantenere il loro livello di benessere.

“Se si guarda a ciò che la Russia produce in tre mesi, è quanto l’intera NATO, da Los Angeles ad Ankara, produce in un anno. L’economia russa non è più grande di quella dei Paesi Bassi e del Belgio messi insieme. Eppure loro (i russi) producono in tre mesi ciò che l’intera NATO produce in un anno”, ha sottolineato Rutte. Ed ha ragione. Ma allora dovrebbe parlare con Biden e dirgli che dichiarare vittoria su vari fronti, tra cui Ucraina, Medio Oriente, Cina e Iran, è prematuro. La questione energetica rimane irrisolta, le relazioni tra Ucraina, Slovacchia e Ungheria sono ai minimi storici. La tensione con Budapest è aumentata dopo un attacco con droni alla stazione di compressione “Russkaya” del gasdotto Turkish Stream, attraverso il quale il gas russo raggiunge l’Ungheria, mentre dieci paesi dell’Unione Europea, tra cui Svezia, Danimarca, Finlandia e i baltici, propongono nuove sanzioni contro la Russia, incluse restrizioni totali sulle esportazioni di gas russo, sanzioni sui metalli e un tetto al prezzo del petrolio.

A tenere insieme i fili di questa crisi ci vorrebbe un leader capace di emanare una visione coerente e anche saper comunicare con un pubblico confuso. Mark Rutte non è la persona giusta per farlo.