Un’ala con la coccarda tricolore ben evidenza, due miliziani libici che si fanno immortalare con armi in pugno esultanti davanti al “trofeo”: è questa l’immagine simbolo della giornata di mercoledì, caratterizzata dall’abbattimento di un drone italiano sui cieli di Tarhouna. Quest’ultima è una delle località più strategiche della Tripolitania: qui ha sede la Settima Brigata, ritenuta molto vicina al generale Khalifa Haftar e dunque vera e propria roccaforte del Libyan National Army (Lna). Una testa di ponte per l’uomo forte della Cirenaica, vitale da preservare per lui ed altrettanto fondamentale da controllare per il premier Al Sarraj ed alleati. Per questo la presenza del drone in quella zona ha suscitato non poco scalpore. Ma l’impressione è che l’episodio altro non rappresenti che il primo di una lunga scia di possibili nuovi “incidenti”: la guerra in Libia sta per entrare in una fase cruciale.
Lo spettro della conferenza di Berlino
La storia dal 2011 in poi lo insegna: quando nella Libia post Gheddafi si avvicinano avvenimenti organizzati per stabilizzare il Paese (conferenze internazionali od elezioni) puntualmente si assiste ad una più profonda e grave destabilizzazione. La stessa battaglia per la conquista di Tripoli ad esempio, è iniziata lo scorso 4 aprile ad appena dieci giorni dalla conferenza di Ghadames in cui i vari attori impegnati sul campo avrebbero dovuto confrontarsi per dare un ordine istituzionale al Paese. In quell’occasione il generale Haftar puntava a presentarsi a quell’appuntamento con in tasca il Fezzan, occupato nei mesi precedenti subito dopo un’altra conferenza, quella di Palermo, e la stessa capitale libica. In occasione delle elezioni del 2012 e del 2014 invece, altre forze ed altre milizie hanno provato a mettere le mani su porzioni di territorio libico. Risale proprio al periodo delle consultazioni del 2014 la distruzione dell’aeroporto internazionale di Tripoli, conteso dalle milizie di Zintan e da quelle guidate dall’islamista Salah Badi.
In queste settimane a tenere banco sotto il profilo politico, è la prospettiva di una nuova grande conferenza da organizzare questa volta a Berlino. La Germania nello scorso mese di settembre, si è fatta avanti sulla Libia dopo che per anni è sembrata più in disparte rispetto alle due principali protagoniste europee, ossia Italia e Francia. Dal governo di Angela Merkel è partita quindi la proposta di una conferenza a guida tedesca, da tenere entro novembre. In realtà sul piano concreto al di là della semplice proposta non si è mosso nulla: la conferenza non si farà a novembre, c’è già stato quindi uno slittamento e, soprattutto, al momento non è stata indicata una data precisa. Tuttavia, si sottolinea da giorni nei corridoi diplomatici, l’appuntamento dovrebbe essere confermato e potrebbero arrivare a breve novità in tal senso
La conferenza in Libia è molto attesa: sia a Tripoli che a Bengasi puntano molto su di essa. Ed ovviamente per entrambe le parti l’obiettivo è presentarsi in Germania con i rispettivi obiettivi alla portata. Per Al Sarraj è essenziale mostrare l’aver mantenuto Tripoli grazie alla difesa delle milizie a lui vicine, per Haftar invece è più che mai vitale, specie dopo la fase di stallo di un conflitto da lui presentato inizialmente come “guerra lampo”, far vedere sulla cartina le avanzate del suo esercito verso la capitale libica. Per farlo è riuscito ad ottenere alla Russia un importante appoggio: nelle ultime settimane da Mosca sono arrivati i contractors della Wagner. Dall’altro lato, Al Sarraj starebbe ricevendo dall’alleato turco nuove armi e nuovi finanziamenti. Ecco dunque che quel drone italiano caduto nel deserto attorno Tarhouna potrebbe aver fatto da apripista: di mezzi con coccarde e stemmi stranieri, in un quadro in virata verso un’ulteriore fase di destabilizzazione, in Libia se ne vedranno ancora parecchi.
La reazione di Haftar
Dal canto suo l’uomo forte della Cirenaica al momento non ha lasciato molte dichiarazioni sull’accaduto. A parlare è stato il suo fedele portavoce, Ahmed Al Mismari, il quale si è limitato a chiedere spiegazioni all’Italia per quel drone scovato a Tarhouna. Haftar invece è rimasto grossomodo in silenzio. Non è da lui, considerando che in passato il generale quando ha voluto lanciare segnali a Roma non ha esitato a minacciare di bombardare le nostre navi nel Mediterraneo. Evidentemente, nonostante un fatto che per la sua propaganda potrebbe volere molto (dalla rivendicazione dell’abbattimento di un mezzo occidentale alla chiamata alle armi contro un’ex potenza coloniale), Haftar non ha interesse ad aizzare gli animi contro l’Italia. Né, contestualmente, contro altri Paesi occidentali.
Il generale non può permettersi di alzare la voce in questo frangente. Trump lo ha messo da parte, il Dipartimento di Stato Usa gli ha intimato di stoppare l’azione su Tripoli, circostanze queste che stanno rischiando di farlo apparire più isolato internazionalmente rispetto ad Al Sarraj, che invece gode del riconoscimento delle Nazioni Unite oltre che di Washington e dell’Italia. L’unica cosa che Haftar, in vista di Berlino, può fare è provare ad attaccare Tripoli. È l’ultima vera carta a disposizione dell’uomo forte della Cirenaica. Una carta che Al Sarraj spera, con l’aiuto dei suoi alleati, di non far arrivare sul tavolo di Berlino.



