La geopolitica della corsa allo spazio
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In guerra e nei contesti più turbolenti, la comunicazione è uno dei fattori più importanti. E oggi, che buona parte di essa si svolge sui canali virtuali, le piattaforme social hanno assunto un ruolo sempre più decisivo. Lo si è visto, in prima battuta, dieci anni fa quando il mondo arabo è stato sconvolto dalle proteste che hanno attraversato in lungo e in largo il medio oriente. Buona parte dei moti si è sviluppata grazie anche, se non soprattutto, ai messaggi lanciati via Twitter. Lo stesso social sempre più protagonista dell’attuale delicata fase internazionale. Il 2021 si è aperto con la rimozione, a seguito dei fatti di Capitol Hill, dell’account dell’ex presidente Usa Donald Trump. Mentre poche settimane dopo la stessa sorte è toccata ad alcuni profili ritenuti responsabili, dai vertici del social, di diffondere contenuti anti Azerbaijan, facendo così entrare Twitter anche nell’intricato contesto del conflitto del Nagorno Karabakh.

Dalla primavera araba a Trump

Gli incidenti della storia capitano spesso nelle località meno note, in quei luoghi di periferia da cui mai ci si aspetterebbe un evento di portata internazionale. La primavera araba ne è stata un esempio. Tutto infatti è partito il 17 dicembre del 2010 dalla cittadina tunisina di Sidi Bouzid. Qui un ragazzo, di nome Mohamed Bouazizi, si è cosparso di benzina dandosi fuoco davanti la sede del governatorato. Un gesto estremo per protestare contro le sue drammatiche condizioni economiche, le stesse in cui vivevano migliaia di suoi concittadini. Il video del suo gesto estremo è stato diffuso su Twitter. Da questa periferia tunisina, il social è entrato repentinamente all’interno dello scacchiere politico e comunicativo internazionale. Perché la protesta innescata dopo le immagini drammatiche provenienti da Sidi Bouzid, ha avuto proprio in Twitter uno strumento decisivo per la sua repentina diffusione.

Prima in Tunisia, poi in Egitto e quindi in tutti i vari Paesi arabi. La primavera è nata così. Da allora i social sono diventati una costante presenza in ogni contesto bellico, rivoluzionario oppure durante delicate fasi politiche. É stato così nel 2013 in Turchia, quando la protesta del Gezi Park ad Istanbul ha infiammato per diverse settimane il Paese e il presidente Erdogan ha accusato i manifestanti di alimentare i disordini grazie ai messaggi diffusi via Twitter. Oscurare i social è diventato, in diversi contesti internazionali, la prima arma utilizzata nelle fasi più delicate. Negli ultimi anni è accaduto anche il contrario e cioè che sono gli stessi vertici della piattaforma ad intervenire direttamente per oscurare post o account considerati pericolosi per la sicurezza. É accaduto ad esempio al presidente brasiliano Jair Bolsonaro, a cui nel marzo del 2020 sono stati eliminati alcuni messaggi contrari alle misure restrittive anti Covid. In Iran invece, dove ufficialmente i social sono vietati ma anche i vertici del Paese hanno i propri account, Twitter ha rimosso dei post della Guida Suprema Alì Khamenei.

Il caso più eclatante ha però riguardato l’ex presidente Usa Donald Trump. Quest’ultimo durante i suoi quattro anni di amministrazione è stato più volte ripreso dai gestori di Twitter. Circostanza questa che ha portato il tycoon newyorkese ad accusare i responsabili del social di usare politicamente la piattaforma e di censurare i suoi interventi. L’apice dello scontro tra Trump e Twitter è arrivato dopo le proteste del 6 gennaio 2021, pochi giorni prima della fine del mandato dell’ex presidente Usa, dove un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione nella sede del Congresso. Twitter ha accusato il capo dello Stato uscente di aver fomentato o comunque non frenato la protesta. Da qui la scelta di eliminare definitivamente il suo account. 

L’importanza di Twitter nella guerra del Nagorno Karabakh

In ordine di tempo, l’ultimo esempio di quanto il social sia diventato centrale nei contesti internazionali è arrivato dal Nagorno Karabakh. Qui il 27 settembre scorso si è riattivato un conflitto tra armeni e azerbaigiani rimasto “congelato” per anni. I combattimenti hanno visto la contrapposizione tra l’esercito di Baku e Yerevan. Il cessate il fuoco di novembre ha posto fine agli scontri, con lo stravolgimento della geografia della regione e la conquista da parte dell’Azerbaijan di diverse province in mano agli armeni dal 1994. Se da una parte è terminata la fase calda del conflitto però, le polemiche e le battaglie mediatiche non sono ancora spente. A dimostrarlo è la decisione presa da Twitter nei giorni scorsi di rimuovere 35 account ricollegabili al governo armeno.

Secondo i gestori del social, anche tramite account fasulli sulla piattaforma veniva alimentata, durante e dopo la guerra, una propaganda anti azerbaigiana. Su internet venivano lanciati contenuti e messaggi che, sempre secondo Twitter, hanno avuto come intento principale quello di favorire una narrativa mediatica favorevole all’Armenia. Per questo sono scattati dei controlli, al termine dei quali è arrivata la decisione di rimuovere gli account. Si trattava, nella maggior parte dei casi, di profili fasulli impegnati, come specificato dai gestori del social, in attività di spam anti Baku.

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